Fiammiferi di Canio Mancuso, lettura di Luigi Paraboschi

'Brina', acquerello, 2015_risultato

Fiammiferi di Canio Mancuso, Besa Ed. Salento books, 2016, lettura di Luigi Paraboschi.

     

    

Sono diversi gli spunti che la lettura di “ Fiammiferi “ mi ha fornito per effettuare un giudizio che ha cercato di essere attento, però ho scelto  questi versi, ricavati da un poesia a pag. 17,  che mi sembrano molto interessanti, per trovare l’avvio, e sono:

Ciò che a volte siamo stati,
ciò che a volte abbiamo amato
ci chiama indietro e si allontana
senza fare rumore 

Il passato, cioè quel pezzo della nostra vita che abbiamo vissuto, è molto spesso il motore di avviamento per chi si accinge a scrivere poesie: c’è chi lo fa con rimpianto, chi con nostalgia, chi lo rievoca con gioia e chi con amarezza.
Mancuso, per rievocarlo, usa principalmente una chiave leggermente ironica, che solo nell’ultimo testo di questa raccolta, come vedremo, ha sì un sapore di ironia, ma cattiva ( ma di ciò parlerò più avanti ).
Innanzitutto mi sono domandato la ragione del titolo, e avevo pensato ad un riallacciarsi con una famosa poesia di Prévert con lo stesso titolo, che dice:
Tre fiammiferi accesi uno per uno nella notte
Il primo per vederti tutto il viso
Il secondo per vederti gli occhi
L’ultimo per vedere la tua bocca
E tutto il buio per ricordarmi queste cose
Mentre ti stringo fra le braccia
ma ho scoperto leggendo una dichiarazione dell’autore stesso riportata in apertura, che i fiammiferi dei quali  egli parla  hanno un riferimento preciso ad una costruzione (per l’esattezza: una nave in miniatura) che suo padre aveva effettuato servendosi di questi accessori di uso comune nelle cucine di un tempo, prima della diffusione degli accendini effettuata dai wucumprà .
Che significato può avere l’uso di questi minuscoli oggetti nella narrazione poetica di Mancuso?
I fiammiferi che egli usa  non sono altro che le piccolissime ricostruzioni nella memoria, cioè i ricordi, delle quali egli si serve per trovare un legame indiretto con la figura del padre, ma soprattutto per riportare alla mente certe visioni, o certi incontri che nel bene o nel male sono stati determinanti per la costruzione della sua figura di poeta e di intellettuale.
Uno di primi incontri che facciamo leggendo, è con Pirra, una giovane per la quale l’autore ha forse nutrito sentimenti di affetto e di benevola accettazione (a posteriori)  delle sue caratteristiche sentimentali e religiose, ed infatti egli scrive a pag. 13


Eri nuda nella tua adolescenza
perenne, sapevi che la castità
non è un prět-à-porter
bisogna pure regalarla a qualcuno
(dico la nudità: la castità
non ti aveva mai molestata). 

per poi aggiungere quasi a sottolineare le illusioni che la giovane ha nutrito a lungo e per evidenziare l’ inizio di un cammino di fede dell’autore  alquanto agnostico

le primizie che volevi regalarmi
si raffreddano tra le mani
sono biglie di vetro
eppure continui a credere
che ne nasceranno uomini.

Una presenza determinante nella vita dell’autore è certamente stata quella del padre che ha influenzato  in modo deciso la crescita del figlio, come appare da questi versi a pag. 24


Mio padre chiedeva una canzone allegra
e ha avuto un silenzio imperfetto:
ero io nascosto in una stanza
tra gli a capo sonnolenti dei libri.
Voleva un figlio dallo sguardo aperto
un figlio maschio che dormisse poco
e ne ha avuto uno che rimane sveglio
per godersi il riposo degli inconcludenti. 

Il giudizio su di sé che l’autore ci fornisce indurrebbe  a classificarlo in modo netto con  l’aggettivo “inconcludenti“, ma anche il giudizio che egli dà del padre non è del tutto benevolo, come appare da questa poesia di pag. 20 dal titolo: Primi volumi

Invecchiano bene
nella loro impostura
i primi volumi
unici e scompagnati:
enciclopedie storie
della letteratura italiana
dell’antico Egitto della musica
storie universali
frammenti di collane sontuosissime
destinate alla polvere
di cui mio padre comprava
solo il primo numero.
Guardo gli scaffali della libreria
zeppi di A senza B
di gialli interrotti
prima che il colpevole confessi
di storie scritte da vincitori reticenti
di biografie che omettono esili e morti
di romanze senza do di petto
e penso a quanto
quei discorsi col nodo in gola
somiglino ai miei.
Penso a quella cultura
a buon mercato e dal fiato corto
coi moncherini che si agitano
per farmi marameo
e so che i volumi che non ho più visto
non li rimpiangerò mai come la truffa
dei loro compagni solitari
fermi per sempre al capitolo uno.

E’ un giudizio  sul padre ma anche su di sé, che l’autore ci mette sotto gli occhi,  su  una cultura “a buon mercato“ che in tante case degli Italiani ha fatto la sua apparizione con quelle dispense degli anni ’60 di “storie scritte da vincitori reticenti“ e della quale egli avverte di avere subito l’influsso negativo, infatti pensa che “quei discorsi col nodo in gola“ assomigliano ai suoi.
I nodi con il passato non sono facili da sciogliere, occorre molta benevolenza verso sé stessi per farlo, altrimenti si corre il rischio di trascinarci dietro per molti anni quella condanna emessa dai padri sul nostro conto, e di riproporla a nostra volta alla nostra discendenza, come appare in questa poesia di pag. 22  ove il passato sembra immedesimarsi in un presente immaginario:

Cosa fa mio figlio
infossato nella stanza
se non legge i libri giusti?
Ascolta il battimani delle tarme
disegna arabeschi sulla finestra
la fantasia lo fruga tra le cosce
si crede il piccolo re del pianerottolo.
Parlavo così a tavola, bagnando
le parole nel sugo con il pane
che mi ero guadagnato.
L’eco nella casa
mi dava ragione
mia moglie mi dava il piatto
e predicava indulgenza:
Sarà sempre uno studente distratto
non importa se ha più di trent’anni.
Mio figlio negava alla vita
anche una sola goccia di sangue
non capivo perché.
Allora aggredivo il suo silenzio
che cresceva in una vampata
sulle guance fino agli zigomi.
Un giorno decisi di entrare
nella stanza, in quell’abisso,
avevo una lampada in mano,
tutti gli argomenti sulle dita:
che lo volesse o no
avrebbe risposto alle mie domande.
Esitai davanti alla porta
stretto al respiro nella penombra.
Restai lì, non entrai per non ferirmi
alla lama del battito
che ci univa su quel confine.
Mi confortava sentirlo russare.

ma questo “studente distratto“ come lo chiamava la madre, negli anni ha sviluppato un occhio attento al mondo intorno a lui e lo ha assimilato, letto e giudicato, spesso con inclemenza, come in questa dal titolo “Corso Garibaldi“

Che gittata ha il domani
nei discorsi dei vecchi:
la politica, le armi
i destini del mondo
com’è bello fottere
e non comandare.
I vecchi camminano
con le mani sulla schiena
per tenerle lontane
dallo sfiato del sesso
e poi li senti dire
di una bella che passa:
Ciunna maledetta…
nel cuore ancora il fischio
dei sensi contromano.

ed anche in questa “la vetrina del fotografo“ in cui l’ipocrisia di un mondo pseudo religioso fatto di convenzioni e di consuetudini ipocrite viene evidenziata con bravura

Non dovete aggiungere altro
credo di conoscerli
quei segreti così terreni
esposti alla luce dei volti
le occhiate fuori dalla cornice
i desideri in formalina
nel nascondiglio bianco
di una fotografia.
Il sì è un chissà ora che siete spose
e aspettate il battesimo di sangue
e sperma della prima notte
o avete nostalgia di altre notti
gli incontri che non dite al confessore
e che vi lasciano quasi un sorriso
sotto vetro nel primo piano più riuscito.

La seconda parte del libro di Mancuso ha il titolo “Ingrandimenti“ è dedicata non più (o non solo) ai ricordi di famiglia, ma raccoglie immagini, incontri, contatti fuggitivi con persone riviste negli anni, o  anche occasionalmente e  tutti questi “ingrandimenti“ sono spesso lo specchio di un mondo che ha influenzato lo sviluppo  e la crescita intellettuale dell’autore.
Prendiamo ad esempio questa poesia dal titolo “imitazione di Linda Darnell“

L’amen della ragazza
inginocchiata davanti all’altare
cade dal polpastrello,
scivola tra i bottoni.
La ragazza né brutta né bella
parla alla Madonna e ai santi
e parlando ascolta il suo sangue
che bisbiglia non so cosa
nelle calze a rete. 

Per coloro che non lo ricordassero dirò che Linda Darnell (1923-1965) era un’attrice che con la sua bellezza ed il fascino erotico di film come “Sangue ed Arena“ anticipava quella che avrebbe rappresentato  negli anni 70 per tanti giovani delle generazioni successive Laura Antonelli: una carica esplosiva di sesso da reprimere dentro le costrizioni di un ambiente finto moralista e borghese.
E’ facile per chi è cresciuto nella libertà sessuale degli  anni 80-90 osservare con ironia la figura di questa ragazza “né brutta, né bella“, attraversata da un sangue che ribolle “dentro le calze a rete”, ma per chi ha memoria di cosa fosse l’ adolescenza negli anni 50-60, questa poesia fa riemergere nella sua brevità quegli odori di sacrestia e di unto sporco che talvolta avevano le tonache dei preti, e  che sembrano  trasudare anche da questa “Caritas“ di pag. 48

Il prete ha parole buone
per il ladro e per la puttana.
A lui regala l’argenteria
a lei fa luce nello scantinato.
Getta un fiore secco nel focolare,
saluta, si gratta il sedere, va via. 

Ma in apertura di questa lettura ho parlato di ironia che attraversa molti dei lavori di Mancuso, e vorrei evidenziarne qualcuno, come in questa di pag. 45, “per sofia“, dove i tre versi finali si prestano ad un doppia lettura, non esclusa anche quella del fallimento giovanile di un incontro sentimentale tra i due

Al funerale piansi per il morto sbagliato.
Poi ti vidi in un astuccio di vaniglia.
Sorrisi del mio errore, uno spruzzo di neve.
Mi ricordai chi ero, feci il mio dovere
nella nebbia frettolosa delle candele.
Non era la prima volta che con te
mancavo l’entrata
affondando le mani nel sipario. 

E c’è ancora ironia in questa di pag. 47

Il Consiglio di Amministrazione
manda al macero la casa editrice
con un pretesto:
Non pubblica non edita non miete.
L’editor prova a obiettare
– E il contesto?
– Non esiste senza testo.
L’editor non contesta
e si accartoccia nel suo destino. 

ancora ironia mista a sarcasmo in questa di pag. 52 dal titolo indicativo  “Engagé”

e credi originale
sparlare di Picasso
avere un’opinione
su tutto ciò che ignori
alla poesia del verso
preferire la prosa-fiume
(dove mai ti sei bagnato gli alluci)
dire la tua sull’ultimo Nobel:
Chi è questa Sara Mago?
Perché non darlo a Pessoa?
Ah, è morto? 

Ma dove l’abilità ed il disincanto di Mancuso si manifestano al meglio è in questa poesia dal titolo “Valle dell’Hinnom“ che non sarebbe altro che la Geenna di cui si parla nel Vangelo.
Qui, di fronte ad un funerale, l’autore riflette sull’ipocrisia che c’è quasi sempre quando ci si trova a vivere queste circostanze, e scrive:

Siamo d’accordo: morire è necessario
non voglio essere frainteso,
ma la cantilena sciatta
che i morti sanno a memoria
è paccottiglia da robivecchi
non riesco più ad ascoltarla
con la curiosità di una volta. 

e poi prosegue

Scomparire scomparsa scomparso:
certe parole scivolano sulle labbra
e predispongono meglio all’evento:
almeno sai che lo ha organizzato un altro.
Lo scomparso, si sa, è un po’ meno morto
del deceduto, scomparire
un morire incompleto che evoca
luoghi abitabili con l’opzione
incorporata del ritorno.

e conclude con un’amarezza piena di verità:

insomma accomodarsi nella morte
contrattempo che pare inevitabile
con i suoi paradossi scontati la sua
iconografia ingenua e le banalità
da psicodramma: l’uscita di scena
la mossa il colpo a effetto
e il corredo di commenti a margine:
era innamorato della vita
aveva tanto da dire da fare
che voglia aveva di rompere i coglioni
aveva progettato una strage:
si è limitato a farne il disegno.
Cose che casualmente
addomesticano la nostra piccola
fine mentre le cresciamo dentro.

Sono arrivato alla conclusione di questa lettura molto interessante,e lo faccio con la poesia “Fantasia di Bigio Graus“ nella quale Mancuso compie la sintesi amara della vita di un intellettuale di provincia, immaginando un incontro tra uno speranzoso autore sconosciuto ed un finto autore affermato che torna nella città dalla quale è partito anni prima, verso un successo molto immaginario, ma ben gestito, ed infatti dice:

vive in città, non ricordo quale,
e in paese viene di rado ma
ogni volta volentierissimo

e aggiunge quasi a sottolineare un certo snobismo di moda

“ essere uno scrittore, a writer, en écrivain…..
io che quando sento la parola cultura
metto mano al telecomando “

e poi prosegue come il Marcello della Dolce vita di Fellini

Mi chiedi se ho qualcosa da dire.
Ho smesso di scrivere a quindici anni
proprio quando tu hai cominciato.

Il tasto va avanti facendo affiorare tutte le frustrazioni di un provinciale che vorrebbe scrivere e sogna di cimentarsi in un “elzeviro sulla letteratura kirghisa“, e insegue il presunto autore affermato “chiedendogli una prefazione/ alla silloge che non riesce a pubblicare“, e si conclude con  versi di una onestà intellettuale che fa onore al nostro autore, quando scrive, chiudendo la poesia

“ quando sogno di scrivere un romanzo
o un editoriale per il ”Corriere”
sento un strillo famelico, africano
che ha voglia di tormentare la vita
e me che non so annodare un nodo,
che avvampo per una fantasia
in secca, la mammella floscia
della cagna accucciata.

In conclusione di queste mie osservazioni posso solamente aggiungere che questo lavoro di Mancuso l’ho trovato calzante con l’immagine che mi sono costruito nel tempo attorno alle speranze, alle velleità, alle frustrazioni di tutti noi che scriviamo (versi o prosa non importa), sognando attorno ai nomi di autori  che hanno costellato le nostre letture che forse hanno contributo anche alla nostra formazione culturale, nomi ai quali forse inconsciamente chiediamo  lumi per essere guidati, e dei quali facciamo talvolta sfoggio, ma, anche noi spesso, come il Bigio Graus di questa poesia ”quando sentiamo la parola cultura mettiamo mano al telecomando”.
E questi sono due versi che mi hanno fatto riflettere a lungo.

Copertina

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