Il lavoro dei poeti: Flores D’Arcais, Polvani, Travi, Zironi

Pride, Matthew Warchus, 2014_news

Il lavoro dei poeti: Alessandra Flores D’Arcais, Paolo Polvani, Ida Travi, Claudia Zironi.

    

     

Vi proponiamo il punto di vista sul tema del mese di diversi autori, con una sola poesia a testa, a esemplificazione e dimostrazione di come la parola poetica possa fornire una molteplicità di spartiti aderenti a un medesimo assunto:

      

di Alessandra Flores D’Arcais

Questa poesia nasce come riflessione sui mutamenti del mondo del lavoro negli ultimi anni, riflessioni stimolate dalla recente lettura del saggio: AA. VV., Come la vita si mette al lavoro. Forme di dominio nella società neoliberale, a cura di Beatrice Bonato, Mimesis, 2011. AFDA

HOMO OECONOMICUS

L’homo oeconomicus
vive nelle città per progetti
da servo emancipato
a coltivare idee
pagate a cottimo
e nel tempio
sacrifica
il tempo della vita
e qualità e talenti
al dio neoliberale
per trenta denari
i sacerdoti del lavoro
lo hanno ammaestrato
in un recinto mobile e precario
all’efficienza nomade
alla creatività flessibile
e lui
alla fine crede davvero
che non esista altro modo
per sentirsi umano.

*

di Paolo Polvani

Equilibri

La cisterna sprizzava bagliori d’argento.
L’operaio in tuta arancione ne accarezzava la pelle
con la leggerezza di un equilibrista.

Ai suoi piedi l’orizzonte
manifestava sottomissione e aderenza.

Il cielo era un manifesto
sulle profondità di ottobre.

L’operaio frugava, rovistava
tra gli attrezzi.
Cercava l’obbedienza di una vite, la cieca
fedeltà di un bullone.
Confrontava certi spessori, borbottava.

L’arancio della tuta si spostava
lungo il perimetro della cisterna.

Ottobre era un cielo di invincibile bellezza.

L’operaio sulla piattaforma rimestava
e riponeva, malediceva, forse
era felice.

*

di Ida Travi

da “Dora Pal, la terra” Moretti&Vitali Ed., 2017

(come si chiama il nostro lavoro) 

Come si chiama il nostro lavoro, Olin
il nostro lavoro in terra, come si chiama?

Il mio, il tuo, il nostro lavoro…
se devo spiegarlo a qualcuno
il nostro lavoro in terra come si chiama?

Centomila formiche rosse, e non una si volta, non una…

È un lavoro, questo?

C’è una benda in fondo al tuo occhio, Olin
c’è una piccola benda rossa…

*

di Claudia Zironi

da “Cronache dal mondo di sopra” inediti sul mondo del lavoro

Il tempo scorre più lento nella dovizia
dei racconti delle altre città delle vacanze
ricordate. Piazze lente, una meteorologia
cristallizzata, la relatività dell’orologio
della torre nell’attesa del rintocco, lente
le nuvole di vento: mi dicevi che forse
si potrebbe lavorare, vivere lontano
come rondini scampate dalla guerra. Avere
una diversa percezione della colpa, lasciare
indietro tutti i sassi nei disegni della pioggia
tutte le soglie e i tetti disattesi, ogni lento
mutamento del racconto.

*
       
Pride, Matthew Warchus, 2014
Pride, Matthew Warchus, 2014

2 thoughts on “Il lavoro dei poeti: Flores D’Arcais, Polvani, Travi, Zironi”

  1. In ultimo venne il giorno
    dei ricordi condivisi,
    resoconti attivi
    del lavoro che fummo, della nostra
    ipocrisia. Della classe andata
    e di tutto il postsessantotto
    che a mala pena comprendemmo.

    Si erano fatti attivi i varchi
    e nelle segreterie spente
    le luci degli addobbi rilucevano come inservienti.

    Fu presto fatto il resoconto.

    A destra gli uomini, le donne al centro.
    La perenne quota rosa.

    I bimbi in fila per le audizioni.

    L’ operaio in somma per la risoluzione.

    Grazie, Versante Ripido

  2. il lavoro e la valutazione del lavoro con corrispettivo in soldoni e favori
    i campi piagati dal mercato sfruttati al pari nostro come schiavi
    fino all’osso fino all’aridità in cui viviamo anche noi
    tutti nessuno escluso
    nemmeno quelli che zappano un foglio con la penna
    tenendosi ben stretta la pena di vivere
    dentro una stanza due per tre
    un metro in più sarebbe la libertà
    da questa inciviltà che ci siamo costruiti
    uomo dopo uomo uno nascosto dall’altro
    arando i corpi di quelli che stavano sotto
    per guerre omicidi suicidi aborti e morti sul campo
    perché la vita non è mai abbastanza tenera
    ha un guscio duro e dentro quello il fuoco
    siamo noi povere scimmiette da circo
    che crediamo d’essere fiori di serra
    e abbiamo bisogno di sostenerci con pensieri fasulli
    l’orrore e l’orrido stanno sullo stesso passo
    e la morte è un abito per stare da una parte o dall’altra
    con la stessa innocenza
    sotto terra non vale nessuna differenza

    f.f.

Gentile lettore, all'autore di questo articolo farà molto piacere se vorrai lasciare un commento.

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