Fico d’inverno, poesie di Paolo Polvani

Ivo Mosele, Non c'è nessuno a casa dell'idraulico

Fico d’inverno, poesie di Paolo Polvani.

    

    

E’ un modo di dire: non c’entra un fico. Qui spesso i contadini piantavano al centro del campo un albero di fico. Per l’ombra profumata, per i frutti. Sempre solo, in mezzo al campo e solo. Quando l’inverno lo spoglia completamente della sua funzione e del vestito, scopre un disegno di rami che tendono al cielo, scrive una traccia concreta della solitudine, il pianto dell’infelicità. PP

    

Fico d’inverno

     

L’inverno ha nude braccia

L’inverno ha nude braccia.
Abita nel campo un albero di fichi:
l’ambizione dei rami verso il cielo,
un approdo, una promessa, sequenze
di musiche segrete, di radici e scadenze,
registro di albe e venti, uno scrutinio
di nuvole, quaderni di minime
felicità, monumento e respiro
di ogni solitudine.

*

Il vento che ti tocca

E’ un vento calligrafico
quello che illumina
la tua geografia nuda,
fico d’inverno,
l’architettura cruda,
precisa, che fa di te un soldato
in piedi dentro la battaglia,
fico d’inverno, il tuo
sostare eterno, la pazienza
che guarda scorrere i giorni,
tenere il conto delle foglie
che restano, delle foglie
che vanno, attendere
la frana di un insetto
sul vestito nuovo,
il sussurrare dei frutti
che nel buio si dicono,
si rincorrono, fico
d’inverno, su quale dio
fai perno, in quale
balbettio di pioggia,
e di arsura, e di bisbigli
notturni, affondi
la tua bocca, e cosa dici
al vento che ti tocca ?

*

Il fico d’inverno

L’esuberanza del cielo sovrasta e abbraccia
l’inverno piantato nella gola come un coltello
d’aria; nella solennità del rigore
un doloroso monologo proclama
il tonfo della solitudine; nudo di foglie
scabro di architetture nelle legnose
vicissitudini dei rami, nei radi
voli lampeggianti, una crudele allegria spunta.

Dentro i singhiozzi della luce
in quale lingua il pianto
percorre il sentiero col suo piede
sdrucciolo, forse la lingua
del pianto è lucida, liscia
come un foglio bianco.

*

         

Ivo Mosele, Non c'è nessuno a casa dell'idraulico
Ivo Mosele, Non c’è nessuno a casa dell’idraulico

4 thoughts on “Fico d’inverno, poesie di Paolo Polvani”

  1. Riuscitissimo abbraccio tra forma (impreziosita da dolci assonanze e indovinate rime) e contenuto, in cui infelicità sembra coincidere con solitudine. Ma è una solitudine che trova respiro nell’ “ambizione dei rami verso il cielo”. È una solitudine che ha pazienza “che guarda scorrere i giorni, / tenere il conto delle foglie/che restano, delle foglie/ che vanno”, che sa ascoltare ”il sussurrare dei frutti” e sa vedere “l’esuberanza del cielo” che “sovrasta e abbraccia”.
    Caro Paolo, scriviamo spesso nell’infelicità e nel conseguente dolore ma dobbiamo riuscire, attraverso il loro superamento, a cantare la gioia di scrivere, la gioia di vivere, come hai sostenuto nell’interessante editoriale sul tema in questione. Solo sostenendoci a vicenda in questo nostro essere propositivi, possiamo pensare di essere in grado di compiere il ribaltamento necessario attraverso la forza comunicativa che solo la poesia conosce.
    Mi complimento di cuore, Paolo Polvani per la tua poesia che –meravigliata- sto scoprendo e per l’analisi del tutto condivisibile sull’infelicità.

    1. Cara Annalisa grazie! è sempre per me motivo di stupore e di gioia scoprire che qualcuno mostra interesse (e persino apprezzamento!) per quello che scrivo! il fico trascorre diversi mesi dell’anno completamente spoglio, e guardarlo genera sentimenti contrastanti e apparentemente contraddittori, meraviglia per la sua bellezza e per quell’ambizione al cielo che manifestano i rami rivolti all’insù, e anche un forte sentimento di solitudine e di infelicità; credo che la vita sia esattamente così, che si confondano e si alternino e si mischino sentimenti diversi; tu dici: solo sostenendoci a vicenda…e sono perfettamente d’accordo con te, uno spazio di confronto come questo ha anche questa funzione, di scambio e di sostegno, per cui ancora grazie!

  2. Il fico è il mio albero totem. A Genova in contesti urbani ne sono piantati diversi: uno vicino al porto antico, sotto la striscia di metallo della sopraelevata, un altro nel bellissimo chiostro triangolare di Sant’Agostino…un po’ sopra casa mia c’è Vicolo del Fico e anche lì un albero manda intorno il suo profumo dolce ed acuto. Il fico è una pianta tenace ed è lui probabilmente ad essere l’albero del bene e del male di Adamo ed Eva e non il melo. E’ molto bello seguire l’evoluzione ciclica del fico e nella poesia di Paolo la scabra solitudine invernale proietta già nell’aria il circolo delle foglie ruvide che piano piano riempiranno i rami e poi i frutti sensuali che maturano dopo gli altri. E’ una pianta antropomorfa: foglie/ mani, frutti/ organi genitali, congiunzione di maschile e femminile. Ci invita a resistere, a superare i tempi difficili, ad aspettare la freschezza dell’ombra e la gioia della maturazione. Un albero che conforta in questi tempi difficili.

Gentile lettore, all'autore di questo articolo farà molto piacere se vorrai lasciare un commento.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: