“I Compianti” di Maria Pia Quintavalla, recensione di Loredana Magazzeni

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Il cesareo del fiume Po per un’intima cerimonia degli addii. I “Compianti” di Maria Pia Quintavalla, Effigie, 2013, recensione di Loredana Magazzeni.

   

   

Cum-planctus: piangere assieme. Il titolo di questo ultimo libro di poesia di Maria Pia Quintavalla, terzo di una serie iniziata con Album feriale e proseguita con China, dedicata ai luoghi dell’infanzia e alle figure familiari con essa da sempre in dialogo: la sorella, la madre, il padre, contiene e riassume il senso sacro, sociale e affettivo del vivere assieme e ricordare, del piangere assieme, partecipare alla dimensione empatica della sofferenza e del distacco che ci tocca affrontare, sia in senso individuale che collettivo.
Il libro muove da una perdita che è quella del padre, Piero Quintavalla, deportato, che riesce, uno fra molti, a tornare indietro e a raccontare. Da questo assunto iniziale il libro entra a coinvolgere più profondamente la storia di una città e di una generazione di uomini consegnati alla guerra.
Se penso il concetto di paternità legato non solo all’individuo, ma a una generazione o a più generazioni che si susseguono nel tempo, lo intravedo in una intera popolazione, quella italiana di metà Novecento, legata alla terra. Per i nostri padri e per i governi difendere i territori era difendere il possesso di beni e di una terra, ma anche della paternità inscritta in quel territorio e in quella terra.
La perdita, oggi, della vecchia figura del padre è un lutto che comporta la crisi delle certezze territoriali, dei territori fisici e mentali, dei territori linguistici, culturali.
Nella perdita della madre, rivissuta nel libro precedente, China, il racconto è una lunga ricostruzione della figura materna. Voglio dire che la madre non è mai del tutto persa. La perdita del padre, in questa raccolta, è una perdita invece definitiva, che non ha vie d’uscita consolatorie né nei territori, che pure si intravvedono, né nel cerimoniale degli addii che è messo in campo per dominarne l’intensità.
La domanda da cui parte Maria Pia è questo verso: cosa hai fatto per il padre, figlia?
Come scrive Maria Luisa Vezzali, qui si tratta “ di una via Crucis inchiodata alle sue stazioni” di un “falso movimento”, quel “più statico dei moti”, il movimento del cerchio, come se la passeggiata con Correggio, sottotitolo del libro, fosse un movimento obbligato che simula un andare per tornare all’origine. Nelle culture andine il tempo è circolare e il futuro ci sta dietro mentre abbiamo davanti solo il nostro passato, che possiamo rivedere costantemente.
Antonio Fiori su Poesia ha parlato di arte come di “una continua educazione alla morte; se la poesia, arte della parola, così spesso si tradisce, confessando l’ardua missione educatrice; se è così, come credo, Maria Pia Quintavalla ne è voce esemplare”. Vale a dire che Maria Pia afferma sempre, nei suoi libri, la necessità del raccontare, del testimoniare, anche scegliendo o essendo scelta dalla dimensione epica, ma si tratta, come ha scritto Zanzotto, di un’epica contorta e infranta, un cantare che avanza per sincopi e silenzi.
In questa dimensione testimoniale e pubblica, la scrittura privata, poetica di Quintavalla diviene epica. Quintavalla ha scelto da tempo la dimensione epica e popolare dei cantari, epopee dove terra e mito si sovrappongono e si fondono l’una nell’altra. Quello che si mette in scena è una nascita e una deposizione.
Il libro intreccia più dimensioni, più piani e linguaggi, nel plurilinguismo così caro alla nostra. C’è la dimensione del sacro, della sacra rappresentazione. La dimensione della perdita e del commiato, che avviene per gradi, attraverso lo spazio padano e il tempo, un tempo biologico e un tempo della tradizione. Ci sono immagini di opere classiche parmensi, quadri, il compianto in terracotta di Guido Mazzoni, a Busseto, la fotografia dei luoghi, la testimonianza dal gulag e il reportage.
La messa in scena è quella di una rappresentazione sacra padana. Alla Palestina, con tutto il bagaglio di lotte e di sangue che vi associamo, potremmo sostituire il chiaro e fermo paesaggio padano, coi suoi filari di pioppi, le sue nubi, i suoi fossi rettilinei.
Il viaggio che ci accingiamo a fare è diviso in stazioni, passeggiate e compianti. Stranamente per un libro di poesia, esso prevede una appendice finale di documenti e la testimonianza del prof. Piero Quintavalla, insegnante di Lettere in una scuola superiore di Parma, che racconta l’esperienza di prigionia presso il lager Stalag 17 A di Kaisersteinbruck, in Austria, prima della liberazione da parte dell’esercito russo. L’umanità viene messa in scena come un unico corpo senziente, dietro la figura di Piero Quintavalla. L’elemento del sangue risalta, genealogico e sacrificale, nelle poesie e in molti termini che vengono usati. La passeggiata con Correggio che Maria Pia ci invita a fare è un andare per una strada immobile, dove si contemplano i misteri dolorosi/gaudiosi di una memoria individuale e collettiva.
Quello che fa l’arte è scrivere il libro del mondo, la memoria del mondo. Davanti ai particolari del Correggio, alle foto padane alle chiese, la poeta ci chiede di sostare e ascoltare il silenzio.
Questo dialogo fra poesia e immagine, tra silenzio e parola, fra arte e arte, prende per mano lo scrittore d’oggi, come accade in La vita dei dettagli di Antonella Anedda o ne Il Museo del mondo di Melania Mazzucco. Sembra che l’artista, oggi, abbia nuovamente bisogno di rompere i confini fra le arti, di cercare la ricomposizione in un nuovo senso umanistico e olistico della conoscenza.
La narrazione per quadri che Quintavalla ci propone è una narrazione della passione incarnata in ogni uomo, sullo sfondo e tra le quinte di una pianura padana azzurra e altrettanto immobile perché fuori dalla dimensione del tempo.
Là dunque dove principia l’infanzia inizia la narrazione epica, e la prima poesia ci indica la via da percorrere di pari passo con lo stendersi del colore sulla tela. Qui, fra gli argini, padre e figlia si avviano, ciascuno su una sponda diversa, destinati a non potersi/doversi incontrare se non nella dimensione memoriale.
La poesia Deposizione è al centro della raccolta, come centrale è l’elemento del sangue, che ritorna come una testa mozzata di Oloferne. Una resurrezione impossibile (al terzo giorno non resuscitasti) chiarisce finalmente che si parla di un dato temporale ben preciso, i diari della prigionia e il racconto si apre a un respiro epico e di testimonianza. Toccata dal cesareo del fiume, che taglia la pianura fra Parma e Milano, Maria Pia inizia la dismissione, la perdita operata dal tempo sulla materia, la decomposizione delle cose che appaiono “incalcinate”, in crepe sepolcri.
Solo Va’ in pace apre al disciplinamento interiore, al lasciar andare, anche se non è il momento ancora di “commiatare”, non è ancora ora, occorre andare al centro, prima, di quel mondo antico/ e vinto, dove la speranza è il fiato del padre che alita sul vetro come il respiro di dio.
Piero è insieme uomo, animale, paesaggio, mansueto come un somarello, ha fallito la seduzione edipica. Di nuovo un paesaggio padano di salici e argini nelle pianure, come nelle foto di Luigi Ghirri (la linea dei salici, il flettersi genuflesso delle foglie) su cui il padre spezza il giorno come un’ostia calma, è lui che benedice la figlia e la congeda, in una cerimonia degli addii. Quella di Maria Pia è una poesia narrativa ma mai completamente antilirica, anzi, lirica nel senso postmoderno di franta, plurilingue, che mescola i livelli e i codici.
La lingua che usa è corale, garrula, nel senso di sensibile al narrare, felice di andare là dove “si principiava l’infanzia”, lingua godiva, come si definiva una volta, figlia delle sperimentazioni cubo-futuriste passate al vaglio della grande tradizione. Lingua che ha attraversato le avanguardie e si è mescolata con quella di altre poetesse, altre scrittura, come l’amata Nadia Campana.
Lingua che mescola alto e basso, termini aulici e dialettali, termini della letteratura mistica e linguaggi pubblicitari, dialetto che sfuma in lingua devozionale e mistica, parole che rallentano, lettere che si aprono e rarefanno per dare respiro alla parola, come se ci fosse bisogno di fermarsi e aprire il nodo d’energia nel cuore, come in un esercizio yoga.
Una lingua che balbetta e si imbarazza come quella di una bambina, una lingua mimetica che segue il padre fianco a fianco. L.M.

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Maria Pia Quintavalla è nata a Parma, vive a Milano.
Libri: Cantare semplice (1984, Tam Tam Geiger), Lettere giovani (1990, Campanotto), Il Cantare (1991, Campanotto), Le Moradas (1996, Empiria), Estranea (canzone) (2000, Piero Manni, introd.di A.Zanzotto ) Corpus solum, (2002, Archivi del ‘900), Album feriale ( 2005, Archinto ), Selected poems, Gradiva ediz. N.Y. 2008, China, (2010, Effigie), I Compianti, Effigie 2013. Ultima antologia italiana: Trent’anni di novecento (a cura di A.Bertoni, 2005 Book). Numerosi i premi, finalista più volte al Viareggio. Dal 1985 cura la rassegna Donne in poesia, e omonime antologie. (Comune Milano 1988, Campanotto 1992 ); Bambini in rima / La poesia nella scuola dell’obbligo (Atti su Alfabeta 1987). Collabora all’Università Statale di Milano con laboratori di scrittura e con l’Università delle donne, la Società Umanitaria di Milano, Archivi del 900, I.S.U, la Regione Emilia Romagna. Traduzioni: Gradiva, N.Y.; Traduzione /tradizioni, Milano; Schema, Univ. di Tubinga; Certa, Empireuma; Ed. DHK, Zagreb, Une nouvelle poésie italienne, Sorbona Paris.

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