Il dolore di Alberto Toni, nota di lettura di Eleonora Rimolo

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Il dolore di Alberto Toni, Samuele editore 2016, nota di lettura di Eleonora Rimolo.

     

     

La poesia di Alberto Toni utilizza immagini di potente valenza simbolica: la trota sannita / che s’inerpica nel grigiorosa tra i sassi / e poi scompare è l’apertura perturbante di una raccolta tutta giocata sulle ambiguità del vivere, spesso lasciate irrisolte per l’impossibilità umana di sciogliere i nodi della verità, che si nasconde e si assottiglia man mano che crediamo di avvicinarci a essa. Ciò a cui andiamo incontro, infatti, se tentiamo di forza il corso del tempo e dell’esperienza, è solo offuscamento e male; e questo il poeta lo riconosce senza filtri e lo denuncia con chiarezza e precisione di espressione. L’obbligo di errare per il mondo in attesa che si consumino gli anni lascia una sensazione d’incompiutezza che somiglia a poche gocce di pioggia/nell’ultima luce; ma per fuggire da questo stridente contrasto, emotivamente insostenibile, Toni tenta una rassicurazione: non temere, lieto è il cammino se non ti volti. Proseguire nel cammino senza lasciarsi assillare dalle domande può quindi essere una soluzione temporanea e meno dolorosa (a dispetto del titolo della raccolta, che inequivocabilmente riconosce al dolore il ruolo di protagonista dell’esistenza e che richiama la tragicità assoluta de Il Dolore ungarettiano) rispetto all’ostinazione di chi cerca in ogni modo di penetrare una realtà illogica per natura. Si susseguono all’interno delle varie sezioni della silloge rappresentazioni lucide di personaggi ed eventi che assumono un’importanza fondamentale per la voce del poeta e per l’immaginazione del lettore: forniscono, infatti, la materia essenziale di un canto che spesso riposa su se stesso quando la notte giunge, inesorabile (Saprà forse la sera/quell’ultimo segreto:/raggianti della vacanza,/l’accoglienza. E il timido,/vigile raggio di me, di te,/nel chiuso della stanza). C’è, in fondo, sempre qualcosa che rimane, sia esso un brandello di memoria o un particolare del tempo presente all’apparenza insignificante ma capace di fare luce sull’ombra lunga che si staglia sugli anni bui: Prendilo il movimento, abbraccialo,/nell’ombra, sotto il sole freddo/di dicembre, che non sfugga/o riprenda il cammino all’alba/dei mutamenti, strade, asfalto,/brusche frenate e strappi,/i tuoi teneri drappi,/le madri, i padri,/come fosse ieri. L’elenco inarrestabile di ricordi, di frammenti di sogno, di avanzi di rimorsi crea una condizione favorevole per raccogliere le forze ed evitare la resa incondizionata: la tentazione di accelerare il corso del dolore è, però, forte (Rapida la vorrei la ruota del destino:/carro, spavento, trafittura), poiché le energie sufficienti a sopportare la morsa del soffrire, del consumarsi, si riducono sempre di più con il trascorrere delle stagioni. Questo precipitare verso un abisso senza salvezza emerge chiaramente anche dall’andamento della raccolta, che verso la fine si fa convulso, spezzato, come un singhiozzo sofferente, come la sutura che però non dà pace. Rimane, presa coscienza di questo secolo superbo e sciocco (Leopardi) che fa della miseria il suo nutrimento, l’eterna consolazione della scrittura poetica e dell’amore, da viversi più intensamente quanto più giunge la sera (Teniamoci,/assediati, per carità, che il tempo è passato), così da lenire come balsamo l’eterna piaga infetta che è la nostra festa mobile[…]circolare e infinita.

     

Rischiara, vedi? Fossimo stati sempre lì,
sulla linea dell’orizzonte, le facce non tese,
sempre, in un tempo eterno e bello, non
avremmo freddo. Ma sotto la caverna,
per quanto al riparo, la luce filtra a stento,
rare facce,
finissimi granelli, strisce di terra. Sai per me
quando appare e non sembra, quando tiene:
tutto, si fa per dire,
volevo essere, volevo dire, mangiare, perdere
un po’ d’ego.
Ritorna l’acqua, l’origine, ma non la tocco. Mi
sembra come quel giorno perso, tutte le immagini
in una sola e
l’alba lontana, più lontana nei giochi, nel risveglio.
Millenovecentocinquantaquattro. Ma era davvero
istante?
Lanciava la polvere nel vuoto. Istante, se non fosse
già nel sembiante, linee di foglie, più giù la radice.

*

dolore
in apertura Demetrio Polimeno, Visions of Johanna, senza titolo 12-2016

 

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