Furori, lucori e disertori, poesie di Daniela Pericone

Ivo Mosele, La Vespa

Furori, lucori e disertori, poesie di Daniela Pericone.

    

    

Daniela Pericone è nata nel 1961 a Reggio Calabria. Ha pubblicato i libri di poesia: Passo di giaguaro (Edizioni Il Gabbiano, 2000, con una nota di Adele Cambria), Aria di ventura (Book Editore, 2005, prefazione di Giusi Verbaro), Il caso e la ragione (Book Editore, 2010), L’inciampo (L’arcolaio, 2015, prefazione di Gianluca D’Andrea e nota di Elio Grasso), Distratte le mani (Coup d’idée, 2017, postfazione di Antonio Devicienti). È inserita nel Quadernario Calabria – Almanacco di poesia, Quasi a filo di luna (LietoColle, 2017). Suoi testi di critica letteraria, poesie, prose brevi sono presenti in volumi antologici, riviste culturali, siti e blog letterari; è redattore della rivista online “Carteggi Letterari – critica e dintorni”.

Poesie scelte dall’autrice da Distratte le mani (Coup d’idée, 2017):

    

FURORI

     

Un difetto di fabbrica
e salta il congegno
di sorti reboanti.
Le autostrade del sole
sono la burla di un ingegnere
che inseguiva fole d’artista.
È accanita la mira, la firma
schizzi di cemento
e schianti di betoniere.

*

Quando preme alla nuca
quando un troppo d’amaro
assilla in regresso
non regge l’adesso né tardo
destino esubera l’ora.
Divisa da incuria
e inverso il respiro, figlia
tra i barbari agli anni informi
– distratte le mani
ma esatte a disperdere fuochi
e inculcare nerezze –
parola s’apre spezzata
e fierezza è uno stelo reciso.
Non salvo da colpa chi batte
in cori sciamani e pavido cuore
– spente radici d’ardenza, nel vuoto
un lamento di prefica.

*

ora vado a sparire, vi lascio dire fare
parlare, mi lascio stordire, voi lasciatemi
stare, io per me non sono niente, né voi
siete niente niente per me – un treno
m’è caduto ai piedi, no sono io caduta
da un treno, io ho deragliato, ho tirato
su il fiato, su l’ho tirato, giù mi tiro
giù, fuori tiro da tutti, fuori da tutti i furori
fuori di me fuori

     

LUCORI

     

Nulla dei nostri deliri
che non sia da salvare – un’aquila
tiene in piedi il sole
nel lascito d’occhi trova riparo –
se ancora trascinano
insanie e insultano a lungo
nessuna conclude delitti.

*

Il buio
è tempio eremita ove riposare
a incerti segnali avverto gli umori
radure elusive. Le estranee cose
non mutano – colonne
che deludono i risvegli –, tra l’acque
un viavai di torpide epoche
e diserzioni. Scambiamo timidezze
con poesie – vedi le scritte meraviglie?
da un po’ non aspiro che mitezza.
Il tempo è stretto, dimentico
di libri e disamori, per tutto l’orizzonte
un rado volitare e tacito, basti
per essere, pensarsi.

*

     

DISERTORI

     

Ago
breve
d’acuzie
in auspicio
di leggerezza
a presagire tempi
di libero discernimento
– non distrarre da tanto
disagevole mistura
s’estorca allo spasimo
dalla finta realtà
la minima
misura
d’io.

*

– a Piera Oppezzo

Che scherzi fanno gli anni
giocando a tennis con il mondo
tu vivi e canti nel qui e adesso
e d’improvviso un vento astrale
o uno sfiato di tombino
ti fa scivolare accanto
due o cento fogli
dove una lucidassorta
ha strisciato i suoi graffi
epici – istruzioni di decostruzione
spiegandoti per filo e per segno
cosa provi che fai quando pensi
come lo devi salvare
come arginare la nausea
che non conta come sei capitata
– un niente irrisorio il perché –
ovunque si trovi
la tua stanza replicata
nel retrospazio nel sottotempo.

*

          

Ivo Mosele, La Vespa
Ivo Mosele, La Vespa

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