Avant-garde! Giorgio Manganelli: retrospettiva a cura di Giovanni Campi. Puntata 2

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Avant-garde! Giorgio Manganelli: retrospettiva a cura di Giovanni Campi. Puntata 2.

   

   

perché esiste qualcosa da dire piuttosto che nulla?

    

Cazzo! Ma lo sai che muori? Muori, veramente! / Folla moribonda, tu guardami, tu vedimi […]. / Giunge, intendo dire, la morte, esattamente / come dopo il giorno viene la notte tenebrosa. / […] Non darci importanza: tieni per certo, è cosa che finisce […].” (7)

Partire dall’ultima poesia, quella, come suggerito dallo stesso Manganelli, con le suggestioni da Stephen Hawes, e cosí, che sia l’ultima, ci è dato di sapere grazie alla Nota al testo di Piccini, partire dunque dall’ultima e non dalla prima poesia, come sarebbe stato forse piú logico fare, non è tanto o non soltanto per contravvenire all’ordine cronologico, quanto per venire incontro al dettato manganelliano del disordine o confusione dei tempi: non ci ha forse lasciato detto, sí, proprio a noi, a noi “lettori imprecisi, […] impossibili, [… di] allude[re] ad eventi accaduti tra due secoli, che accadranno tre generazioni fa”? (8)

Se è vero, come è vero, che Manganelli, nel momento in cui scrive, e uso il presente proprio per adattarmi al disordine dei tempi or ora detto, nel momento in cui scrive una prefazione, una recensione, un saggio, su qualche autore, è come se scrivesse dei risvolti a suoi possibili, o anche impossibili, libri; ecco allora che quando e quanto scrisse su e di Beckett in occasione della pubblicazione d’un suo volume di poesie (9):

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quando uno scrittore, già noto per singolari imprese di romanziere e drammaturgo, ci affronta con un fascio di poesie, quasi fosse agli acerbi inizi di una incerta carriera, lo accogliamo con assai misti sentimenti: una simpatia curiosa ma non generosa, ed anzi un poco ironica, per lo scrittore che osa esibirsi nella piú ambiziosa e perigliosa delle imprese letterarie; cautela contigua alla diffidenza, giacché sa di soperchieria questo commerciar poesia sotto una insegna già altrimenti illustre; e anche una punta di deplorazione per il romanziere che, sospettiamo, mosso da una incauta pietas verso se medesimo, recupera i documenti di un estro da tempo estinto”(10),

ecco che ciò potrebbe avvalorare la ragione del suo non voler dare alle stampe nessuna poesia: il non essere disaccolto, o malaccolto, il non essere deplorato.

Nonostante talvolta abbia pur pensato di alcune pubblicarne (la testimonianza del quale pensiero sono i due “indic[i d’autore] scritt[i] a mano“, indici di cui il Piccini ha tenuto conto per la “prima sezione del libro“),   ma non certo quelle giovanili, quelle mostrate ad esempio al Professor Vittorio Beonio Brocchieri con il solo risultato che “ha detto che certe mie poesie, se pubblicate anonime, potrebbero venire attribuite a qualche moderno, e questo mi dispiace non poco“, e che dunque “forse è piú il negativo del positivo” (11), Manganelli, dopo qualche anno in cui sovrappone le produzioni di saggî, prosa e  poesia, si dedica esclusivamente alle prime, abbandonando del tutto la produzione poetica propriamente detta.

Naturalmente, elementi intertestuali si succederanno anche in séguito, ma restando a quegli anni, segnati tra l’altro dal suo esordio, e muovendo i nostri tra i suoi passi, proprio “come [un] ventaglio di rette [che] si monoaccentr[i]” (12), si riprenda a pretesto per accennare all’idea che Manganelli ha della funzione poetica l’articolo saggio sulle poesie di Beckett, il cui titolo è “qualcosa da dire“. Quanto gli sia ostile questo qualcosa da dire si può rinvenire anche nell’intervista effettuata da Eugenio Battisti a lui e ad altri autori del famigerato Gruppo 63 in occasione della chiusura dei lavori della loro seconda riunione tenutasi i primi di novembre del 1964 a Reggio Emilia, intervista in cui a un certo punto Manganelli citando altri cita sé stesso e proprio riguardo all’articolo testé detto: “ho anche citato Auden: «Guai allo scrittore che ha qualcosa da dire». […] Bisogna assolutamente che lo scrittore, come mi è capitato di dire in un articolo su Beckett, prenda la sua verità, e la trascini per i capelli, in una regione in cui la verità come tale non ha alcun privilegio sul falso” (13), questo perché “[avere] qualcosa da dire [è] per uno scrittore [un] inizio rovinoso: il problema è, sempre, di trasformare quel qualcosa da dire in struttura, in linguaggio” (14).

Se dunque d’un lato si dà questo qualcosa da dire,  ostico e a lui e allo scrittore in genere, d’altro lato si può immaginare vi sia il suo opposto, vi sia appunto qualcos’altro, e piú confacente anche, e paradosso vuole che questo qualcos’altro, non essendoci né qualcosa né altro, non sia che il “niente da dire“, niente da dire che già nel primo trattatello sul suicidio associa in modo indissolubile alla poesia: “nel 300 e fino al 500 non mettevano titoli alle poesie. Avevano perfetta coscienza che una poesia non parla di niente. Di che parla «chiare e fresche e dolci acque»? Di niente” (15). Niente da dire che nello stesso trattatello, come una sorta di continuità nella diversità, associa, per altro, anche alla prosa: “diremmo che il modo in cui una prosa non dice nulla – il modo di essere insignificante di una prosa – è diverso dalla poesia” (16). Niente da dire che infine e altrove associa anche alla musica: “ecco, la musica, che cosa meravigliosa. Nessuno chiede mai alla musica che cosa vuol dire. È pacifico che la musica non voglia dire niente.” (17)

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La cosa meravigliosa sarebbe dunque avere, piuttosto che qualcosa da dire, niente da dire.

    

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(7) Poesie, pg 213 ed. cit.

(8) La letteratura come menzogna, [1967], pg.219 dell’ed. Adelphi 1985 dal titolo omonimo

(9) si tratta di Poesie in inglese, Samuel Beckett, Einaudi 1964

(10) Qualcosa da dire in La letteratura come menzogna, pg. 95 dell’ed. cit.

(11) Lettere alla fidanzata Fausta Chiaruttini, trafiletto tratto da «Poesia», XII, n.130 luglio-agosto 1999 pg.4

(12) Hilarotragoedia, pg. 10 dell’ed. Adelphi 1987

(13) Gli amici dissidenti. Il Gruppo 63 a Reggio Emilia in La penombra mentale, pg. 27-28 Editori Riuniti 2001

(14)  Qualcosa da dire in La letteratura come menzogna, pg. 97 dell’ed. cit.

(15) Un libro, inedito parzialmente pubblicato in Riga 25, Marcos y Marcos, pg 113

(16)  Ivi

(17) tratto da G.Pulce, Lettura d’autore. Conversazioni di critica e letteratura con Giorgio Manganelli, Pietro Citati e Alberto Arbasino, Bulzoni, pg 115.

                            

diga Inguri, Georgia
diga Inguri, Georgia

5 thoughts on “Avant-garde! Giorgio Manganelli: retrospettiva a cura di Giovanni Campi. Puntata 2”

  1. Ho letto con attenzione entrambe le puntate della retrospettiva cercando di cogliere il tuo apprezzabile tentativo “d’enumerare caoticamente le discordi concordanze e le concordi discordanze tra prosa e poesia manganelliane”. Compito arduo questo dal momento che Manganelli é stato autore di opere dalla prosa elaborata e complessa, di racconti-visione in cui spesso emergono parodia e sarcasmo. In “Letteratura come menzogna” scrisse che il compito della letteratura è quello di trasformare la realtà in menzogna attraverso forme e stili finalizzati alla contestazione. E a quest’opera infatti ho associato l’espressione «Guai allo scrittore che ha qualcosa da dire». Dopotutto alla musica non si chiede che cosa voglia dire mentre pretendiamo di capire il messaggio di prosa e poesia. Siamo sempre alla ricerca del senso mentre a volte é bello ascoltare il suono senza necessariamente farsi coinvolgere dal significato. Grazie, Giovanni. Lettura molto apprezzata.

  2. Condivido la retrospettiva.
    Poesia e prosa si sostanziano difatti in parole e -come diceva Manganelli- le parole sono certamente un suono, ma non per forza hanno un significato.
    Ne segue che letteratura e prosa esistono in quanto suonano e non in quanto significano.
    Esse non hanno proprio nulla da dire, ma -come la musica- hanno valore per il loro suono.
    Un giovane critico ha giustamente osservato: “E’ come se il Manga avesse vissuto una relazione lunga e tormentata con la parola, e lei, alla fine, esausta dalle continue richieste dell’amante, si fosse pronunciata così: ‘Non ti devo alcun significato, prendimi per quel che suono’ “.

Gentile lettore, all'autore di questo articolo farà molto piacere se vorrai lasciare un commento.

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