I volti non hanno più nome di Bruno Bartoletti, nota di lettura di Paolo Polvani

Un anziano, donne e bambini, una sta allattando, autore sconosciuto, 1860-70, Met Museum

“I volti non hanno più nome” di Bruno Bartoletti, Ladolfi Editore 2017, nota di lettura di Paolo Polvani: se una vecchia Guzzi ha ancora il motore acceso.

    

    

Un verso molto bello di Pierluigi Cappello così recita: …abbiamo inciso i nomi sul tronco folgorato, / siamo passati di lì – e in maniera concisa illumina uno degli aspetti dell’impulso a scrivere poesia: lasciare in qualche modo una traccia, incidere i nomi sul tronco, dire a chi passa che anche noi siamo passati di lì, un’orma, un segno, qualsiasi cosa che ci preservi, funga da scia, costituisca per i futuri noi che passeranno di lì una stretta di mano, un ammiccare di sguardi, un abbraccio, che in definitiva ci tenga in vita, ci doni un barlume di immortalità, o almeno di continuità, parli ancora per noi e di noi. Tracciare segni su un foglio col desiderio di attingere alla fonte della poesia ha quindi qualcosa in comune con i graffiti autobiografici affidati al tempo e incisi a Ponte vecchio o sulla torre di Pisa, o più saggiamente e modestamente sul muro della casa di fronte: un’aspirazione all’immortalità.

Anelito analogo prende chi scrive di persone scomparse: il desiderio di contraddire la scomparsa, tenerle ancora in vita, offrire uno spazio che tracimando dagli argini del ricordo privato si espanda in forma di segni, costruisca un nido, una tana, un rifugio dentro la pagina non più bianca, e grazie alla forma mobile delle parole non costituisca una lapide con foto annessa, ma sia flusso di vita, movimento, azione, o forse meglio, se azzardare questa parola così impegnativa sia lecito, resurrezione.

Il libro di Bruno Bartoletti, I volti non hanno più nome, assume come propria missione quella di riportare sulla scena prima di tutto quel bambino dai calzoni corti, l’autore medesimo, che nei versi “non ha parole / solo un riso stanco”, e in primo luogo gli affetti più cari: “ Oggi è domenica e mio padre / è ancora vestito a festa, con il suo abito blu, / e la giacca a doppio petto, come si usava / una volta…” e ancora: “ Poi c’era mia madre vestita di nero, / un abito troppo grande da vecchia signora / ( ma forse mia madre giovane non era mai stata)”.

Sono versi che spalancano la porta e ci rendono partecipi di vicende private: (“Romeo, mio padre, partito per il Belgio e poi per la Francia l’8 dicembre 1948 e deceduto in una buia lontana miniera il 13 giugno 1951. Mancavano soltanto tre mesi al suo ritorno. Aveva 41 anni”), così leggiamo in epigrafe alla poesia Una vecchia Guzzi e mio padre, che forse è tra le più belle del libro, e che sicuramente vale la pena riportare qui quasi per intero:

Una vecchia Guzzi e mio padre
– mi sembrava un gigante – sui tornanti.
Mi diceva indicando uno spicchio più azzurro
tagliato lontano tra i monti:
“Vedi ? quello laggiù è il mare”.
E aveva un limpido riso da buono
mio padre che appena conobbi
e risento quel dolce sapore
di azzurro tagliato tra i monti.

Il verbo più usato e contiguo all’attività fotografica risulta essere “immortalare”. Ho la sensazione, ma potrei sbagliare ed eccedere in partigianeria, che la poesia, al contrario della fotografia, che immortala in una definitiva rigidità, ingabbia in una fissità eterna, la poesia conservi il movimento, non restituisca imbalsamati in via definitiva i ricordi, le sensazioni, le persone, ma grazie alla mobilità delle parole, alla loro ambigua liquidità, davvero consenta di rivivere, di continuare a vedere lo spicchio azzurro tra i monti, ascoltare ancora il rombo buono della moto Guzzi, di cogliere le sfumature infinite del limpido sorriso di un padre che affronta i tornanti stringendo a sé il figlio e persino la commozione che questa azione comporta.

Il libro è tutto incardinato sulla figura dei genitori: “C’era mia madre in piedi, donna d’altri tempi, / amara come uno straniero sulla soglia / e mio padre lontano”, ma compaiono anche figure di amici, l’amico pittore Giancarlo, e la zia Irmina, e Raffaele (“Un altro ci ha lasciato, proprio oggi: alle 14 / in questo caldo afoso di settembre”), una galleria di personaggi, di ricordi, di situazioni, di luoghi.

Bruno è nato a Montetiffi, piccola frazione del comune di Sogliano al Rubicone, che è un luogo ricco di memorie legate a Giovanni Pascoli. Nei prossimi numeri pubblicheremo un saggio molto bello, molto interessante che Bruno ha dedicato a Pascoli.

A chi abbia visitato anche solo una volta Sogliano non saranno sfuggite le tante epigrafi che la città ha dedicato al poeta: i versi di Giovanni Pascoli sono riportati sul parapetto della veduta panoramica che si apre in direzione di San Leo e San Marino, sul muro del convento che ospitò le sorelle Ida e Maria per lunghi anni, e in altri vari luoghi.

Tra Bruno Bartoletti e Pascoli esiste più di una vicinanza: prima di tutto quella del territorio, essendo nati e vissuti nella stessa terra; poi la perdita del padre in tenera età e in circostanze drammatiche. Nelle note poste in esito al volume dall’autore leggiamo: …”sarà stato il drammatico e improvviso incontro con la tragedia del dolore per la morte di mio padre in miniera – la qual cosa mi faceva divorare le pagine del Pascoli – quando avevo appena otto anni; per questi fattori la poesia diventava per me uno strumento di vicinanza e partecipazione al dolore”.

Infine una classica musicalità che accompagna i versi lungo tutto il libro, un incedere sorvegliato, un ritmo suadente, frutto di orecchio allenato e di letture infinite, di un gusto sobrio, che fa della misura la sua cifra stilistica:

Se potessi anch’io essere qui,
come erba o radicchio che cresce
al lume della luna,
addormentarmi così, con tutto il mondo
in ascolto e la terra smarrita.

Da segnalare infine versi di grande affetto e delicatezza dedicati alla moglie Piera:

Anche nell’aldilà ti cercherei,
ci metteremmo d’accordo per chiamarci,
un gesto con la mano, di lontano, oppure
appena un cenno con lo sguardo
e basterà quel cenno per capirci.

NZO
in apertura Un anziano, donne e bambini, una sta allattando, autore sconosciuto, 1860-70, Met Museum

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