Galateo dell’abbandono di Daniele Beghè, recensione di Edmondo Busani

Il terzo uomo, Carol Reed, 1949

Galateo dell’abbandono  di Daniele Beghè, Tapirulan Ed. 2016,recensione di Edmondo Busani.

    

    

Daniele Beghè, nella raccolta Galateo dell’abbandono, affronta il tempo dell’abbandono e, con apprensione leggera, colora, tra luce e ombra, lo svolgimento dei suoi pensieri erratici nei labirinti quotidiani… “ E poi trovare tra le stanze tante vie/ di fuga: una crepa, un abbaino/ sul cielo azzurro, un lurido tubo/ di scarico.” I versi della raccolta legano la riflessione poetica con i frammenti di una sostanza socio-culturale che si è sbriciolata o dissolta, mentre il suo occhio osserva ciò che è rimasto, dopo i diversi mutamenti, fermando sulla pagina bianca un nuovo neorealismo, “che tutti ci rode, / con la meticolosa osservanza delle regole.”

Il poeta sviluppa contrapposizioni (o saranno dimenticanze per fatti da sempre accaduti e per emozioni continuamente vissute?) e, lievemente, manifesta il proprio desiderio e intendimento di poesia: “Vorrei imparassimo a leggere i versi…” per far fronte alle costruzioni e alle decostruzioni intellettuali che “Celano felicità o infelicità senza soggetto.”

Il respiro del sentimento è appesantito da un’angoscia sottile che rende la comunità umana quasi imbelle davanti alle trasformazioni che incontra: periferie simili ad alveari sono imbevute da odori pungenti, prodromi di abituali fatiche. Il narrato registra le spazzature del vivere con un verso dai toni malinconici, mentre “le nutrie vivaci fan le buche/col dissenso dei passanti”, mentre il cielo illumina un ciuffo d’erba che vince l’aria gassosa e l’asfalto solido. Il tempo è simile a una porta di vetro facile da varcare per rincorrere la memoria, attimo già vissuto, in cui si sono pietrificati il gesto e il sollievo: il sogno è stato consumato per gli Easy Rider in Garelli!

Il poeta cerca orme di speranza (o d’incoraggiamento?), rivolgendo il pensiero ad un vecchio amico comune nel verso: “Spero che tu ce l’abbia fatta, noi ci stiamo provando./ Ti aspettiamo.” Il sollievo è cercato e trovato in “quella cucina colma di luce”.

La polverosa ironia mescola incerti sentimenti per continuare il cammino fino a un altro luogo dove tutto sarà rarefatto “ma non più vigilato, /non avrai più l’obbligo di sceglierti/ il mattino la pena giornaliera… ” Il disincanto per la durata sembra aprirsi con il ricordo che si consuma e prende calore nell’attimo che fugge: “trafitti dal tocco freddo/ di questa dimenticata terra.” La poesia diventa medicamento e i poeti demiurghi, mentre la risonanza lirica s’imprime “sul muro immoto del tempo.”

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in apertura Il terzo uomo, Carol Reed, 1949

4 thoughts on “Galateo dell’abbandono di Daniele Beghè, recensione di Edmondo Busani”

  1. E’ bravissimo. Analisi e surrealismo intrecciati. Mi evoca “L’ultima cena” di Dalì, dentro il dodecaedro trasparente, oltre il quale è ravvisabile “il muro immoto del tempo”. L’autore ha la capacità di trasmettere, con lettura semiotica, la sua genialità intuitiva, la sua forza culturale.

    1. Grazie Busani per la partecipata e mirata lettura del mio lavoro. Come mi dicevi oggi pomeriggio, la critica interpreta il lavoro dell’autore ed in questo, aggiungo io, diventa un contributo originale.
      Originale perchè mi da spunti d’interpretazione a cui personalmente non avevo pensato. Ciò mi conferma nella tesi, che porto avanti da sempre, che il lettore di poesia è poeta a sua volta. Tanto più se come nel tuo caso poeta lo è davvero. Grazie ancora. Daniele

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