Geographic drama, poesie di Carla Francesca Catanese

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Geographic drama, poesie di Carla Francesca Catanese.

    

     

U CAN PARK ON MY SOUL JUST FEW MINUTES - cf catanese
U CAN PARK ON MY SOUL JUST FEW MINUTES – cf catanese

Carla Francesca Catanese è nata a Bologna, ma il suo girovagare l’ha resa esistenzialmente apolide, in mondo apparentemente criptico e inconoscibile, a volte squarciato da parole e immagini che irrompono come fulmini nel contesto del reale.
Laureata in Lettere ad indirizzo Storico-Artistico all’Università di Bologna e specializzata in giornalismo e critica cinematografica, dopo diversi anni di lavoro come giornalista e addetto stampa per diverse Istituzioni italiane, dopo la crisi si trova a lavorare in un call center per una nota azienda Multiutilities.
Ha pubblicato nel 2005, con la casa editrice MINERVA EDIZIONI, il volume “Fotoricordi: viaggio tra collezioni private ed album di famiglia”, in collaborazione con lo storico Marco Poli. E’ presente con alcune liriche nell’antologia “Poesie del nuovo milennio” (Aletti Editore) e introdotta nel “Terzo censimento dei poeti bolognesi” (Giraldi Editore 2006). Nel 2012 ha pubblicato con il gruppo Kataweb-L’Espresso la raccolta poetica “Assolo per un corpo illogico” e l’antologia di racconti “Cartavetrata”. Il racconto “Ich bin” è stato introdotto nella raccolta “Lavoro Carnivoro”, 2012, Jota edizioni.
Finalista della terza edizione di REW[f], il festival internazionale Romaeuropa WebFactory 2011, per la sezione tweeteratura. Ha vinto la XVI° Edizione del Premio Letterario Navile, sezione POESIA, a cura della giuria presieduta da Gianni Ruggero Cascone, con la raccolta “TRIELINA”. Ha ricevuto inoltre la segnalazione anche nella sezione NARRATIVA con la raccolta di racconti “DONNOLE”.
E’ attiva anche nel campo delle arti visive, con lo pseudonimo di Francesca Modotti ed ha esposto in diversi contesti italiani (fruttuosissima la collaborazione con Fantomars-Arte Accessibile di Giovanni Monti a Bologna) e internazionali (Berlino, Madrid, San Paulo del Brasile) con all’attivo più di una trentina di mostre tra collettive e personali, allineandosi sulle tendenze della visual art contemporanea (fotografia, performance e videoarte), che mastica, rielabora, interiorizza, esterna. Usa spesso il proprio corpo come s/oggetto delle visionarie interpretazioni. Segnalata al Premio Celeste 2010 con il video “Bodies  Dissolution”. Selezionata al MUV festival con il video “Bodies Dissolution Reloaded”. Il suoi video sono stati spesso selezionati dal critico Giovanni Viceconte ed introdotti nella rassegna internazionale 2video di UNDO-ARTHUB, fino ad arrivare al MACRO di Roma con la rassegna VISIONI ACUSTICHE, in collaborazione con la più nota videoartista italiana, Francesca Fini. Nel 2015 ha partecipato al FESTIVAL INTERNAZIONALE DI FOTOGRAFIA EUROPEA di Reggio Emilia, con la collega Silva Nironi nella personale “La terra è mobile”.

      

Essenzialmente istintiva, per nulla ragionata, la poetica di Carla Francesca Catanese si distingue per una matrice visionaria e carnale. Le liriche sono spesso piccole performance in cui il soggetto estetico si contrappone in termini dialogici ad un altro (da se’, dall’uomo, dall’essere umano) ora reale, ora metaforico, ora sostanziato nella vertigine dell’abbandono. Per l’autrice è il senso “in ogni senso” ad essere liberato dalla prigionia del reale, in un’atmosfera spesso dissonante e straniera. Straniera alla propria essenza, che di parola in immagine, diviene l’ossatura di una ricerca e di una sperimentazione non solo linguistica, ma – prevalentemente – esistenziale.
Aspetto di trasformarmi in jena/ per capire/ con la tirannia dell’olfatto/ questo corpo prigioniero di attese.// Niente di spirituale, ahimè, / che la carne/ pesa Qui – mondo crudo –/ nell’istante di una parola scalza.// E ritorno all’assurdo del Mito,/ che so i giorni mi muteranno,/ con la condanna dell’esule e qualche distrazione/ in modalità aereo costante.

Vi proponiamo alcuni suoi testi inediti:

 

     

SCENA II° – IL SENSO ASSOLO. AUTOCOMMISERATIVO.

Non guardarmi le lettere
che capisci l’inganno
e confondi l’incanto di sillabe storte
con l’assolo vanesio di un corpo illogico.

Non guardarmi le lettere, ti ho detto.
Non leggere l’arcano
che le mie dita regalano
al prossimo pensiero
e le mie mani incollano
alle righe di un quaderno capovolto
e i miei occhi ritagliano attorno
alle ombre lucide per sfidarne i contorni
e che i miei fianchi
odorosi del nulla spaccano fragili
dettagli di un’inutile condanna.

Non guardarmi fuori.
Sono il dentro peggiore che puoi
immaginare,
intessuto tra i codici astratti della pelle e
l’inquietudine altezzosa di me.

*

VESPERTINE

Di questi silenzi catacombali
Ne ho piene le orecchie
Infiammate di sussurri.
Portami vicino al cedro, e come un pianto notturno,
Simuleremo le nozze che hai mirato al mio cuore.

Che la vita corre,
E io non so darle danza.

Che io sono antica,
Infranta di memoria.

Che io sono presuntuosa come un dio,
creato per dono al riposo amaro
di qualunque futuro.
Lasciatemi proprio qui,
In questo punto esatto
di perdizione e calma,
a invocare un terremoto.

Che tra due sconosciuti non c’è pietà, ma qualche convergenza
Preterintenzionale, in capo ad una chimica.

Che ora però
et labora,
la solitudine pulsa,
e siamo tutti umani
in fila per un buon giorno Amen.

*

PORTISHEAD

Stancano i ricordi
scompongono frammenti
La testa     stordita a trafiggere           rumori.
E tu che sei un po’ più di niente,
portami la savana – il suo silenzio circolare – un diradarsi di battiti di ciglia
per quietare notti senza angeli,
girotondi ad uscita obbligata
come quell’uomo teso ad accogliere treni tra le sue braccia,
quasi fossero stelle sfiduciate
senza fissa dimora
che non trovo mai e ancora e mai
l’eco di una casa.
Vivo come d’acquario
e, ad ogni risveglio,
sento tremare il sangue,
un terremoto ancestrale.

*

DOPPELGÄNGER

Le soluzioni ci sarebbero, credo
se rincorressi al contrario le ipotesi se lasciassi entrare come un fulmine l’imprevisto del senso
dentro la porta che non ho casa
su un balcone protetto dai fiori marginali di un’altra umanità
se ritornassi dove sono stata
con passi scalzi e inattesi in una vita parallela
ma palpitante audace complice del mio stesso sangue,
il motore contratto diverrebbe forse tridimensionale
se appoggiato a due occhi colmi di parole e rivoluzione
con la bocca suadente
ubriaca celibe intatta
solo
per un vizio di forma.

*

GEOGRAPHIC DRAMA

Non sono Naoko, nè Giulietta, e questo non è l’Oriente.
Ho perso tutti i punti cardinali
e non riesco nemmeno a ritrovarli
sotto la tazzina da caffè
          che io non bevo
                               un risveglio solo.
Li ho persi e poi li ho cercati per bene,
persino per sapere se c’eri vicino come un sorriso
                      (la tenerezza del mistero non è geografia, l’ho capito)
Ma è che senza mappa,
lo sai,
          io
mi perdo di me.

*

EINGANG

Le parole finite galleggiavano sul bicchiere d’acqua malservito.
Non credevo che l’anima si potesse smembrare così, istantaneamente, ad un tavolino da bar percosso di incontri.
Al tavolino di un bar, in una città assente.
Che vedevo le strade incomplete
di gente dallo sguardo comune,
le vie deserte come da inizio d’anno, il danno,
il vischio inerpicato sulle pareti di battenti chiusi. Le porte.
Ed io
seduta allo stesso istante con il t(h)e di fronte
inclinavo il mio cuore
sull’ennesima uscita,
ultima a sinistra, dopo i dessert.

*

      

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opera di Maurizio Caruso

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