Il femminino e la sua voce di Antonella Lucchini, nota a margine di Claudia Zironi

5Nina Nasilli,

Il femminino e la sua voce di Antonella Lucchini, Il seme bianco Ed., 2017, nota a margine di Claudia Zironi.

    

    

Ci siamo interrogati a lungo, più volte inoltrati in discussioni, rivendicato posizioni sull’esistenza o meno di un genere (sessuale) in poesia.
Il genere “poesia femminile” esiste o viene utilizzato dai critici (maschi) solo per declassare, appiattire, sminuire la dignità di letterate delle donne?
E esiste un empowerment femminile? Una poesia civile femmina?
O all’opera poetica del “femminino” (e così iniziamo  a inoltrarci nel libro di Lucchini) è riservata l’intima introspezione?

Nei giorni in cui si rimette in discussione la legge 194, nei giorni in cui un Federico Moccia può affermare sulle pagine di uno dei maggiori quotidiani nazionali (Corriere della sera del 11 ottobre 2018) che se un uomo uccide una donna perché il loro rapporto va male, la responsabilità è di entrambi, nei giorni del XXI secolo in cui in occidente la numerica delle donne velate subisce ogni giorno un incremento esponenziale, nei giorni in cui ancora si parla, invano, di quote rosa e di comunicazione istituzionale di genere, nei giorni in cui le giovani storcono il naso davanti alla parola “femminismo”, Lucchini ci grida forte e chiaro, dalle pagine del suo libro di poesia, ora con tono elegiaco, ora epico, ora divertito, ora (ossimoricamente) sommesso, che è lecito fare “poesia femminile” e che la “poesia femminile” è letteratura, è esperienza, è introspezione, è eros e natura, è denuncia. Il “femminino”, con il suo lessico e il suo sentire, sa, può e deve essere anche consapevolmente rivolto all’esterno da sè.

Vi lascio con una selezione di testi e di brani da ognuna delle sezioni del libro “Il femminino e la sua voce” di Antonella Lucchini, Il seme bianco Ed., 2017.

    

Sezione: La macchia rossa

    

Non so come condire
il fiume amaro che tortura
le stanze della mia bocca.
Apriti in due
fatti succhiare
grida ai miei denti
trovami un sale di sangue, ancora.

*

Portami a veder fiorire il mare.
Voglio guardare
sotto i nembi di schiuma
la sabbia che si spezza
e i piccoli diamanti
che barcollano al sole
farmi sfuggire il sale
tra le dita
piangerlo
come una salma
infilare conchiglie
in uno spago di vento
metterle al collo
voci nane
del mare passato.
I rami morti arrivati da lontano
fanne un falò che dia fuoco bianco
e lasciami cantare
la mia Itaca in fiamme.

*

    

Sezione: La caduta (il panico e altri vermi)

    

Batte sulla fronte
il sibilo della memoria,
una tomba non chiusa
dove cadere non morta

*

All’ombra del sonno
quando le palpebre sbattono
al terremoto degli occhi
rotola lontano
la quiete del sepolcro.
Chiamalo sogno
quest’inconscio urlante
che scappa fuori
chiamalo bisogno
questo vampiro che depenna
gli anni dalla pancia.
Andare per fossi
la notte.

*


Sei madre, per sempre,
mia
e io per sempre figlia
tua;
anche negli ultimi giorni,
bambola di figlia,
mentre ti lavavo e accudivo,
riportando indietro il tempo, rovesciato.
Ti sei liquefatta oltre l’ultima porta
mentre il mio grembo
partoriva la tua morte
e il distacco strappava
l’erba al nostro giardino.
(Ho smesso le rose).
Abbi cura di te
splendi
passami vicino la notte
quando mi spezzo.

*

     

Sezione: Il fragore nudo

    

Sai quando entri disperato
e la corrente impetuosa
sfonda i tuoi argini
allunando nel mio alveo?

sei dio.

*

Dobbiamo rompere il fiato
andare oltre le tue gambe di granito
le mie di nuvola
oltre
i lacci bianchi che ci mescolano
lasciare i tendini alle loro onde
e guardarci dall’alto.
Siamo casa
tu il mio tetto.

*

      

Sezione: L’isteria del pettirosso

      

Il gambo dell’inverno passa
di palmo in palmo.
Passa
nell’isteria del pettirosso
nell’ombelico del ghiaccio
nelle caverne acquee della nebbia.
E si piega esausto
nella tua mano gemmata.

*

Fresca
nell’estate scoppiata furente,
uno scroscio d’acqua
sulla sete senza tregua.
Sei una figlia d’erba
da tenere in bocca,
come l’amore.

*

Quasi era neve
tra le cime delle gocce liquide
cantate dal bozzolo appena sfatto.

*

      

Sezione: “Fatti non foste a viver come bruti”

      

In principio era Gea
utero di tutti gli uteri
vento, pioggia e terra.
Madre di draghi e serpenti
madre incarnata in tutte le femmine
fertili e gravide,
madre di Demetra madre di Persefone
madre sopra e sotto la terra.
L’equilibrio stava in equilibrio tra i tuoi seni.
Quando all’uomo venne in sogno il potere
creò un dio con glande e prepuzio
e tu, tu scivolasti dalle nuvole.

*

Gli scheletri scivolano
tra i rottami di Aleppo
hanno margherite nelle orbite
metatarsi piccoli e svelti
che corrono senza muoversi:
la morte ciondola
la vita corre.
Vedi bambina?
La gola non c’è più
(lo scolo del gelato e delle caramelle)
la lingua è stata mangiata
non è stato il topolino dei denti
che si è allargato troppo
è stata una cosa volata giù
dal cielo
(e cadessero solo stelle
e si chiamassero anche quelle Perseidi).
Sì, le ossa sono bianche
e fanno rumore,
è l’eco dei denti del terrore
quando l’aria sibila
e poi esplode.
Sì, la tua mano sulla mia
fa il solletico
hai le dita scarnate.
Facciamo il gioco
“falange falangina falangetta”?
E mi dai un bacio senza bocca
sulla guancia?

*


Così muoiono le donne nel lager dell’amore:
si perdono tra i sassi.

*

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in apertura Nina Nasilli, “Legame – e se fosse solo l’azzurro a collegare il cielo alla terra? (di blu sogno vivrebbe allora eterno ogni seme di vita, possibile infinito, nel tepore dell’utero demetrio)”

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