Festina lente, di Sergio Sichenze

Fatou al balcone, opera di Leonardo Lucchi.

Festina lente, poesia con nota dell’autore di Sergio Sichenze.

    

    

SERGIO SICHENZE - Foto © 2016 Elia Falaschi / Phocus Agency
SERGIO SICHENZE – Foto © 2016 Elia Falaschi / Phocus Agency

Sergio Sichenze, è nato a Napoli nel 1959. Vive e lavora a Udine. Ha pubblicato il racconto “L’attesa” in “Racconti Udinesi” (Kappa Vu edizioni, 2007); la raccolta di poesie “Nero Mediterraneo” (Campanotto Editore, 2008); il racconto “BOBBIO Y MOSTAR” in “La natura dell’acqua: almanacco di letteratura rinnovabile 2011” (Marcos y Marcos Editore, 2011); selezioni di poesie in tre raccolte poetiche (Pagine Edizioni, 2013 e 2014); cinque inediti, con nota introduttiva di Rosa Pierno, sono apparsi nel numero 8 dell’ottobre 2016: gli animali dei poeti di Versante Ripido (www.versanteripido.it); “Nei chiaroscuri del tango”, raccolta di poesie con Elisabetta Salvador (Campanotto Editore, 2017).
Utilizza lo smartphone per fotografare i luoghi che attraversa. Balla il tango argentino, approfondendo la cultura complessa che lo ha generato.

 

    

Una mattina d’estate, la spiaggia e la sabbia bollente. Il caldo assoluto annulla qualsiasi velleità di movimento, nessuna iniziativa può essere intrapresa. Sprofondato nel sole, con l’unica seduzione della doccia, senza avere nemmeno la forza di affrontare il mare, il protagonista si perde nell’accavallarsi dei pensieri che giungono alla rinfusa, in un gioco di specchi e di rimandi dell’esistenza. Un aquilone è l’unica presenza che invade quel fluire ininterrotto di immagini, per poi rivelarsi un felice inganno. SS

    

Festina lente

La luce del sole impiega otto minuti per raggiungere la Terra
centocinquanta milioni di chilometri
incendia ogni frammento
diventa un lago bollente che brucia questi millimetri di pelle
se mi sbilancio finisco nella sabbia
diventerei una cotoletta con quest’olio da trenta euro
avrei la scusa per farmi la doccia
non resisto sì resisto
trenta euro
sì resisto non resisto
piano piano sennò cado
apparizione di un rosso
aquilone
c’era non c’era
non lo vedevo per via del sole
dardo punta spada freccia lama spillo bocca dell’inferno
orrore del cristallino sfregio di pupilla rughe assicurate
s’alza s’abbassa
c’è un filo che lo fa prigioniero
volentieri volerebbe con il vento
fa troppo caldo le parole evaporano
devo prendere la matita e il quaderno
Hikmet mandava tutto a mente
perché in carcere gli negavano una matita e un pezzo di carta
una condanna nella condanna
loro credevano di fermare le idee togliere a un poeta gli strumenti del mestiere
così pensavano
Nazim li ha fregati e ha mandato tutto a mente
quelli che tenevano le chiavi di ferro sono morti non avendoci capito nulla
amava i postini perché portavano le notizie dal mondo
che struggente postino Troisi e Neruda e Capri e Matilde e i Versi del Capitano
ma Capri ha un altro sole saranno le rocce e il verde del mare
la terra è azzurra per il riflesso del cielo
viraggio dei colori irresistibile incertezza
ora mi alzo resisti resisti
forse ce la fa l’aquilone
a liberarsi
su e giù col medesimo ritmo
gli occhi dei pesci non vedono mai il sole in faccia
se mettono la testa fuori gliela mozza la morte
i delfini lo guardano dritto nel centro
ripercorre l’acqua col pensiero il pesce volante quando nel salto sospende la vita
ora mi alzo mi alzo
conto
dieci nove no almeno da trenta ventinove
che lagna mi alzo
scotta correre via via
ma tutta questa gente non c’era quando sono arrivato
sotto l’acqua non mi muovo
chi ha inventato la doccia non pensava alla pulizia ma al piacere
no al desiderio
la mancanza delle stelle anche di giorno
sprofondo nel sole
l’hanno tirato giù
s’è liberato no riappare
ma quest’aquilone che fa
gioca con la sua libertà o con la mia
trecentomila chilometri al secondo viaggia la luce e a quella velocità rallenta
sotto il sole tutto è più lento
lento lento lento lento
l’aquilone mi fa sentire veloce fugace lampante improvviso
festina lente
un apparente paradosso che contiene in sé il senso pieno dell’esistenza
lo capì Aldo Manuzio che fece del festina lente un altro modo di pensare
creò l’aldino il carattere progenitore di quelli che usiamo oggi
disegnò uno stile d’impaginazione che rimane un esempio magistrale
immaginò nuovi modi di vestire le parole inventò l’editoria moderna
e il suo marchio era un’ancora e un delfino
movimento intelligenza energia ma anche fermezza pazienza
la rapidità è nell’intuizione nella percezione al di là dell’evidente
un continuo mutamento che deve avere basi solide
fondamenta come tronco tenace d’ulivo
adattato alle avversità porta nei suoi geni l’amore
delle mani antiche che l’hanno piantato
Itaca migliaia e migliaia di ulivi
forse a questo pensava Konstantinos Kavafis
sempre devi avere in mente Itaca
raggiungerla sia il pensiero costante
isola immaginaria metafora simbolo sogno
mito leggenda
eccolo riappare scompare di nuovo
visibilità e invisibilità
tu mi rimproveri perché ogni mio racconto ti trasporta nel bel mezzo di una città
senza dirti dello spazio che s’estende tra una città e l’altra
se lo coprano i mari i campi di segale foreste di larici paludi
insuperabile Calvino
la fantasia è come la marmellata
bisogna che sia spalmata su una solida fetta di pane
conosceva Manuzio l’ancora e il delfino
si placa il sole fa posto all’infinito
infinito
nomi e volti persi nel mistero pronti a tornare al nostro richiamo
l’aquilone sembra stanco
il vento lì in alto aspetta l’ora lenta del tramonto
le catene di nuvole molli che s’affacciano all’orizzonte
si fa silenzio
silenzio
silenzio

signore
signore
signore
la sua camicia
era quasi finita in mare
l’aquilone
la camicia
trucco dell’occhio
inganno
realtà
la libertà
fa vedere
la bellezza
che
non
percepiamo
grazie
ora che è tutto rosa la infilo
mi cingo di festina lente

*

   

Fatou al balcone, opera di Leonardo Lucchi
Fatou al balcone, opera di Leonardo Lucchi

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