Forme svariate di resistenza quotidiana, di Gabriella Musetti

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Forme svariate di resistenza quotidiana, di Gabriella Musetti.

    

    

PASSEGGIATA IN CITTA’

a Ugo P.

un mio amico non sopporta i Claudio
un gatto attraversa la strada
la signora seduta al bar
s’è appena incipriata

e tutto questo rumore di macchine
ciclomotori e bambini che vogliono il gelato
attraversa l’aria nell’estate afosa

forse non era una rosa
forse solo un ciclamino era spuntato
tra il verde scuro del sentiero
se mai Rilke o chi per lui lo avesse visto
petulante occhieggiare in mezzo ai sassi

sterco di cane dico
guardando la scarpa
e sul selciato la macchia bruna
fatta più tenue
pare sorrida

perché mai questa stagione
che resta impigliata tra le parole
scurisce i volti contratti dal sole
riporta gli umori in superficie
celebra di congetture sapori e sogni

tra le pietre assolate della città
mi muovo solitaria
in faccia al mare cui mi nego
a stento tengo l’ego dagli scivolamenti
inopportuni o forse troppo lenti

la navigazione a vista conturba
tra finestre rombanti di gerani
rossi oggi l’inerzia è sfilacciata
svilendo il fluire degli oracoli
e il fluido corporeo alle ginestre

se potessi porgere la guancia
ricalcare la mano che predice
studiare perfino dentro i nessi
non so se lo vorrei – vorrei davvero –
un groviglio scomposto nella pancia

sasso a sasso salgo le scale
di questa città ingorda guardo
il mare dal colle il molo che protende
nell’acqua la sua audacia verticale
i resti di memoria sparsa e dissipata

che importa se era ieri
se altri pensieri accomunavano
le genti le menti le intenzioni
se uno sguardo fittizio ricomponeva
bruco sotterraneo un mondo estraneo?

l’afa si specchia nell’acqua
di questo mare chiuso rimbalza
sulle pietre tra le crepe della piazza
inghiotte le bandiere sui pennoni
sfiancate da infinite contorsioni

 

se fosse primavera penso
almeno un venticello forse la bora
sarebbe benvenuta a rinfrescare
dalla calura ma il sole picchia senza tregua
asciuga l’anima la usura

così ritorno sui miei passi
a sera quando più lieve
si fa il tormento ma è un inganno
trattenuto a stento
gocciola l’umore tra le scapole

allora si ripete tutto nuovamente
col gatto la signora il gelato
e quel mio amico salace e curioso
che trova sempre un Rilke sbandato
sulla soglia di una casa di riposo

      

(da A chi di dovere, La fenice, Senigallia 2007)

                  

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