I corpi e le cisterne di Anna Bergna, nota di lettura di L. Paraboschi

50__dsc19051848

I corpi e le cisterne di Anna Bergna, Ed. Lietocolle  2015, nota di lettura di Luigi Paraboschi.

    

   

Un poeta, quando è tale, ci rivela più di sé attraverso le citazioni o gli “esergo“ che appone a margine dei suoi testi, di quanto lo facciano i testi stessi.

Così è successo a me, che ho cercato di attraversare con la lettura questa raccolta, che appariva ostica al primo passaggio, e poi, come ogni ottimo testo poetico, mi si è svelata, mostrandomi tutta la solitudine ed anche la disperazione nascosta dentro una malinconia che, solo questa poesia di Gustavo Adolfo Becquer, posta in apertura della n. X, ha rivelato appieno.

Eccola nella mia traduzione elementare.

 

Le rondini scure torneranno

quelle che appresero i nostri nomi
quelle non torneranno

Ma la malinconia non è sfacciatamente tangibile nelle poesie della Bergna; più che altro è l’atmosfera che vi si respira dentro, ciò che mi ha spinto ad usare questa definizione che- a onor del vero- non rende in pieno tutto il leit motif che fa da filo conduttore a questa raccolta, e che nasce e si sviluppa attorno all’interrogativo fondamentale che si dibatte tra questo verso della poesia n. I

Eppure la vita non è priva di un disegno 

e passa poi attraverso questi altri versi della n. VIII

se l’io sia polvere di una dissoluzione
brandello caduto da chissà quale sudario universale
o sia l’ordito di una vicenda complicata

e ci costringere a riflettere quasi con cinismo con questi versi della n. IV

su questa terra recintata, siamo fragili animali
dal pesante cervello e dal breve intestino.
Dal breve destino di chi declama l’irreale
e un luminoso pascolo deve ritrovare

per interrogarsi con amarezza scrivendo nella poesia III

cosa conserverà la pioggia del nostro esserci stati
e degli sguardi evanescenti
al suo ugualmente effimero
ma perenne ricadere 

A suo modo questa raccolta è un canto d’amore, il cui destinatario potrebbe anche non essere incarnato da personaggio umano, se non fosse che ne il “prologo“ che riporto per intero, appare evidente un incontro, un passaggio di un’ Altra presenza con la quale aggrapparsi a “intatte liane“ lungo “una strada che sopravviveva al nostro divenire assenza”, e di fronte al rigurgito della memoria che asseriva “ricordo che qui un cane al guinzaglio pisciava“ 

(la solitudine del presente)

Un lunedì di maggio, a Milano,

venti di pianura demolivano intonaci grigi.
Spalancavano respiri.
Noi sgranavamo lungo via Borsieri
parole avute nel punto esatto del ritorno,
ritrovavamo intatte liane
avvinghiate ai rami più saldi del pensiero. 

Aggiravamo l’essere svaniti,

quasi si potesse abitare la casa demolita,
la stagione nuova sbocciare le medesime rose
e il passato trascinarsi in ciò
che si prefigurava:  

un vano gioco di rianimazione.

All’angolo, rovesciai lo sguardo:
         la strada sopravviveva al nostro divenire assenza 

e un cane al guinzaglio pisciava
dove avevo annunciato un “ricordo che qui”.

Ho volutamente accennato alla possibilità che l’interlocutore dell’autrice non appartenga alla sfera dell’umano, perchè la poesia n. XI che riporto a brani, ha l’andamento e la sacralità di un Salmo religioso, sia per la lunghezza che per le invocazioni e le richieste di aiuto che molto spesso attraversano tutte le composizioni sacre.

Stralcio qualche brano:

L’inizio si avviva con una invocazione alla resurrezione ed alla misericordia


Nel desiderio agito misericordia
perché sia tu l’artefice
della resurrezione.

poi si fa strada la considerazione della pochezza dell’esistenza

Muovi il mio sguardo
da questo indefinito punto,
dal mondo privo di spessore
che non si può rappresentare.

Indi l’invocazione a non essere lasciata nella solitudine

fa’ che circumnavigando non approdi
a me che guardo l’orizzonte:
ad un plurale che mi contempli sola.

E anche l’auspicio ad essere illuminata in qualche modo sull’invisibile

Volgi verso di me uno sguardo
e dall’estrema opposta riva
mostrami ciò che io non vedo.

Quindi la considerazione di non possedere ancore di salvezza ultraterrene

Giungi
a me che ho una sola vita
un’esistenza terrestre
un tempo angusto
un luogo circoscritto
e nessuna sacra scrittura
ad indicare il senso.

Infine l’amarezza di sapersi abbandonata

A me che nel cammino
incontro solo addii.

E l’auspicio che questo aiuto invocato le dia la possibilità di non essere sempre autoreferenziale, cioè l’aiuti a rifuggire la tentazione di trovare solo in sé stessa il piacere della gratificazione interiore, qui chiamata per estensione di significato “onanismo“

Avvolgi il mio corpo nei tuoi confini,
liberami dai miraggi dell’onanismo

ed infine il riconoscimento umile di sapere di dipendere da qualcun altro, purché questi non la lasci nella solitudine

sacrifico a te l’unicità
se non mi lascerai morire sola.

Una poetica, quella della Bergna decisamente improntata alla disillusione, alla poca fiducia in quello che normalmente si definisce progresso, e nella consapevolezza della caducità delle   conquiste sociali.

Si legga a questo proposito la poesia brevissima n. VI della seconda parte, ispirata all’esame di quanto resta del mitico Villaggio -Crespi edificato tra la fine dell’800 e i primi 900 a Trezzo sull’Adda per far fronte a tutte le esigenze delle famiglie dei dipendenti del cotonificio Crespi

L’opera durevole dell’uomo,

impronta scolpita nella roccia, oltre la transitorietà del corpo [un
abbeveratoio, uno scalino, un avello sepolcrale]: arditi progetti per ammansire
il cosmo e intiepidire
il freddo ostile.

L’ottimismo del progresso illuminato

E piu’ avanti nella poesia II appare evidente questa mancanza di fiducia nelle possibilità umane, lasciando trasparire una sorte di malcelata convinzione quasi leopardiana sulla inutilità e la vacuità delle cose umane

Seduti su una pietra a Fiumaretta,
si tornò a ragionare della vita:
io sostenevo l’assenza di un significato, lui ne derivò la tragica evidenza. 

         Questo – spiegava – questo interrogarsi, mentre l’invisibile fiume si congiunge al mare e
         la visione della vacuità allaga ogni pensiero.
Questo svanire sommesso, queste assenze:

vuoti che danno forma al mondo.
Il centro della ruota, il buio che genera la costa illuminata. 

         C’era poco distante un pescatore,
         solo udivamo lo schiocco della lenza
e un galleggiante acceso tremolava.. 

La raccolta lta si conclude con questa poesia, la n. V che nella sua brevità condensa tutta una visione sconfortata ed amareggiata sul destino e le sorti di una pesce che assume il simbolo dell’ umanità

(nel defluire dell’esondazione)

Un pesce nel fosso va perdendo il fiume
e con le pinne ara il fango e il marciapiede.

Una lettura frettolosa potrebbe anche indurre a fraintendere il significato profondo di questi versi, spesso non semplici, come dicevo all’inizio, ma che invece nascondono una lucida capacità di analisi non urlata e priva di ogni retorica vittimistica, che può rappresentare un tentativo laico di fare un po’ di luce dentro il mistero del nostro agitarci nel vivere.

anna-bergna-i-corpi-e-le-cisterne-copertinapiatta-2

One thought on “I corpi e le cisterne di Anna Bergna, nota di lettura di L. Paraboschi”

  1. Scopro, a distanza di oltre due mesi, questa recensione a un mio libro e ringrazio Paraboschi per la lettura ( e rilettura) profonda che ne ha voluto fare. Grazie per non essersi lasciato scoraggiare e aver dialogato con i miei pensieri.

Gentile lettore, all'autore di questo articolo farà molto piacere se vorrai lasciare un commento.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: