Gli occhiali di Sartre di Ivan Fedeli, nota di lettura di L. Paraboschi

New York Stories, Edipo relitto,  Woody Allen, 1989

Gli occhiali di Sartre di Ivan Fedeli, Puntoacapo ed. 2016, nota di lettura di Luigi Paraboschi.

    

    

Mi piace iniziare il giudizio del libro che vi sottopongo questa volta, riportando da esso uno stralcio della poesia “conclusioni“ che lo chiude:

Altro accade e non si sa. Ci si stana /insomma, portando a passeggio il cane /dopo gli svincoli e si parla al vento /ragionando sui massimi sistemi, /di quanto resterà di noi, domani.

e mi soffermo sui verbi : “accade – stana -resterà “, perché questa sosta può aprire uno spiraglio abbastanza ampio sulla tematica che Fedeli affronta e sviluppa lungo un numero notevole di poesie che suddivide per argomenti affini e che classifica sotto una decina di titoli-capitoli, tutti univocamente ispirati dal segno caratterizzante la sua poesia, l’empatia con la quale egli si pone nei confronti dei suoi personaggi e delle loro storie.

Di fronte a quanto accade nel vivere di ognuno l’autore ci vuole stanare raccontando le sue storie, vuole farci entrare nel loro “accadere“, farci sostare fino a porci la domanda su ciò che resterà di noi, quando non ci saremo più.

Spero che questa mia premessa non induca chi mi legge a considerazioni preconcette sul conto della poesia di Fedeli, quasi temendo che essa sia appesantita dalla ricerca di una risposta, attorno ai “massimi sistemi“, perché le poesie di questa raccolta sono ben lungi dalle “desolazione dei morti di Eliot o dalle amare irrisioni di Montale“ come scrive Elio Pecora nella sua prefazione; Fedeli è tutt’altro perché egli osserva uomini, fatti e cose con occhio umano intriso di un senso di pietas che diventa una forte adesione (non solo laica) alla nostra umanità, di poveri diavoli, o poveri Cristi, ma lascia alla libertà ed alle convinzioni di ognuno ogni giudizio morale.

M piace riprendere ancora qualcosa dalla prefazione di Pecora che mi sembra chiarifichi meglio il pensiero appena espresso: ”Fedeli rifiuta il vuoto e la negazione, così tanto acclarati nel Novecento, se dà voce a folle che, pure nella fatica e nella delusione, sperano «in una quiete prospera finché / va», attendono ogni giorno dell’esistenza come un bene “irripetibile”.

Anche a me queste “folle che sperano” sembra il tema dominante di tutto questo lavoro, ma sono folle che l’autore non vuole interpretare con gli occhi di quell’ideologia tutta basata sul rapporto uomo-storia (e da qui, per me, ha origine il titolo “gli occhiali di Sartre“) che per così tanti anni ha contraddistinto la critica letteraria del ‘900, ma la sua chiave interpretativa è, come dicevo in apertura, l’empatia nel confronti dei tanti esseri umani impegnati quotidianamente nello svilupparsi -non sempre sereno o senza difficoltà- delle loro esistenze, quasi sempre precarie o quanto meno fluttuanti in mezzo al flusso del vivere .

Troviamo pensionati al mercato, casalinghe ai margini, commesse alle casse dei supermercati, frequentatori di bar intenti al gioco delle carte, ragazze che sognano una vita diversa, immigrati, badanti, mendicanti, mutui da pagare, figli che non arrivano, ci siamo noi umani con tutte le nostre debolezze e le caratteristiche che fanno di noi veri uomini e donne proprio a causa di esse.

Non è una poesia astratta quella di Fedeli, difficile da decifrare, ricca di metafore insolubili; non vola in spazi dentro i quali solo pochi possono e sanno accedere, anzi, ci sono autori di riferimento forse inconsci che hanno in qualche modo influenzato la sua scrittura, e penso a qualche poesia di “lavorare stanca“ di Pavese, specie nella presentazione di certe figure femminili tese alla ricerca della loro identità o collocazione nel modo, penso a quell’opera monumento ai defunti ed alle loro caratteristiche che avevano da vivi che Lee Masters ha raffigurato nel suo libro di poesia, e non posso non raffrontare ad esso questa raccolta sui vivi di una città, Milano e la sua periferia, con tante figure di persone spesso attraversate dalle difficoltà, ma sempre osservate con quella benevolenza umana che Fedeli assume nel suo dipingere usando le parole in tono bonario e accomodante ma privo di pregiudizi.

A differenza di tanta poesia del nostro tempo che spesso sviluppa una narrazione in prima persona, quella di Fedeli è piuttosto una forma elegante di prosa di altissimo livello condotta in terza persona che in primo momento mi ha ricordato la scrittura dello scomparso Oreste Del Buono se questi avesse espresso le sue storie in forma di poesie invece che con i suoi fortunati romanzi.

I personaggi sono ricchi di spessore, alcuni danzano nel vuoto di esistenze auto-contemplative, ma il poeta li osserva e dà di essi un giudizio preciso, che a me sembra un giudizio rigoroso ma non moralistico e al tempo stesso anche politico che la sa trasformare in poesia civile e non solo poesia di ritratti, come in questa di apertura:

Le anime belle,…
Sanno di nuovo
se profumano di Denim e si specchiano
furtive per dirsi non sembro poi
male. …

e danno occhiate veloci sul mondo
prima di una chiamata al cellulare
o un’immersione in rete. Crederle intere
perché hanno spiccioli per ogni angolo
quando il male è degli altri e non sai a chi
toccherà domani. …

Sperano così
in una quiete prospera finché
va…

Invece questa dedicata a riflessioni attorno alla vita di un casellante dell’autostrada induce l’autore a considerare che:

Separa gli anni come chi sta in coda:
alcuni gentili, quelli un po’ ruvidi
da cacciare via, alla svelta.
C’è un prima
e un dopo anche per lui tra chi va e chi
accosta.

Questa persona si rende conto di vivere il ripetersi monotono degli stessi gesti dal mattino alla sera, giorno dopo giorno, come spesso siamo noi nell’esercizio delle nostre mansioni

Manca un presente, una sosta
lunga, quasi accadesse a precipizio
la vita e il tempo ripetesse se
stesso ogni volta… 

Tutto sempre uguale
anche col sole a picco o quando piove

Ma la speranza, la fiducia in qualcosa di diverso a quella monotonia vengono fuori dai versi che seguono nei quali si legge la solidarietà umana dell’autore nei confronti del suo personaggio, in quel desiderio di “trattenerlo per intero“ 

Ma dicono ci sia terra per tutti
e un mondo irrinunciabile. …

Trattenerlo allora intero: gli occhiali
sul naso, i capelli radi, la faccia
di chi guarda ma non vede. 

Non c’è solo l’adesione dell’autore alla sua creatura, c’è la dichiarazione esplicita che la speranza non è scomparsa, quella speranza che “ci rende unici“ come persone create

C’è un tempo
meraviglioso per tutti, una luce
che svela ogni minimo gesto e rende
unici.

Sa di casa quel sorriso
tronco, il modo con cui ordina gli spiccioli,
anche il viso da nonno. Forse avrà
figli, qualcuno da vedere in foto
all’inizio turno. Forse si stanca
pensando alla sera, …
Poi aspetta
la fine del giorno, come se lì
s’accendesse di nuovo il mondo e un vento
propizio lo portasse via, ben oltre.

Analogo sguardo, forse un po’ più affascinato dalla grazia di una giovane donna, l’autore rivolge ad Anna che non ho potuto non accostare ad alcune figure di donne così ben tratteggiate da Pavese, come Deola o ancora meglio Gella.

Aveva nello sguardo la pazienza
di quelli che sognano il sole, l’Anna,
il collo cigno, la maglietta

Dicono avesse parole per tutti
e i baci in segreto, dopo le nuvole
di passaggio. Sorrideva per gioco,


La vorresti un po’ tua
con un filo di voce quando sfila
il profilo e va, nell’inconsistenza.
Poi è mattina anche qui, tra accenti slavi
e il moto operoso dei camion
 

Altri personaggi femminili appaiono nell’universo del poeta, e sono pensionate, casalinghe, cassiere, donne ancora vogliose di apparire, fiduciose, piene di speranza, che godono anche delle piccole cose come un saluto

La signora Lodi saluta tutti
immaginando il vento la mattina
e un buongiorno dai figli mentre apre
l’Avvenire al bar e sorride piano
per non disturbare. …

ma che non si prendono troppo sul serio, si accontentano della bellezza delle giornate e non disdegnano gli sguardi degli uomini giovani, come la signora in esame che:

Invecchia così, senza prendersi
sul serio perché a morire c’è tempo,
vivere invece è cosa sua…

…e lei pensa a Vivaldi, a primavere possibili.
Dicono ami ancora guardare i ragazzi,
pettinarsi i capelli perché gli anni
donino sempre decoro a chi è libero.  

E si avvia, piena di speranza

Poi va, verso un futuro incontenibile.

Altre belle immagini di donne ci vengono presentate attraverso le cassiere del supermercato, che:

Faticano così tra un tre per due
e la cresima dei bimbi in arrivo,
quella permanente in cerca di gloria
dopo il cambio turno.

Sorridono ed hanno fiducia in una protezione silenziosa dal cielo

Eppure sfornano
sorrisi dalle divise azzurrine
nell’idea che tutto sia pulito
e qualcuno ci protegga lassù
in gran segreto.
 

sopravvive dentro di esse quel piacere segreto che nasce in ogni persona, uomo o donna che siano, nel vedersi ammirata,


Sognano la vita
vivendola che altro non serve credono
arrossendo a un complimento inatteso
e scappa uno sguardo diverso allora,
un silenzio d’intesa quasi a dire
ecco esisto anch’io.

 

e questi versi finali sono il commento dell’autore che è capace di avvolgere ogni cosa, sentimento, desiderio, sogno dentro l’immagine dolcissima che segue

Questione di un attimo
poi il giorno va ma tiene una dolcezza
inquieta, come di rosa sfiorita.  

Ci sono anche giovani dei quali il poeta scrive:


Verrebbe da abbracciarli con un pizzico
d’invidia, pensare di essere stato
loro anche tu un tempo  

giovani che cresceranno e per loro egli pensa

Saperli padri tra vent’anni e in tasca
un futuro da grandi, senza ipoteche.

e una volta adulti saranno forse ridotti come questo Sergio del bar che

Vive la vita e basta
nonostante la fatica degli anni
e qualche rata qua e là che va via
con il sonno. …

…e di nascosto carezza la moglie
per abitudine forse. Allontana
la morte così e il domani non ha
prezzo,… 

Lo sguardo di Fedeli si immerge anche nel mondo di coloro che sono costretti a servirsi   del metrò, e si direbbe quasi che l’essere obbligati a scendere sottoterra accentui in ognuno quel senso di indifferenza all’altro, spinga alla chiusura dentro sé stessi ed i propri problemi che invece quando si cammina per la città non si ha il modo di manifestare, come pensa questo personaggio

In basso il mondo si perde
pensa sgomitando alla cieca quasi
avesse un peso l’aria tra un si scansi
e uno sguardo gentile

Me la folla si muove invece così:

Vanno uno via l’altro irriducibili
la testa bassa come le formiche
d’inizio estate…

dopo scompaiono alla vista e sotto
una terra li accoglie tra Precotto
e la città. È la vita senza cielo:
non c’è pioggia o vento e accade così
ogni giorno, immaginando le rose
a maggio, quel profumo di contorno,
nonostante il passo anonimo accanto,
lo sbattere dei tacchi sulle scale. …

Non ho casa
scrive senz’acca e c’è chi storce bocca
e naso. Dura un attimo. Nessuno
che si ferma, nessuno ci fa caso.  

Il percorso di Fedeli attraverso la città è lungo, dettagliato, e preciso. Egli non lascia cadere alcuna occasione per effettuare un ritratto dei pensieri segreti di ognuno, ma non perde mai di vista la domanda profonda che attraversa tutto il suo lavoro e che mi sembra molto ben rappresentata da questa ultima poesia che riporto per intero

Ma lui così simile a noi, così uguale:
lui padre, in giacca, ordinato quasi bello,
fermo lì a lato a scrivere le cose che fanno
male: la fame, il pudore che va, la dignità.
Tutto sa di pane e Milano è terra
di festa: i cartelli, l’expo, le sorti
di un mondo che più non si può. Dividere
lo stesso peso d’aria, anche il sapore
del vento, la corsa che porta a casa
ogni giorno, allora: di che si nutre
l’uomo quando ci si sbriciola un po’
alla volta, si chiede mentre scopre
la vita e come è dura la città
quando si sgretola il presente. Torna
alla mente un padre nostro, l’idea
che ogni futuro sta nella grandezza
dell’uomo. Sente dentro che affidarsi
è bellezza: serve chi fa da scudo,
chi lo dà, il pane. Sosta al bar cinese:
non c’è male a pensare a un caffè qui
a Loreto, dove il metrò si sfibra
e le linee del viaggio separano
popoli, tempi. Pagherà qualcuno
o forse leggere una poesia
basterà, anche se non la capiscono,
non sentono. Ma sorridono gli occhi
del giovane alla cassa, passa sembra
abbozzare in quell’italiano in ombra.
C’è nel suo silenzio un atto d’amore:
non si muore mai, non abbastanza
e un futuro improvviso, a volte, sorge.  

Ho volontariamente evidenziato in grassetto alcuni versi perché credo, e spero di non essere smentito, che essi rappresentino fino in fondo la visione profonda, intima, dell’autore stesso, che conclude in suo viaggio per Milano e le sue periferie esponendoci ancora una volta la sua fede e la sua speranza, che, devo ammetterlo, è la stessa di colui che ha redatto queste note molto semplici.
Un viaggio, quello di Fedeli, compiuto con amore verso l’umanità più varia, che tocca tutti gli aspetti di esistenze quotidiane ricche di silenzi, di desideri inconfessati, di sogni accantonati, di speranze mai defunte, di bellezze da scoprire.
E’ la ragnatela dei nostri pensieri, dei sentimenti, delle parole non dette quella con la quale noi intessiamo la nostra vita, e Fedeli ha cercato di darcene una lettura ricca e amorevole, e il mio augurio è che un libro così bello ottenga i riconoscimenti di pubblico e di critica che sia merita.

copertina-fedeli
in apertura New York Stories, Edipo relitto, Woody Allen, 1989

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