Il lavoro della poesia, reportage di una premiazione e di un convegno, di Enea Roversi

Lavorare con lentezza, Guido Chiesa, 2004_3

Il lavoro della poesia, reportage di una premiazione e di un convegno, di Enea Roversi.

    

    

Ci troviamo spesso, noi che dedichiamo alla poesia parte del nostro tempo, a farci domande sul senso della poesia stessa. Che senso ha scrivere andando a capo, oggi, in una società dominata dall’immagine usa e getta? Una società in cui conta l’apparire, l’essere al posto giusto nel momento giusto (non importa se poi fai la cosa giusta). Siamo circondati da immagini che invadono le nostre giornate e alle quali non possiamo opporre resistenza, se non isolandoci. La musica, il cinema, il teatro, le arti in genere rischiano di diventare puro intrattenimento, prodotti da consumarsi in fretta senza troppe riflessioni, vedendo quindi ridurre la propria valenza culturale. E i libri? E la scrittura? Che posto occupano in questo scenario da terzo millennio?

Secondo i dati resi noti all’inizio del 2018 dall’Associazione Italiana Editori (AIE), nel 2017 il fatturato delle case editrici in Italia è aumentato del 5,8%, mentre il numero di titoli pubblicati nello stesso anno ammonta a 66.757 (di cui 19.860 di narrativa), in linea con i due anni precedenti.
Un popolo di lettori, quindi? A sentire quanto dice l’Istat parrebbe proprio di no, anzi, i dati sono piuttosto sconfortanti: il 57% degli italiani non legge nemmeno un libro all’anno (dati relativi al 2016) e soltanto il 5,7% dei lettori legge almeno un libro al mese. Non solo, tra il 2010 e il 2016 si sono persi circa 4 milioni di lettori.
Popolo di santi e di navigatori, forse, ma non di certo popolo di lettori: le cifre sono inequivocabilmente spietate.
All’interno di questo mercato che posto occupa la poesia? Un posto non certo rilevante, un mercato inesistente, o quasi: appena il 6% del totale dei libri pubblicati, per un numero di copie complessivamente vendute pari a circa mezzo milione (è sempre l’AIE a dircelo).

La poesia, dal punto di vista editoriale, ha un ruolo assai marginale, quasi non esiste e del resto basta andare in una qualsiasi libreria media o grande per rendersene conto: a fronte di pile gigantesche di libri di narrativa, fantasy, noir o altri generi, la poesia è solitamente relegata in un angolo. La si può trovare su scaffali polverosi e poco in vista, a volte mescolata con i libri di teatro, con in primo piano Neruda, Merini, Montale (non sempre), i classici latini, le antologie di poesie amorose e l’ultimo libro di  pseudo-poesie dello youtuber di turno, che anche se non passerà alla storia come poeta può comunque garantire al grande editore che lo ha pubblicato almeno venti o trentamila copie vendute.

DSC_5346Eppure la poesia vive in Italia un momento di grande vitalità: i festival e le rassegne poetiche proliferano in ogni angolo del paese, così come i premi letterari, i social grondano versi con copiosa regolarità, le presentazioni di libri di poesia si sovrappongono quotidianamente in maniera incessante. Pare che in Italia ci siano tre milioni di poeti o, meglio, tre milioni di persone che scrivono andando a capo. Popolo di lettori no, ma popolo di poeti sì. Non so se il dato sia scientifico o se si tratti di una stima approssimativa, né come e quando sia stato fatto questo censimento, ma si tratta comunque di un dato impressionante. Le cifre, nella loro freddezza, impressionano e qualcosa comunque, alla fine, non torna.

Aumenta il numero dei libri stampati, ma calano i lettori. La poesia è un genere letterario minore, letto da pochi, ma il numero dei poeti è pari alla popolazione di Roma. C’è qualcosa di schizofrenico in tutto ciò, ci sono varie sfaccettature che andrebbero osservate e analizzate in maniera più approfondita e non certo nello spazio limitato di questa prefazione.

Torniamo quindi alla domanda iniziale: che senso ha scrivere poesia e soprattutto a che cosa serve, oggi, la poesia?

“So che la poesia è indispensabile, ma non saprei dire per cosa.” diceva Jean Cocteau ed effettivamente ce ne rendiamo conto tutti che la poesia non salverà di certo il mondo, come qualcuno utopisticamente e ingenuamente immaginava, ma sappiamo altresì che è un elemento di cui non possiamo fare a meno.
Lo stesso Cocteau diceva anche: “Il poeta è un mentitore che dice spesso la verità.”, affermazione che rimanda inevitabilmente a questi celebri versi di Fernando Pessoa: “Il poeta è un fingitore. / Finge così completamente / che arriva a fingere che è dolore / il dolore che davvero sente.”
Ma il poeta è anche un artigiano della parola, che scava nel profondo: “Tra l’indice e il pollice / ho la penna. / Scaverò con quella” recitano i versi finali della celebre poesia Digging (Scavando), del grande poeta irlandese Seamus Heaney.

Proprio da qui, dallo scavo, possiamo partire per pensare alla poesia come lavoro: lavoro di ricerca e introspezione, ma anche rappresentazione dei tempi che corrono e scorrono. Poesia del lavoro e poesia sul lavoro: sui modi, i tempi e i cambiamenti del mondo lavorativo e delle condizioni dell’essere umano che lavora. Il tema del convegno che si è svolto quest’anno a margine del Premio Nazionale “Poesia senza confine” di Agugliano è La poesia del lavoro che cambia: dal proletariato al cognitariato.

I relatori del convegno
I relatori del convegno

Si tratta di un excursus sulla poesia italiana che si è occupata del lavoro: non come poesia di genere e non genere poetico, concetti che non ci piacciono e dai quali vogliamo assolutamente restare lontani. Vogliamo invece puntare il nostro sguardo su quei poeti che hanno parlato del lavoro in fabbrica, vivendolo in prima persona, come Luigi Di Ruscio, che emigrò da Fermo per andare a vivere in Norvegia, dove lavorò per 40 anni come operaio, continuando a scrivere in italiano, da vero e proprio esule letterario. Oppure partire da Ferruccio Brugnaro, poeta e operaio Montedison, che già negli anni sessanta distribuiva le sue poesie ciclostilate nelle scuole, nelle fabbriche, nei quartieri, per arrivare al conterraneo Fabio Franzin che descrive il mondo del lavoro nel nord-est ai tempi della crisi. Puntando poi su due nomi imprescindibili della poesia italiana del novecento come Pasolini e Pagliarani, arriviamo ad occuparci della poesia del presente, quella che guarda ai cambiamenti del mondo del lavoro e al nuovo precariato. Autori come Nadia Agustoni, Gianfranco Corona, Marco Ribani, Lucianna Argentino, Francesca Del Moro e Claudia Zironi ci danno la possibilità di osservare da vicino le fabbriche in dismisssione e il nuovo precariato intellettuale e della conoscenza, espresso nella parola cognitariato: un brutto, ma efficace neologismo.

Il concorso ha visto anche quest’anno un’ottima partecipazione in termini numerici, a conferma che l’organizzazione di Giorgio Balercia e dell’Associazione La Guglia funziona come una macchina perfettamente rodata.
La giuria ha scelto i testi cercando di premiare, oltre alla cifra stilistica, anche la materia del verso: uno sguardo al contenuto, dunque e non soltanto al contenitore.

Alexandra Mac Millan e il sindaco Daniele Carnevali
Alexandra Mac Millan e il sindaco Daniele Carnevali

Ecco che troviamo così i versi concreti di Celestina Cielo che in Davide racconta del proprio desiderio di cambiamento e di ribellione, quelli evocativi di Alexandra Mac Millan che in C’era il fiume s’interroga su Dio e quelli materici di Matteo Piergigli che in Radice ci propone uno sguardo sul quotidiano.
Se Elio Caterina (…la luna lascerà il davanzale) si affida alla poesia lirica legata alla tradizione, Virginio Serafini  in Aeroplano propone versi forti, d’impatto, con echi quasi bukowskiani. Anna Elisa De Gregorio in All’ombra dei fiori nessuno è straniero usa gli elementi della natura come metafora delle tragedie umane, mentre Alessandro Lattarulo in Come un elastico si abbandona ai ricordi e alla nostalgia. Vita morte e miracoli di Patrizia Paoletti è un invito alla riflessione, sulla vita e sulla condivisione dei momenti, così come Favola al rovescio di Graziella Naurath è un’amara presa d’atto del vuoto che ci circonda e Se si tratta di figli di Annalisa Rodeghiero è una delicata e al tempo stesso realistica descrizione dell’essere madre.
I temi trattati sono diversi, gli stili sono diversi, la forma è diversa: in ogni autore traspare però la voglia di fare poesia, di trattare il verso come l’artigiano tratta e plasma la materia: non a caso il termine poesia deriva dal greco poiesis, che significa il fare dal nulla.

Ecco, forse sta proprio qui il senso della poesia: fare con le proprie mani, osservare con occhi vigili il mondo in cui si vive e confrontarsi con chi scrive (e qui trovano un senso i premi letterari, quelli seri). In un’epoca dell’immagine, così come l’abbiamo descritta all’inizio, nella quale i supporti si modificano velocemente, il poeta è chiamato anch’esso al cambiamento. Non sarà più la figura romanticamente appartata cara ad un certo immaginario, ma dovrà inevitabilmente aggiornarsi ai tempi, usando i mezzi che la tecnologia gli mette a disposizione, senza però abbandonare l’anima, essenziale e insostituibile elemento.
La poesia, quindi (e con essa la figura del poeta) ha senso in quanto specchio del tempo nel quale si realizza.

La serata conclusiva del Premio Poesia senza confine si è svolta sabato 30 giugno, a Polverigi, nel suggestivo chiostro di Villa Nappi.

Oltre ai finalisti della sezione poesia in lingua, c’è stata l’occasione di poter ascoltare i tre finalisti della sezione dedicata alla poesia in dialetto: Luciano Gentiletti, con i suoi sonetti in dialetto romano che trattano temi sociali e rinnovano la tradizione del Belli e del Trilussa, poi Anna Maria Lavarini e i suoi versi in dialetto veronese venati di malinconia e infine Nico Bertoncello, che si abbandona anch’egli all’onda dei ricordi, servendosi del dialetto veneto bassanese.
Per questa sezione i componenti della giuria sono stati: Lorenzo Spurio, Elvio Angeletti, Germana Duca Ruggeri, Elvio Grilli e Franco Patonico.

Luca Violini
Luca Violini

La serata è stata arricchita dagli interventi dell’attore Luca Violini: nomen omen, verrebbe da dire, in quanto Violini possiede uno straordinario strumento e lo usa con maestria. Non è uno strumento a corde e ad arco, ma si tratta della sua voce.
Violini ha regalato al pubblico presente un’originale lettura leopardiana, dando voce al grande Giacomo, che parla in prima persona e racconta come sono nati i suoi capolavori. Rivivono così le atmosfere di Casa Leopardi con l’imponente biblioteca di ventimila volumi, il colle dell’Infinito, la torre da cui cantava il Monticola solitarius. È stato emozionante risentire i versi di Giacomo Leopardi e riscoprire che sono da sempre modernamente eterni e per sempre straordinariamente belli.

Per concludere, un personale ringraziamento va a Giorgio Balercia e all’Associazione La Guglia per il cortese invito e la squisita ospitalità e ai compagni di giuria, ma soprattutto cari amici, Paolo Polvani, Emanuela Rambaldi, Silvia Secco e Claudia Zironi per il loro prezioso lavoro.

     

   

in apertura: Lavorare con lentezza, Guido Chiesa, 2004

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