I Violini di Persefone di Federica De Filippo, recensione di Adua Biagioli

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I Violini di Persefone di Federica De Filippo, Cicorivolta Edizioni, 2016, recensione di Adua Biagioli: l’arte di entrare nelle ‘umane’ dimensioni.

    

   

Leggendo “I violini di Persefone” di Federica De Filippo, mi ha colpito il senso magico e misterioso che aleggia su ogni testo poetico. Già il titolo mi appare anticipatore di qualcosa di riferito alle tre sezioni che strutturano il libro, questo raro oggetto culturale, che si avvale delle note musicali de “Il sogno”, de “L’invisibile” e de “Il divino”. A questo si aggiunge il modo o ‘la maniera’ artistico-artigianale, in cui i testi si sviluppano, quasi a cascata, ‘ingannevolmente’ mettendoci alla prova, quasi volessero ‘sussurrarci’ che qualcosa sta accadendo, qualcosa di parallelo alle nostre vite, che ha a che fare con dimensioni che non sempre siamo abituati a sentire e a vivere,  nelle quali mai del tutto siamo disposti a calarci dentro.

Ogni sezione si supera con l’altra inaspettatamente. Ci troviamo davanti la prima parte poetica del sogno, in cui leggiamo l’immedesimazione tra io poetico e sogno stesso, tanto che l’autrice si definisce non casualmente “figlia dei sogni”cercando di volerne celebrare l’essenza e l’assenza, nel  tentativo di trasportarci in quella dimensione senza logica, come se dovessimo trovare stranamente il senso negli atti più concreti. E qual è, dopo tutto, l’atto più concreto che esista, se non la scrittura, quel “senso nelle mani e nelle dita” di cui l’autrice si fa portavoce, custodendo la propria identità nell’inchiostro, mettendo da parte il tutto delle cose reali, come a dire “ecco, ora ci sono io”, ci sono le cose, tutte quelle che “si libereranno in me, da me” e, proprio per questo, trova allora senso dire “libererò la fine”, che è equivalente al risveglio dell’essere donna.

Certo non viene abbandonato né trascurato il tema del tempo, proprio in virtù del fatto che inesorabilmente passa e, a maggior ragione, l’autrice ne forza il desiderio di volerlo conservare con ciò che ha di più caro, “attraverso quelle mani che ne rubano il grigiore”, di cui ciascuno, universalmente e a modo proprio, sente la pesantezza tutti i giorni. E’ proprio in questa sezione che l’autrice sembra invitarci a non temere il tempo, così come il male (il serpente); semmai, ci invita a fare qualcosa che mai penseremmo altrimenti di fare, un rituale magicamente buono, come lo diventa il ‘cantare e afferrare il vento’, quasi che fosse un esercizio di educazione anche quello di ascoltare la parte in ombra della vita, o meglio, ‘il buio’ che tutto racchiude.

Persefone, figura mitologica greca, sposa di Ade, da cui prende il titolo la silloge intera, era la dea degli inferi, regnava sull’oltretomba e viveva lungamente il regno dei “non più in vita”, e quel governare era il suo atto più vivo, il suo suonare i violini della bellezza. E’ qui che infatti mi piace sottolineare alcuni versi dell’autrice, quando dà voce a quella figura ombrosa esaltandone il lato creativo e totalizzante, ribaltando la prospettiva vitale di quell’ “Arte assassina” che “è perfezione/bellezza/io la amo/sono in lei”.
Resta da chiedersi perché non toccare il fondo del sogno, perché non ritrovarsi a sorpassare lo smarrimento? Essere una Musa smarrita, non trova salvezza nella poesia, scrive l’autrice. Troverei interessante riflettere su questa osservazione proprio nella citazione, per altro bellissima,  che apre il libro, con la quale si brinda “alla bellezza della vita e alle sue solitudini che sono esperienza”. I violini in fondo, non sono che questo, gli strumenti eccelsi, quelli che si accordano più divinamente alle nostre orecchie e al nostro sentire, che lo distaccano un solo attimo dalla realtà per farlo ritornare ebbro e allo stesso tempo dilatato, per essersi nutrito di più: i violini, con le loro chiavi eleganti, non rappresentano altro che i modi diversi di entrare nelle dimensioni esistenziali a cui siamo capaci di avviare il passo, di intraprenderne le interpretazioni, di chiarificarci la lettura grande, unica e magica del mondo.

Lo smarrimento è “L’invisibile”la seconda parte della silloge, che apre una gamma di spunti su cui interrogarsi, ancora su tutto quello che non siamo abituati a fare.
C’è una sorta di coraggio che trapela dall’invisibilità, ed è il coraggio di amare, quello che dobbiamo provare a ‘rivestire dei desideri uccisi dall’avidità’, così che la notte, diventa la dimensione o meglio “il ventre” di ogni visibile segreto, da cui sgorga la sensibilità poetica, tanto da diventarne “alchimia”, e l’autrice ci ricorda non a caso che “in estasi cade l’inconscio” ed eternamente, il viaggio si apre alla luce che torna.

“Il divino” è subito dietro all’invisibile, la terza sezione del libro; vi giunge quasi in caduta, ne è conseguenza: qui, si rammentano umanamente quelle figure mitologiche greche che, l’una davanti all’altra, segnano e dipanano i conflitti tra la morte e la vita. A partire da Ade, che in primis invoca l’uomo con la sua stoltezza a temere ciò che ama perché l’amare  è sacro, mentre la bellezza, che regna su ogni morte, interseca la vita come la morte e viceversa, diventando un’unica, sola cosa; per passare poi a Persefone, capace di trovare “verità” non concesse ai vivi e dunque, “anima salva e salvata al contempo”; e poi Ecate, di cui l’autrice scrive consapevole di essere ancora in quella fase di passaggio in cui la materia opprime l’anima, ma la invoca, quasi giurandole protezione nella vita; oppure Eos, di sublime bellezza quanto lo è l’essenza spietata, se pure innocente e delicata ma ai suoi occhi niente può essere ovvio e banale; o Narciso, che ama consumarsi “a graffi e a morsi” senza mai porgere fiori, eppure ci prende tutti, nella contemporaneità, rendendoci complici e poveri; o Medusa, dagli occhi atroci e senza sguardo, a cui l’autrice si rivolge, chiedendo di lasciare intatta l’essenza umana perché “l’amore regna sempre infine su ogni illusione o specchio che sia”.
La conclusione è una sorta di riscatto della vita, bene inviolabile, tanto da volerla osservare solo dall’alto, come può fare soltanto l’occhio del poeta che sa di salvezza, che sa di eternità, che sente il finito nell’infinito dell’essere, ne scruta la realtà da lontano, quasi a nascondersi perfino da se stesso, in quel sogno e in quel desiderio che non sono capaci di rovinare nessuna delle cose belle: piuttosto meglio è soffrire, ci dice l’autrice, “sentire rimorsi” che divorano, piuttosto che avere limiti, così come è preferibile “sentire male allo stomaco” che sentirsi sazi. Una bella riflessione sulla contemporaneità che vuole saziarsi velocemente di tutto ciò che trova a desiderare, per avere il massimo della gioia, senza magari sentire quella ferita necessaria alla crescita.

Forse bisognerebbe tornare un passo indietro, ne basterebbe uno soltanto, per ritrovare il verso giusto, la canzone non scritta, tutto quello che non si sporca;  forse la solitudine non è poi così angosciante o tenebrosa, non fa poi così paura, se ci induce a capire e a ri-concepire il bello e ogni parola che riempie per amore. Forse la solitudine è “dislessia” in cui ricantare la vita e ritrovarsi poeti, quella rara dimensione che è per pochissimi, e che ogni notte può, magicamente quanto naturalmente, diventare nuova vita.

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in apertura opera di Cristina Annino

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