Fotosintesi di Nazim Comunale

vincent van gogh, tetti di paglia, 1884

Fotosintesi, poesie di Nazim Comunale.

    

     

Nazim Comunale si autodefinisce apprendista mammifero, nato quasi 40 anni fa sulla riva sinistra del fiume Po. 
Ha inciso vari dischi con Caboto, Nazeem e BandaNauta.Ha pubblicato un libro/cd autoprodotto intitolato Aguaplano. Un suo testo si trova nella selezione di luglio di Ipoet di LietoColle. 
Insegna italiano nelle scuole elementari nel cantone di Zurigo. 

   

FOTOSINTESI

“E’ inutile tentare la fuga quando la foresta avanza, soprattutto se noi stessi siamo alberi”
(Tahar Ben Jelloun)

Le foglie di alberi
che non so chiamare per nome
arrossiscono allo sguardo
indagatore dei corvi.

Sapere lasciarsi cadere,
stare nella terra buona e santa,
frantumarsi in pace, decomporsi,
tornare al tempo prima dei ricordi.

I rami sono braccia aperte.
Nel placido intrico
invento la tua faccia.

Fotosintesi clorofilliana.
Trasformi anidride in ossigeno,
luce in nutrimento verde.

Questo bere luce non si perde,
anche se,
anche se l’anima,
e quella mia a volte
sta in una botte d’acqua piovana.

Gli alberi secolari,
la loro intatta preghiera.
Le ghiande, la polvere di dio
tra le pagine dei calendari,
le magnifiche canzoni, le bande.

Il sole d’ottobre spettina bellissimi pensieri.
Il sentiero lungo il lago, i paesi di ieri.

Quei rami ora mimano
una muta danza.
Anche gli spigoli neri
e tutto il cielo che puoi,
fiammiferi
nella scatola del giorno.

Cosa sarà,
Cosa sarà di noi.

Guarda che stupida rima, la vuoi?
Dammi la mano,
resta qui intorno.

***

Poiché l’inverno si é sdraiato nel mio letto
con guanti e cappotto
e una notte di veglia
non saprà svelare le parole che non mi hai detto,
ciò che sta sotto.

L’oro della sincope é prezioso,
orma, indice di un cuore
millimetrico, curioso.

Alle due e ventisette
questa é la luce che ancora posso,
poi saranno vespe immobili al sole,
sarà una stanza senza voce,
una figlia ossuta,
sarà il fosso.

Poiché aprile,
gli spiccioli del pensiero di te
e troppe sigarette
mi fan sentire vivo,mortale.

Verrà un giorno
che non sarà più tardi,
le ombre saliranno piano,
la selva delle ombre
sarà una stanza col piano,.

Rideremo davvero,
coglieremo i cardi.

Poiché sono secoli
che penso a qualcuno
da poter chiamare
alle tre di notte,
qualcuno a cui dire
“Guarda com’é terso questo cielo intero,
senti che male che mi fa,
ieri ho preso botte per davvero”.

E’ passata mezz’ora,
la paura non ancora.
La città dei pensieri
è un alveare operoso,insonne
la città sbilenca dei palazzi e delle facce
è il posto dove passano le donne.

Un chicco dopo l’altro,
una fitta collana di sillabe in rima.
Poi il diluvio,ma io penso ancora
alle favole di prima.

Mesi che piango,
che indugio in una perfetta danza nel fango.

Giungo poi all’ultimo respiro,
alla gloria immobile del punto.
Il resto da vivere,
le virgole che non saprai,
gli spiccioli di luce
saranno canto.

Verrà un giorno
che non sarà più tardi,
le ombre saliranno piano,
la selva delle ombre
sarà una stanza col piano,.

Rideremo davvero,
coglieremo i cardi.

***

CANTABILE,ORIENTALE

il tempo è un fiore lento.
poi petali

e altro non so dire,
che sale alle labbra
quasi senza nome,
malaspera,
rosaspina.

***

QUASI UN HAIKU

La luce stupefatta

che ci colse impreparati
ieri
tornerà.
E saremo ancora muti,
spettinati dal vento.

                             

cornelius varley, west humble lane, dorking, 1806 - in apertura vincent van gogh, tetti di paglia, 1884
cornelius varley, west humble lane, dorking, 1806 – in apertura vincent van gogh, tetti di paglia, 1884

 

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