Il furore della famiglia, di Marisa Cecchetti

Ivo Mosele, Foto ricordo

Il furore della famiglia, di Marisa Cecchetti.

    

   

“Questa di privarsi delle cose senz’averle nemmeno assaporate era una sofferenza che strappava le lacrime. E così, nello stesso momento che lasciavano un tubetto di maionese, capitava loro sottomano un grappolo di banane, e lo prendevano; o un pollo arrosto invece d’uno spazzolone di nylon; con questo sistema i loro carrelli più si svuotavano più tornavano a riempirsi.
(Italo Calvino, Marcovaldo ovvero le stagioni in città. Einaudi, 1963)

Questo furore della famiglia di Marcovaldo di riempire il carrello della spesa, è rappresentativo della società nata dalla trasformazione economica degli anni ’50-’60 del secolo scorso.

Marcovaldo ed i suoi, pur avendo le tasche vuote, avevano comunque accarezzato per un breve momento l’ebbrezza del possedere, del consumare, la soddisfazione di sentirsi uguali agli altri, in una illusione fugace di benessere. Ma ci sarebbe stato per loro un finale umiliante e gravoso, davanti alla cassiera-passaggio obbligato, che “puntava una macchina calcolatrice crepitante come una mitragliatrice contro tutti quelli che accennavano ad uscire”. Si sentivano come bestie in gabbia, o carcerati, anche se in una prigione luminosa.

Non poteva finire, dunque, se non con un gesto apparentemente pazzesco, invece saggio ed eroico: “Era una bocca enorme, senza denti, che s’apriva protendendosi su un lungo collo metallico: una gru. Calava su di loro, si fermava alla loro altezza, la ganascia inferiore contro il bordo dell’impalcatura. Marcovaldo inclinò il carrello, rovesciò la merce nelle fauci di ferro, passò avanti. Domitilla fece lo stesso. I bambini imitarono i genitori”.

Le insegne pubblicitarie avevano fatto da guida, portandoli in uno sconosciuto paese dei balocchi.

Quando si lessero i racconti di Calvino pensavamo ancora che la ragione collettiva avrebbe avuto la meglio sui persuasori più o meno occulti. Del resto non eravamo abituati all’abbondanza e confidavamo nei sani principi della nostra cultura, nella aurea mediocritas su cui impostare la vita, sulla virtù che non sta nelle scelte estreme, ma in quelle ponderate, centrali.

Abbiamo sbagliato le nostre previsioni, perché il desiderio di avere ha superato la ricerca dell’essere, in un trionfo globalizzato di materialismo.

Avere le stesse cose di chi se le è potute permettere da tempo o da sempre, è diventato l’imperativo categorico di ogni persona, a cominciare dalla classi sociali più deprivate e più in sofferenza, in un bisogno di autoaffermazione attraverso l’ostentazione del possesso e la consapevolezza stessa del possesso. L’alternativa sarebbe stata l’emarginazione basata su una visibile differenza.

Allo stesso tempo i miraggi di felicità, nella impossibilità concreta di realizzarli, hanno distrutto tante giovani vite che hanno cercato rifugio in paradisi artificiali.

Le famiglie si sono circondate di cose superflue che il messaggio pubblicitario ha fatto apparire uniche, indispensabili. Si è creata una catena di anelli infiniti, in un tendere sempre più in là, dove si ritiene possa trovarsi la felicità.

Invece si è costruita l’insoddisfazione, l’irrequietezza, la sofferenza.

Parte dall’infanzia il percorso diseducativo, basti pensare alla marea di regali, ninnoli, inutilità varie, che circondano il bambino fin dai suoi primi giorni di vita, che crescono nel tempo e invadono le camerette trasformate in un bazar di oggetti nemmeno sfiorati. Oggetti che comunque dovrebbero sopperire alla mancanza di tempo degli adulti, o alla mancanza di fantasia e disponibilità.

Mi chiedo che cosa mai soddisferà uno di questi bambini- principi, quando saranno adolescenti e adulti e in qual modo si procureranno gli oggetti del desiderio.

Perdente è stata la ragione, sconfitto il buonsenso, vincitrice la legge del mercato che vuole che si consumi perché si possa produrre. Sempre. A ciclo continuo. Drammatica catena che finisce per stringerci il collo, nella consapevolezza che produrre significa creare posti di lavoro. Non produzione è uguale a cassa integrazione, licenziamento, chiusura di aziende.

Ma non doveva essere questa la strada da percorrere. Forse non dovevamo costruire questa prigione luminosa.

Dunque dovremmo avere il coraggio di Marcovaldo e dei suoi, di buttare via tutto?

Dietro al gesto di Marcovaldo si legge la necessità di analisi critica della società che abbiamo costruito ed accettato.

Tornare indietro si può, a stili di vita più umani, cercando altre strade per creare lavoro. Sappiamo che esistono. Ma questo richiede conversioni sane, ragionate, coraggiose, tuttavia indispensabili se consideriamo lo stato di infelicità diffusa che si percepisce: ovviamente se abbiamo occhi ed orecchi e sensibilità per coglierla, non se passiamo indifferenti attraverso la vita, dediti solo al nostro bene ed al nostro interesse.

          

Ivo Mosele, Foto ricordo
Ivo Mosele, Foto ricordo

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