Forse l’amore forse la miseria, poesie di Claudia Di Palma

Il terrore corre sul filo, Anatole Litvak, 1948

Forse l’amore forse la miseria, poesie di Claudia Di Palma con una nota dell’autrice.

    

    

di palmaClaudia Di Palma, nata a Maglie nel 1985, vive e lavora a Lecce. Tra le sue esperienze più importanti si annovera la passione per il teatro. Ha collaborato con “Astragali Teatro” (2005) e “Asfalto Teatro” (2006/2012). La passione per il canto l’ha portata a seguire inizialmente lezioni private e, attualmente, le lezioni della “World Music Academy” di San Vito dei Normanni, con il maestro Fabrizio Piepoli. Ha seguito il laboratorio poetico “Trasmissione orale della poesia e uso del microfono” tenuto da Mariangela Gualtieri (2013) e, nel 2016, il “Ritiro Poetico” della casa editrice Samuele Editore.
Altissima miseria (Musicaos Editore 2016) è la sua prima raccolta di poesie.

     

Qualcuno cantava “L’amore non cantarlo, che si canta da sé, più lo si invoca meno ce n’è”. L’amore… forse è una piccola parola da scoperchiare, una terra da scavare, un canto da scarnificare. O forse è un’altissima miseria. L’amore è troppo alto, è troppo misero. L’amore è così misero che, anche se io scavo, scavo, scavo, e non so cosa scavo – forse la mia stessa carne o un’immagine dentro lo specchio – anche se scavo, non lo trovo, anche se lo colpisco con un martello e lo inchiodo in croce, non lo trovo. E non trovo me, e non trovo il martello, e non trovo i chiodi, e non trovo niente. Cosa resta a testimoniare il macello? Resta la poesia? La poesia è testimonianza del macello? La poesia può dire lo smembramento quotidiano della luce in ombre e raggi sul tuo, sul suo, volto? “(…) può essere creata/ solo con i ritagli/ sfuggiti al macellaio”. Così insegnava il poeta Libero de Libero al suo “discepolo” poeta Salvatore Martino. Quando, qualche giorno fa, ho letto questa frase per la prima volta, mi sono chiesta chi fosse questo macellaio e ho provato a figurarmelo. Non è quel Dio che molti dicono onnipotente e grande. Dev’essere, al contrario, così piccolo, così senza peso, che una piuma potrebbe abbatterlo, metterlo k.o. durante un incontro di pugilato. Sì, basterebbe una piuma per metterlo in croce, per mettere in croce l’uomo e il poeta, per mettere in croce uno sguardo. Allora siedo alla scrivania, attendo la piuma feroce, infuriata, assisto all’incontro di boxe tra le immagini e il nulla e provo a testimoniare il macello, e non ci riesco, non riesco mai a dire questa macelleria quotidiana. Vi offro i miei vani tentativi e già mi arrendo. Care parole, cara parolina amore, caro amore che non va cantato, caro tetragramma da non nominare, vedete la mia bandiera bianca? Vedete questo stato di assedio e di resa? Vedete questa terra arsa e di nessuno? Vedete, ho issato una bandiera sul mio petto, sui miei occhi chiari, sui tuoi di petrolio… care parole che tutte nomino invano. CDP

     

da Altissima miseria Musicaos Ed. 2016 (selezione dell’autrice):

Ti offro la mia bandiera bianca,
ti porto nel luogo stupendo della
mia resa, la scrittura, e spezzo
le parole come pane. Queste
briciole non hanno pietà
dell’indifferenza. Si prendono
spietata cura di tutte le cose.

*

Spesso le distanze sono case,
le vicinanze invece sono estranee.
E com’è strano essere nella dimora
del lontano ed essere ancora qui
con tutte le mie forze
a sostenere la metratura delle tue braccia
grandi, gli scavi delle tue pupille
che non finiscono. Spesso scavare
per il petrolio dei tuoi occhi. E com’è
fine questo tuo non finire lo sguardo.
Lavoro nelle tue miniere
senza pensionarmi, senza percepire
un soldo, contemplo le tue spese,
le tue buste colme, i tuoi avanzi più vivi.

*

Se scoperchio la parolina amore
trovo un macello di me stessa e altre
finzioni, dove ci sono tutti i nomi.
Tutta dentro una parola è la resa,
la sconfitta. La parolina amore
cela tenera il massacro, la scommessa
che la mantiene in piedi, il tramonto,
il suo battito cardiaco, il respiro.

*

Scrivo per non lasciare andar via
l’effimero, per custodire l’eterno
che spesso è, di tutte le cose,
la più cagionevole. E non muore.
È per questo che scrivo:
perché sono effimera e la caducità
è l’unico rimedio che possiedo
nella vastità dei tuoi orizzonti.
Giorno dopo giorno scrivo
per essere medicina e aiuto
alle cose cagionevoli, come l’orizzonte
e l’immortalità di ciò che è.

*

La miseria creatrice di moltitudini,
di grandezze. La miseria del Paradiso.
La miseria creatrice dell’universo.
Misero e perso Dio, ti accolgo,
ti restituisco il dono della creazione
e soffiando ti do sostanza.
Soffia la miseria perfetta di me,
il mio essere tutta in pochi passi.

Sia questa la verginità, la beatitudine,
il frutto del seno. Un dono misero.
Sia pochi passi e piccoli piedi. Ave
Maria, Ave misura di miseria
come l’onda del mare. Ave Immenso,
spiegato da un misero zero, da un
misero divino. Misera misura
della grandezza. Miseria creatrice
dell’universo. Amen

*

         

Il terrore corre sul filo, Anatole Litvak, 1948
Il terrore corre sul filo, Anatole Litvak, 1948

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