Adriano Spatola: retrospettiva a cura di Maurizio Spatola. 2: Geiger & TamTam – dietro le quinte di una editoria poetica artigianale

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Adriano Spatola: retrospettiva a cura di Maurizio Spatola.
2: Geiger & TamTam: dietro le quinte di una editoria poetica artigianale.

    

   

Un elemento non secondario per comprendere appieno la valenza del mitico decennio di Mulino di Bazzano è rappresentato dalla fotografia di ciò che avveniva, per così dire, dietro le quinte: il fervore di idee, le innumerevoli discussioni, il nugolo di contatti e d’iniziative, ruotanti attorno all’instancabile creatività e alla forte personalità (costruttiva anche nelle contraddizioni) di Adriano Spatola, si manifestarono all’esterno con una notevole produzione editoriale e pubblicistica, per il tramite delle Edizioni Geiger e della rivista “Tam Tam” .

2359La realizzazione pressoché artigianale dei libri e della rivista richiedeva un arduo impegno di tempo e fatica, fatica spesso davvero fisica, senza contare il lavoro necessario per la diffusione, la pur limitata commercializzazione, la fitta corrispondenza con autori e clienti, la tenuta della contabilità, l’amministrazione tout court, insomma. Adriano non era refrattario al pragmatismo e all’impegno fisico, anzi, ma non gli sarebbe stato materialmente possibile occuparsi di tutto da solo: così fin dall’inizio dell’avventura editoriale di Geiger (1967) aveva coinvolto i due entusiasti fratelli minori, il sottoscritto, nato nel ’46, e l’ancor più giovane Tiziano ( del 1952), con una suddivisione di compiti e competenze che gli anni del Mulino consolidarono, per poi sciogliersi alla fine del decennio a causa di una inarrestabile concatenazione di eventi, legati alle vicende personali, talora drammatiche, e a fattori esterni.

Nella pratica quotidiana io mi occupavo della cosiddetta amministrazione, da Torino dove vivevo e lavoravo; Tiziano svolgeva in loco il più duttile ruolo di factotum (anche per le sue svariate capacità manuali e tecniche) o, frequentemente, di jolly, facendo a volte da spalla ad Adriano nelle sue performances, fino a crearne di proprie (esempio, le famose “poesie urlate”). Altrove ho descritto nei dettagli i metodi un po’ originali e casalinghi di produzione dei libri, a cominciare da quell’antologia GEIGER che costituì a lungo il fulcro e il simbolo del nostro lavoro, manuale oltre che intellettuale, esteso poi a numerosi titoli della collana “sperimentale”.

La situazione creatasi con il trasferimento di Adriano e Giulia Niccolai da Roma a Mulino di Bazzano, nell’estate del ’70, determinò dei mutamenti nel modus operandi della Casa editrice, che nei tre anni precedenti aveva visto svolgersi prevalentemente a Torino, dopo un breve avvio bolognese (e romano), quasi tutte le fasi produttive, stampa e assemblaggio dei libri compresi: grazie anche alle caratteristiche del luogo, il cui isolamento facilitava la concentrazione e stimolava ingegnose soluzioni pratiche anche ai problemi “tecnici” normalmente delegabili a terzi, si decise di trasferire a Mulino, a stretto contatto quindi con la fonte creativa (Adriano), l’insieme delle fasi operative delle Edizioni Geiger.

imageA Torino rimase, all’indirizzo del sottoscritto, la sede legale della Casa editrice (e poi di “Tam Tam”, che ne fu una emanazione e non il contrario, come sovente si è erroneamente affermato), nonché la parte non indifferente costituita dall’amministrazione, distribuzione e vendite comprese: il compito più noioso, forse, ma non meno importante di tutto il resto. Alcuni libri vennero comunque stampati a Torino anche nel corso di quegli anni.

Con scadenze irregolari ma frequenti ci si incontrava in riunioni redazionali a quattro (i tre fratelli più Giulia Niccolai), di solito al Mulino, per fare il punto della situazione, esaminare le proposte di pubblicazione, valutare il già fatto e programmare il da farsi. Non si trattava di prendere semplicemente atto di ciò che aveva già deciso la “mente”, cioè Adriano, ma di analizzare i contributi di idee portati da tutti: in momenti come questi nacquero infatti le nuove collane, si inventarono inedite soluzioni grafiche, si fissarono improrogabili termini temporali (quasi mai rispettati), si pensava a nuovi canali distributivi e si predisponeva il servizio stampa, l’invio dei libri a giornalisti e critici che veniva regolarmente effettuato. Incontri che si concludevano inevitabilmente con momenti di relax, contraddistinti da tentativi di pesca nel vicino fiume Enza, da interminabili partite di poker o di bridge (o da sfide scacchistiche tra me ed Adriano), il tutto galleggiante su un variegato sottofondo enogastronomico: il “gioco della poesia” non poteva prescindere mai dal fattore ludico, per noi irrinunciabile.

Il fatto che per la parte editoriale si trattasse di un vero e proprio lavoro d’équipe, in cui tutti gli elementi giocavano un ruolo insostituibile, è testimoniato, oltre che dai ricordi personali, dalla fitta corrispondenza che aveva il mio indirizzo torinese come punto di partenza e di arrivo, ovviamente per quanto atteneva al mio ruolo: carteggio in larga misura internazionale di cui conservo ancora le copie fatte con la carta carbone, come si usava all’epoca. L’assenza del telefono nella casa di Mulino di Bazzano esigeva continui rapporti epistolari anche tra Adriano e me, quando le riunioni di lavoro avvenivano con un certo ritardo, a causa degli impegni personali. Mi è accaduto recentemente di tornare a scorrere le molte centinaia di fogli in carta velina e le lettere ricevute, datate fra il 1968 e il 1978. Reprimendo la commozione mi sono riaffiorati alla memoria i tanti volti e nomi dimenticati di collaboratori occasionali, di poeti pubblicati o respinti, di amici scomparsi e di altri che dopo anni di mio colpevole silenzio ho ricominciato a frequentare, insieme con il ricordo di incontri e scontri appassionati, di interminabili nottate di lavoro, defatigante e divertente insieme: spesso con la prospettiva, per me, di risalire in macchina all’alba per tornare dal Mulino a Torino, dove alle 8 mi attendeva il lavoro d’ufficio, quello per cui ricevevo un regolare stipendio.

Anche del lato economico di quella vicenda è necessario parlare, per una esatta ricostruzione storica. Quella autentica “fabbrica di poesia” che su iniziativa del mio vulcanico fratello maggiore avevamo creato aveva un piccolo difetto: rendeva poco. All’inizio, nel ’68-‘69, avevamo tentato la strada già percorsa dallo Scheiwiller delle origini, lasciando un po’ di copie dei libri in deposito presso un numero limitato di librerie specializzate o “fidate” (sovente con l’ingenuo stratagemma invogliante della “tredicesima”, ovvero dando una copia in omaggio ogni dodici prese in carico o addirittura acquistate dal libraio): il giovane Vanni, si racconta, distribuiva le plaquettes del “Pesce d’oro” in bicicletta; io invece, poiché la diffusione era compito mio, ogni tanto caricavo un po’ di libri sulla vecchia Fiat 1100 di nostro padre e giravo mezza Italia per le consegne o la presentazione del “prodotto” (al pari di un commesso viaggiatore), sfruttando biecamente l’ospitalità di amici nelle varie città. Ma è facile intuire che il costo dell’operazione era comunque superiore al ricavo. Perciò passammo alla distribuzione per posta, con i pacchi sempre in partenza da Torino, anche durante gli anni del Mulino: operazione rivelatasi anch’essa poco redditizia, anche per la scarsa propensione dei librai sia a pagare il venduto sia a restituire l’invenduto, nel caso di piccoli editori come noi, oltretutto un tantino sprovveduti in materia commerciale. Il problema fu infine risolto grazie alla disponibilità di un distributore di nicchia fiorentino, per l’Italia, e di una corretta società di New York per gli Stati Uniti, che si rivelarono un fiorente mercato, con le dovute proporzioni, per le nostre edizioni.

Il ricavato delle vendite dei libri, sommato poi agli abbonamenti a “Tam Tam” (più numerosi del previsto, non senza qualche “sostenitore” nella veste di sponsor), nonché al contributo di alcuni autori alle spese di stampa dei loro libri, affluiva su un conto corrente postale torinese di cui mi era affidata la gestione, in quanto titolare delle Edizioni Geiger. Quei soldi servivano soprattutto per pagare le tipografie, le attrezzature che via via ci procuravamo per renderci sempre più autonomi nella fase produttiva (salto di qualità per noi storico, che si verificò a partire dal ’73), i materiali indispensabili (carta, inchiostri, acidi, taglierine, pinzatrici, ecc.), oltre a un magro compenso per il factotum Tiziano, ora nei panni di efficiente tipografo. Ciascuno di noi per mantenere se stesso (e, nel mio caso, anche moglie e due figli) doveva svolgere un’altra attività: il sottoscritto come correttore di bozze fino al ’76 poi come giornalista; Adriano facendo il traduttore o scrivendo raffiche di presentazioni di pittori e artisti vari e, dalla metà degli Anni 70 portando in giro per il mondo le proprie performances, a cachet s’intende; quanto a Tiziano, versatile com’era, svolgeva diversi mestieri cogliendo al volo ogni occasione. Questo in linea di massima: ma il concetto essenziale è che le Edizioni Geiger e “Tam Tam”, nel periodo di maggiore attività, si autofinanziavano, mentre il lavoro di noi tutti (compreso Adriano, che però trovava una sorta di sofferta compensazione nell’inseguire caparbiamente la realizzazione di un suo sogno o, in antitesi, come ha scritto Giulia Niccolai [in Esoterico biliardo, Archinto, Milano 2001] nel subire la condanna di Sisifo, “spingendo incessantemente il masso rappresentante la sua idea di poesia su per una china”) era prestato gratuitamente, quando non in perdita dal punto di vista economico.

spatola03Il lavoro redazionale d’équipe cui ho accennato concerneva la produzione libraria. Di “Tam Tam” si occupavano Adriano e Giulia (sul cui ruolo fondamentale in quegli anni non mi soffermo qui), inizialmente da soli poi con la collaborazione, per i testi teorici, le recensioni e la grafica, di amici e sodali componenti un comitato di redazione che nel corso degli anni subì diverse variazioni: fra i nomi maggiormente presenti ricordo quelli di Giovanni Anceschi, Franco Beltrametti, Daniele (e Davide) Benati, Gerald Bisinger, Julien Blaine, Giorgio Celli, Corrado Costa, Giuliano Della Casa, Milli Graffi, Nino Majellaro, Mario Ramous, Carlo A. Sitta, Paul Vangelisti, senza nulla togliere ai molti che non cito. A partire dal 1973, per la rivista, come per i libri di poesia, composizione (con una speciale macchina per scrivere elettrica a testina rotante intercambiabile), impaginazione e stampa (grazie a una Offset da tavolo) vennero effettuate in casa; solo l’assemblaggio veniva compiuto in una legatoria. Nei tre anni precedenti la composizione e stampa avvenivano presso una tipografia di Traversetolo (non lontano dalla più nota, per via del prosciutto di Parma, Langhirano), il cui titolare, il signor Bianchi, persona estremamente paziente, guardava con occhio benevolo il nostro lavorìo che doveva apparirgli un po’ stravagante. In seguito, il nostro tipografo di riferimento divenne il Fontanini di Montecchio, nel Reggiano, che disponeva di macchinari più moderni.

Il vecchio, caro, ciclostile che aveva accompagnato le nostre prime esperienze editoriali, in particolare per la realizzazione delle antologie GEIGER, non fu mai accantonato. Oltre che per stampare pagine sparse, frontespizi e indici delle suddette (e persino una copertina in cartoncino, quella del numero 5 del ’72!), venne impiegato da Adriano anche per la confezione completa e manuale di un suo libretto di poesie concrete, Algoritmo, che uscì in tiratura limitata nella nostra collana “sperimentale”. Ciascuno di noi tre ha dato vita migliaia di volte a quel cigolante apparecchio.

In quello stesso ’73 anche il problema del taglio di grosse risme di carta, nonché della rifilatura di libri particolari, venne risolto con l’acquisto a Torino, presso una tipografia in via di smantellamento, di una colossale taglierina in ghisa e acciaio primo Novecento, pesante sei quintali, la cui micidiale lama era azionata da una manovella grande come una ruota di bicicletta: la collocammo nel nuovo laboratorio, un ampio locale affittatoci dall’Angiolino, proprietario di un emporio e di un bar provvisto di biliardo adatto anche al gioco delle boccette (memorabili le partite che vi giocai con Adriano), nella frazione Villa, a mezza costa della collina su cui sorge il paese di Bazzano. La nuova sede operativa era ubicata in una zona particolarmente ventosa, fatto che provocava frequenti abbassamenti di temperatura, creando notevoli problemi sia per la realizzazione delle matrici offset, sia per una perfetta inchiostrazione: essendo il locale riscaldato da stufe a legna, era necessario accenderle molte ore prima di mettersi al lavoro, per raggiungere una temperatura accettabile. Stampare in proprio significava sì autonomia, ma anche affrontare difficoltà pratiche in apparenza di poco conto, richiedenti però tempo e fatica per essere superate.

Appese alle pareti del bar dell’Angiolino figuravano fino a una dozzina di anni fa, e forse ci sono ancora, due nature morte dipinte ad olio o ad acquerello da Adriano, che fin da ragazzo si dilettava anche di pittura figurativa, con uno stile vagamente impressionista, non privo di qualche vena surrealista: costituivano il “cambio-merce” con due prosciutti, come mi rivelò sorridendo tra i baffi mio fratello. Anche altri locali della zona, lungo la vallata dell’Enza o sulle colline circostanti, esibivano quadri di questo genere, firmati A.S.: quello forse più fornito era il ristorante con annessi bar ed emporio in località Currada, vecchia casa colonica riattata, sulla riva del fiume, a circa un chilometro dal Mulino, sulla strada per Ciano d’Enza, sede anche del posto telefonico pubblico dove ci si doveva recare (spesso a piedi) in caso di comunicazioni urgenti, o anche solo per acquistare le sigarette. La passeggiata per Currada era considerata una salutare ginnastica, da compiersi preferibilmente in gruppo, allegramente.

125714621-0e4ff746-0b21-49a4-b2ef-bdb6c4801f5bLe cose andarono bene, pur fra sussulti e qualche dissidio, fino al ‘77-‘78, quando cominciarono a verificarsi gli eventi disgregatori cui ho accennato in precedenza. La carriera giornalistica da me intrapresa mi concedeva sempre meno tempo da dedicare alle Edizioni Geiger, anche se non abbandonai del tutto il mio ruolo fino all’82, quando la stagione del Mulino era comunque finita. Anche Tiziano aveva iniziato un’impegnativa esperienza in campo pubblicitario a Parma e la sua presenza al Mulino si andò rarefacendo, sostituito in laboratorio dal giovane poeta Massimo Gualtieri. Ma soprattutto entrò gradualmente in crisi il sodalizio sentimentale e intellettuale tra Adriano e Giulia Niccolai, rapporto che si chiuse definitivamente nel 1979 con il trasferimento di lei a Milano. Osservatori esterni hanno attribuito a ragioni economiche la contemporanea crisi di “Tam Tam” : è vero solo in parte, le motivazioni di altro genere, assai più profonde, come si vede non mancavano. Da Torino, dove avevo le mie gatte da pelare (lavoro, separazione da mia moglie, frequenti traslochi, ecc), seguivo con preoccupazione l’acuirsi della depressione in Adriano: ogni volta che mi recavo da lui al Mulino, lo trovavo in una condizione oscillante tra una vociferante euforia e un malinconico silenzio, comunque sempre più attaccato alla bottiglia, elemento connaturato al suo vitalismo, è vero, ma in quei momenti segnale tangibile di quella “discesa all’inferno” alla quale, appassionato lettore di Rimbaud sin dall’adolescenza, aveva in fondo sempre aspirato.

Nella primavera dell’80 i vari pezzi parvero tornare a ricomporsi. Fra marzo e aprile i fratelli Spatola si imbarcarono per gli Stati Uniti insieme con l’amico fraterno Julien Blaine, per un viaggio tra California, New York e Boston, con un programma di performances, readings e incontri letterari, con la regia e l’ospitalità all’Ovest di Paul Vangelisti e all’Est di Luigi Ballerini e di Luigi Fontanella. Fu anche una bella vacanza, ma la lontananza da casa non servì a molto: al ritorno le nostre strade si separarono nuovamente e ancora per qualche tempo Adriano restò pressoché inattivo. Poi si riprese (anche grazie all’incontro con Biancamaria Bonazzi, la giovane donna che avrebbe sposato pochi mesi prima di morire) e ricominciò praticamente da solo a fare uscire “Tam Tam”, con molti libri pubblicati come supplementi. Ma questa è un’altra storia, lontana dalla magica atmosfera degli anni trascorsi a Mulino di Bazzano.

                      

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