Gorizia on/off di Giovanni Fierro, lettura di Luigi Paraboschi

1984.315.30

Gorizia on/off di Giovanni Fierro, Qudulibri Ed., 2017, lettura di Luigi Paraboschi.

    

   

Ebbene, confesso: non sono mai stato a Gorizia.
L’ho sempre immaginata a cavallo del confine tra Italia e quella che una volta si chiamava Jugoslavia, e tutto ciò che sapevo attorno a essa erano le parole di una canzone antimilitarista divenuta patrimonio della cultura anarchica che i soldati della prima guerra mondiale cantavano, in cui una strofa diceva:

O, Gorizia, tu sei maledetta
per ogni cuore che sente coscienza;
dolorosa ci fu la partenza
e il ritorno per molti non fu…

Oggi basta consultare Wikipedia per leggere che i caduti italiani nel paio di giorni in cui durò la battaglia di Gorizia furono oltre 50.000 e circa 40.000 quelli austriaci e già questo numero   dovrebbe farci sostare di fonte al titolo di questa raccolta di poesie, completato da quel “On/Off“ di tecnologica memoria, indurci a porci qualche “perché“ e infatti io sono stato sedotto dall’originalità del titolo.

Non conoscevo l’autore prima d’ora, lo ammetto, ma l’incontro con i suoi testi ha rappresentato un’occasione utile per allargare un poco la mia piccola cultura sulla poesia del nostro tempo, quella forma d’arte che alcuni detrattori definiscono spesso “prosa verticale“, sbagliandosi.

Ho detto “forma d’arte“ e credo che questa definizione calzi bene alle poesie di Fierro il quale afferma in una postfazione al suo libro “di averle composte in dodici mesi, dal primo giovedì del Novembre 2016, all’ultimo del 2017, partendo da una parola, un’immagine, un suono, una frase, un ricordo che aveva raccolto durante la settimana, e di averle pubblicate su Facebook ogni giovedi alle 10,10 ( sic)”.

Questa dichiarazione programmaticamente consuntiva fatta dall’autore mi ha indotto, anzi mi ha suggerito, un’immagine che il poeta Baudelaire si era inventato per giustificare il suo vagabondare per le vie della Parigi di allora, quella del “flaneur“ , parola che voleva rappresentare l’atto del vagabondare attento ma anche disincantato per le vie di una città che a quell’epoca stava assumendo dimensioni e strutture moderne. A detta di qualche critico il flaneur era come: “uno che porta al guinzaglio delle tartarughe per le vie di Parigi“. 

Un flaneur, un perditempo agli occhi dei più, era Baudelaire all’epoca, ma quel suo andare lento per le vie della città non gli ha impedito di stendere i versi che noi abbiamo avuto in dono neil sui libri, e io mi sono domandato, leggendo il lavoro di Fierro quale fosse lo spirito che lo ha animato nel girovagare per le strade di Gorizia, settimana dopo settimana.
La risposta me la sono data: “analizzare la solitudine delle persone incontrate“.

Qualcuno, nella prefazione, ha accostato il lavoro di questo autore a molti personaggi di Spoon River – il libro di Edgar Lee Master – , con la differenza che il poeta americano incontra esclusivamente persone decedute, mentre il nostro ci parla essenzialmente di persone viventi, con una collocazione familiare precisa, con nomi e cognomi, a volte professione, e luoghi di incontro.

Mi sento di concordare con questo accostamento, e torno su quell’analisi attorno alla solitudine di cui dicevo poco sopra cercando di seguire l’autore in questa passeggiata davanti ai tanti “tableaux vivants“ composti dalle persone che si pongono domande attorno al loro quotidiano, come ad esempio quell’uomo che ogni mattina riflette sul fatto che la sua donna, lasciandolo, ha abbandonato un golfino indossato in precedenza, e chiude con questa domanda “E’ la primavera che tradisce le rondini/ quando non rimane?”. 

E ancora, in un altro quadro, una donna “si domanda se vivere è il morso di piadina/salsiccia, peperoni e cipolla che prima ha dato,/ e si racconta che sui sanpietrini di Corso Italia/ ha già perso un tacco della scarpa”. ”Fosse stato così /semplice”, si dice ”perdere l’amore che mi tradiva”.

Un altro personaggio ha una conclusione disincantata sul vivere quando afferma “… Stai attento, le persone sono come/ le nuvole, non ne ho mai vista una avere la forma/ di una tartaruga felice“.

C’è un altro, un tale dal nome Pierluigi Braini che dice: “vorrei fare una treccia con le parole/ addio, salve, dita, memoria, pastasciutta, sole e dio” e poi prosegue nel suo dolore “piego il mio torace verso le briciole di questo febbraio” e si domanda ancora “Ma è più semplice una tenerezza o la fame“ e conclude “prima di addormentarmi, dal formicaio del mio cuore,/ riconosco ogni formica, e ne manca sempre una“. 

Sembrano personaggi in fuga o in attesa perenne, come quella Serena Cumin che “Dei coriandoli lanciati in aria a Carnevale, ricorda/ la loro sospensione, prima che il volo diventi caduta.“ e tra “le finestra aperte, il ragù da scongelare, i letti sfatti “ si assegna una punizione: ”su un foglio da carta scrivere, per cento volte/ la vita si attraversa a morsi“

“Ogni mattina il giorno/ inizia con una perdita, è il calore che rimane/ nel calco del mio corpo, quello che lascio sulle/ lenzuola“ è quanto afferma Giacomo Sputkin con la sua borsa a tracolla con dentro “sei birre da mezzo”, e gli fa eco Sonia Devetak che chiude il suo lamento così ”Lo sai, io ho tre cuori. Uno è per mia mamma, uno ha/ una piega dietro le scapole, e il terzo lo butto via,/ prima che qualcuno me lo rovini.”

Sotto qualunque angolazione noi osserviamo questi abitanti della città, li vediamo tutti in una condizione di apnea emotiva, bisognosi di un contatto umano, di un tocco, di un cenno di bonarietà che sembra non possa essere trovato provvisoriamente che nel bere o in qualche tentativo di amore mal riuscito come succede a Stefania Suligoj cui “…piace la parola tacadiz e di attaccaticcio vorrebbe/ solo un corpo caldo sul suo, e poi un incanto e poi un fiore”, persone rinchiuse dentro il loro mendicare affetto e sostentamento come questa che dice di sé: “Sì, lo so/ è da un po’ che non mi lavo, ma la sporcizia/ che ho addosso è il primo abbraccio che sento,/ dopo tanto tempo. La speranza la si finisce/ con l’ultimo tubetto di dentifricio che ti puoi/ comprare, questo ho imparato”. 

Sono persone che sembrano invocare aiuto, sembrano rivolgere una preghiera muta ai vicini, a coloro che gli passano accanto, a quelli che li hanno abbandonati, come è scritto benissimo in questa poesia, la n. 29 che riporto per intero:

Son stufo di essere lucido. Basta, è quello
che voglio. Ti lascio un saluto da questo caldo.
Lo scrivo sullo scontrino del pane,” il bocciolo
del sapore si apre sulla tua pelle”, è nella tua borsa
blu di nappa. Ho ancora un po’ di Xanax
la bottiglia di grappa, tre tulipani gialli, le noci
e gli asparagi. Sul biglietto dell’autobus ti dico
che “ il ritmo cardiaco delle piccole foglie è una
fortuna”, è poggiato sui formaggi in sconto
alla Despar di Corso. Mi tolgo dal tuo profumo
e dal tuo silenzio che non risolvo. Sulla pubblicità
del Tigotà ad inchiostro rosso ti segno “ dall’alto
di ogni desiderio si riesce sempre a guardare
il mare “, è tra i detersivi. E aggiungo “ la felicità è
il lato sbagliato dell’amore “, è su un cartoncino
azzurro, fra i volantini sui tavoli all’ingresso
del Comune. Il mio giorno. Per il prossimo saluto
ho trovato un foglio trasparente, sarà più fragile
e dirà così, “ si nasce male e, per vivere meglio,
poi si cresce storti “ ma questo non te lo scrivo  

Non posso non notare che nella poesia precedente non appare alcun destinatario, sembra che la sua anonimità celi un pensiero sottinteso dell’autore, una invocazione rivolta ad un persona intimamente a lui legata ma sfuggente, della quale egli dice: ”Sei il silenzio di luce/ dove non entrano le mani del buio“ 

E in un’altra poesia Fierro scrive ancora: Forse a questo assomigli, il tuo è un amore di ceramica/ pregiato e fragile. Ha lo stesso timore/del viso quando si appoggia ad un carezza, il silenzio/ che si nasconde in un angolo, il colletto di una camicia/ che non si riesce a stirare/La buona abitudine/ di trovare la bocca aperta della pace inizia adesso/…
ma la sua speranza è racchiusa dentro questo invito: Lo sai, solo con il centimetro del primo passo/dentro un campo di girasoli puoi misurare la durata/ della fioritura di una fortuna
e più avanti trovo ancora questa dolorante ammissione di colpevolezza: Io lo so che stare dalla parte di chi sbaglia è contare/ il coraggio che manca alla foglia per affidarsi/ alla caduta, portarti per mano nell’abbraccio/ da nascondere, dirti “scusa, sono io che dovevo capire tutto”/ …/ Ma sei l’idea giusta del mio desiderio sbagliato./ Ti prego, togliti da me con la precisione della febbre/ che si toglie dalla malattia. Te lo dico “per imparare/ bene a volare bisogna volare via” .

Più ci avviciniamo al finale, più viene quasi da dire che siamo nella parte “Off” del titolo. C’è qualcosa che si sta spegnendo in questo rapporto a due, volutamente senza nomi di riferimento, e le conclusioni sono amare:“E sarà sempre più vero che la vita/ la si attraversa a morsi, e dall’amore ne potrò/ uscire solo con una capriola“.

Non saprò mai se quella capriola è stata compiuta, personalmente non lo credo, e mi allontano da questa Gorizia più off che on, ma non perché questo lavoro sia privo della bellezza che gli spetta per l’introspezione letteraria che l’autore ha compiuto, ma a causa dell’insieme dei personaggi incontrati nei quali è difficile intravvedere sprazzi di vicinanza al mondo, carichi solamente di una condizione di solitudine, e pertanto “off“ dalla società.

Riporto per intero la poesia n. 51 che mi sembra confermi quando ho appena detto:

Il centro di Gorizia sta sotto la lingua, lo si
gusta meglio, lo si fa sciogliere in un sapore.
Rimane più a lungo di ogni tuo saluto stanco.
E poi finiscila di dirmi “l’amore è come l’alcool,
certo che si sta meglio senza, ma come si fa?”
so vederlo da me. Per oggi, in questa mattina
che sa il tempo rinviato di una vicinanza mi rifugio
in queste parole che provo a scrivere a matita.
“vecchio il nido/ si apre il cielo/la scimitarra”
“sotto le scarpe/ il mare si muove/ una paura”,
“dopo la fame/ il merlo salta/ la promessa “
è poca cosa, lo so. Con altro non so difendermi,
iniziare a tremare è il prossimo passo, la verità
e il bisogno che mi viene incontro, la sorpresa che
spezza il fiato, il gesto sacro che divide il prima
dal dopo. Poi posso dire “ io sto qui “. Lavo i piatti
e penso di mettere un po’ d’ordine nel mondo,
ancora. Prenditi i miei occhi e ogni goccia d’acqua
bucata che ti guardano, il loro buio aperto. Sono solo
l’uomo che aspetta, di vedere se almeno una
nuvola nel suo andare, torna indietro. Altro non
so fare. Lo ammetto, di questo vivere ho capito
ben poco, non ho una fede, non ho la pancia 

Il flaneur sembra che con lo scorrere dei versi sia divenuto sempre più coinvolto dagli incontri fatti durante il suo girovagare per la sua città, e perciò gli faccio dono di questi versi di Baudelaire che in certo qual modo a me sembrano confacenti al suo dolore così ben espresso nella poesia riportata appena sopra. Eccoli:

Ti adoro

T’adoro al pari della volta notturna,
o vaso di tristezza, o grande taciturna!

E tanto più t’amo quanto più mi fuggi, o bella,
e sembri, ornamento delle mie notti,
ironicamente accumulare la distanza
che separa le mie braccia dalle azzurrità infinite.

Mi porto all’attacco, m’arrampico all’assalto
come fa una fila di vermi presso un cadavere e amo,
fiera implacabile e cruda, sino la freddezza
che ti fa più bella ai miei occhi.

Charles Baudelaire

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in apertura Paul Klee, “Tre case”, 1922, Metropolitan Museum New York

Gentile lettore, all'autore di questo articolo farà molto piacere se vorrai lasciare un commento.

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