Girasoli, poemetto di Paola Musa

Ivo Mosele, Vetrina a Milano Marittima

Girasoli, poemetto di Paola Musa.

    

    

Paola Musa è scrittrice, traduttrice, poetessa e paroliere. Nel 1986 ha preso parte alla rassegna internazionale di poesia “Il Minatore”.
Ha vinto una selezione di poesie raccolte in un volume dalla casa editrice “Arpanet”, recensita da Elisabetta Sgarbi, Editor Bompiani, e una targa di merito nel concorso “Renata Canepa”. Ha tradotto diverse poesie del poeta inglese Richard Berengarten, apparse sulla rivista “Poesia” (Crocetti editore) e in varie riviste internazionali.
Pubblicazioni:
– Condominio occidentale, romanzo (2008, Salerno Editrice), selezionato al Festival du Premier Roman de Chambery e al Premio Primo Romanzo Città di Cuneo.Dal romanzo è stato tratto il tv movie per la Rai (“Una casa nel cuore”) interpretato da Cristiana Capotondi.
– Il terzo corpo dell’amore, romanzo (2009 – Salerno editrice).
– Ore venti e trenta, poesie (2012, Albeggi edizioni).
– Silloge poetica all’interno del vol. VI di Italian Poetry Review (plurilingual Journal of Creativity and Criticism, 2013 Sef).
– Quelli che restano, romanzo (2014, Arkadia editore)
– Go Max Go, romanzo (2016, Arkadia editore)
– Anse di Memoria, poesie (2017, Macabor editore)

*

GIRASOLI

   

I

Fai strada con lentezza
al senso che ti sfugge.
Irriga poco a poco con la tua roggia
l’opinione che si fa e si disfa.
Setaccia il caffè nero degli eventi
sorseggia le ore a te promesse –
è ancora chiusa la porta a più mandate.
C’è tempo, per la battaglia.

Il mondo si ricomponga
al tuo sguardo senza fretta
ma attento a lui, si prepari,
che impietosa scorrerà comunque
la colata del tuo fraintendimento,
il piacere grave e sottile
di un miserabile giudizio.

I fatti s’impigliano umettati.
Non ti sottrai.
Li stacchi dal tuo pelo
in una spezzata controluce:
due estranei nello stesso specchio.

La radio affolla il bagno
di tre metri quadri.

Distendi lento la schiuma
tra intelletto e bile
scremando la tua etica slavata
da ciò che non ti tocca da vicino.

   

II

Occorre indignarsi, dici,
ma docile ti astieni.
Intanto lavora silenziosa
l’astrazione asettica,
l’argento lucidato del pensiero.
C’è ancora ruggine da scartavetrare
dagli elmi del passato, dai cappucci del boia.
Ma adesso è tardi.
Metti gli eroi da creare e quelli da distruggere
nella tasca vuota.

    

III

Filtra lieve il sospetto
dall’uscio che ti attende
ed è subito tenebra.
Un seducente malanimo
si spoglia con lentezza
e asseconda il vizio segreto
del tuo partecipato dissentire:
quel vago malcontento
che si va spargendo lentamente
fino a sera, come polvere,
da quando uscito dal tuo buco
il pensare rigoroso è sporcato
più dai sensi che dal senso,
dai troppi corpi, troppe auto, troppe razze,
e poi la gastrite insidiosa
che ti attende a mezzogiorno,
l’ira nascosta per qualcosa d’incompiuto.

Quel senso di fastidio verso la tua specie
che contraddice l’indice abbassato.
Lo stanco borbottio della tua acredine
che mal sopporta il rubinetto
aperto del vicino,
in una stanza chiusa l’alito dei vivi,
l’indecenza del cassonetto aperto,
tutto lo spreco umano
che innalza i totem dello scarto
(in cui temi di trovarti)
e altro non sai fare
che avvelenare i campi degli altrui girasoli.

    

IV

Eppure c’era un prato
a nord della tua fronte,
che ti frusciava nella schiena
il suo giallo incosciente.
Un tempo conoscesti,
in cui ruotavi lo sguardo
nell’eliotropica danza
delle ore.
Puntavi l’occhio al sole
e la pupilla appassiva
in pozze di luce,
accarezzando steli
senza mani di roncola.

Poi venne il verbo.
L’edera dei nomi
attecchì nel ventre
un feto d’ombra,
spingeva verso il basso,
slabbrando una curva
più vecchia dei tuoi anni.

Poi venne al mondo il mondo,
a concimare la sua dannata storia
e a vangarti le reni ormai svuotate.

    

V

Tu vuoi sapere, tu non vuoi sapere
dove, come, quando –
l’alta definizione, la giusta informazione,
tu hai studiato il tuo secolo, tu disprezzi il tuo secolo,
tu sai che eternamente fluttua il cambio del reale,
tu sai che il trend è un nemico immateriale,
tu punti indice e titolo, tu sei mercato, ma tu –
tu dici
anche:
da qualche parte
avranno pur fatto gemme le parole.

Con quale falce tuttavia
mieteremo la verità sui gulag,
il fumo dei forni crematori,
le strenne avvelenate dell’imperialismo,
la decadenza che oscilla ma non cade
l’anarchia, la mano monca dello stato,
la libertà concessa all’assediato.

Tu credi di discernere
tu credi e dici poter scegliere –
ciò che ti serve è in fondo esposto
negli outlet del pensiero
ma prendi tempo,
una pausa – da merendina kinder.

    

VI

A una stazione
uno spot pubblicitario.
Una bocca rubino gigantesca
flagella la piccola figura di un indiano
che vende fazzoletti.
La radio sempre accesa sullo spread
per non udire chi bussa alla finestra.
Divaricata è l’ampiezza,
hai altro per la testa.

    

VII

Orde di barbari avanzano, e sospetti,
all’improvviso, di stare camminando
già da un pezzo in mezzo a loro.
Ai confini dell’impero
c’è una capanna che a demolirla
si trasforma in due capanne,
che a demolirle si applica
un principio di mistero matematico.
Sulle palpebre si affollano le cosce
di principesse tecnologiche.
L’interruttore non si spegne,
anche volendo.
Sei un cieco in brulli prati
di morti girasoli.

 

     

VIII

Tu nutri speranze, tu disperi.
Tu sai dei disperati, ti sei indignato, ieri.
Tu commenti i commenti, discerni le opinioni.

C’è una stanchezza che annusi,
cane azzoppato,
da vecchio continente.
Qualcosa che cammina rasente la tua bocca
e arriva ad invidiare chi macina chilometri di mare
e sopravvive.
Tu, non potresti.

     

IX

Tu dici
i manichei dimorano ovunque
ma non consentono l’accesso in casa propria.
L’Europa del Rinascimento,
ti pare di avere appena udito,
apprese che il male è bene,
il bene è male.
Ma ciò che apprendi scostandoti dal vero
è una fornace spenta.

     

X

A un’altra stazione obliteri
la croce che sostenta.
Il vago malcontento si aggiusta
la cinta del risentimento.
Le porte si chiudono alle spalle
e tu già conti il tempo che rimane.
Un’ultima sbirciata al reportage.
Ti chiedi,
strano,
dei suicidi mai foto,
solo nomi e mestieri.

Scuoti ancora la testa
(altro non sai fare, da mattina a sera)
ma l’intrusione del reale quotidiano
ti spinge di nuovo sulla nuca,
pensi, quel tale, assunto da due mesi,
mi comanda. Pensi, da adesso
è il mio nemico.
Odi le pause negli androni dei caffè
i colleghi, gli organigrammi e le mansioni
i calcoli imbottiti di sperequazioni.

    

XI

Talvolta ti assopisci nel tuo risentimento.
Sogni isole dove lo sperma della gioia
feconda al solo restar soli.
Un’infelicità’ insidiosa rigurgita
in ceste di vendetta.
Non osi gettar via il frutto mai mangiato.
Fiorisce mesta la muffa tra i limoni.

Ore le secche di terre desolate
s’irrigano con termini economici.
I mercanti del tempio s’avvitano alla pancia
urticata d’illusioni.

Un pertugio segreto anche tu scavasti,
anno dopo anno,
dove essere altro da te stesso
per scorrere e montare in sangue artificiale.

Forse è così che declinano gli imperi:
negli attimi furtivi in cui sniffate immagini
smembrano il tuo peso virtualmente
o forse tu – cieco, svuotato, sei quello declinato,
il paggio ignaro dei loro desideri.

E ora temi il diluvio.
Forse sei il diluvio.
Ma anche nei flutti
di questo vecchio mondo
l’acqua più oscura increspa
e accosta alla zattera i tuoi petali:
afferrali, i girasoli annegati,
ravvivali, come chioma di sposa.

*

       

Ivo Mosele, Vetrina a Milano Marittima
Ivo Mosele, Vetrina a Milano Marittima

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