I treni dei poeti: Borghetto, De Iulio, Finucci, Pieragnolo

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I treni dei poeti: Loredana Borghetto, Pier Francesco De Iulio, Luigi Finucci, Tomaso Pieragnolo.

    

    

di Loredana Borghetto:

Binari in-versi

Due

Inebriata dal profumo
dei binari
sorrido al lampione che flirta
con quell’ansia vagabonda
che mi percorre la pelle
mi faccio tunnel
per accogliere
il mio treno.

Quo vadis?
domandano muti
i pochi passeggeri
nei vagoni illuminati.

In un luogo
che non sia ancorato
alla terra,
alla fine del mio mondo
risponde il mio silenzio.

Mentre il controllore
dà il segnale
al macchinista
e i passeggeri
riprendono pensieri
abbandonati
sistemo la mia valigia
quasi vuota
che riempirò con vite diverse.

Il treno si muove
sempre più in fretta
bucando il mio buio
e già mi manca
la vita di sempre
monotona vera
colorata di affetti.

***

di Pier Francesco De Iulio:

Lo sguardo è sempre sul mondo stretto
poi una rotaia nel taglio del giorno,
sono vetri sporchi sulla campagna
e uomini soli che guardano.

Dietro occhiali di corallo sta un sentiero
di lavanda e ginepro, un passo
dietro l’altro nel bosco, la melanconia
o un canto.

Come il desiderio sulla pelle bianca.

Come un sorriso inaspettato.

Il viaggio è l’ultimo treno della sera,
una donna che dorme, dentro un film di Buñuel.

***

di Luigi Finucci:

LA MEMORIA DEL TRENO

Il ferro emoziona
se lo senti arrivare,
con le orecchie
poggiate sul vento
l’aria del sud
anticipa un rumore.

L’attesa legge un libro
osserva gli scogli
disegna gli sguardi
e
-biglietto,Prego-

anche il sonno s’interrompe.
La destinazione è una storia
col cappello rosso e le piume
da indiano;

poi scende lontano,
c’è una sigaretta

[sotto la pendola]

e ricorda
la prima salita
dove il carbone
diventa vapore.

***

di Tomaso Pieragnolo:

EL TREN QUE NUNCA LLEGA
(IL TRENO CHE NON GIUNGE)

Fugge un rettile di scaglie ferrose
strisciato su rotaie interminate,
soffiando sommersi reami
che un tempo furono comete
nell’arco delle aperte praterie,
portandosi un gregge di nomi crudi
che mai appresero a parlare,
ad esser microbi delle miniere,
bestie aggiogate nelle piantagioni;
ma questo treno che non giunge,
che non parte, che più non viaggia
dove l’attendono irti ricordi
alla lotta del puro sole irreparati,
ipnotici meticci all’orizzonte
come severe statue conficcate,
donne dense con figli e polli
sulle schiene fibrose come tronchi,
bimbi che giocarono nudi,
legnose stazioni che marcirono
sotto l’acqua di secoli ellittici
e vecchi accovacciati sulle scarpe
che prestarono al vento puntuali
le loro orecchie rosicchiate
accogliendo fragori d’altre terre,
cani randagi, rugosi e insolenti,
compagni di provvisori padroni
nell’orma di binari ingurgitati,
fino a che il giorno iniquo non travagli
e nuvole inferme sciolgano
arcoiris come pesci lucidi
nell’ora dell’arbitrio quotidiano
di questo treno che non giunge,
che non parte, che più non viaggia,
che anche noi attendemmo arresi
nella moltitudine silenziosa
di questa essenziale solitudine.

       

Da “L’oceano e altri giorni” (Edizioni de Leone, Venezia 2005)

                  

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