Il miracolo del kebab, poesie di Paolo Polvani

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Il miracolo del kebab, poesie di Paolo Polvani.

     

     

San Giuseppe da Copertino salva un migrante in procinto di annegare sollevandolo in volo

Io sono Abdelaziz, quello del mare che inghiotte, Abdel
in bilico sul bordo della barca, sul bordo
dei sogni, quello del cielo azzurro e della notte
che avanza strisciando, della barca che si rovescia nel buio
e spalanca l’alfabeto sonoro del terrore.
Abdelaziz del freddo che assorbe, della imperscrutabilità dei pesci,
dell’acqua che diventa uno scintillio di voci, di grida,
fanfara dolorosa di destini senza più nome.
Abdelaziz che ha conosciuto il privilegio di una mano che l’afferra,
l’ha scaraventato nell’inchiostro del cielo, su su, ha volato
come un uccello senz’ali, Abdel che tremava nell’aria,
che ha sentito la terra, è caduto, ha visto in faccia
quell’uomo, si è specchiato nella sintassi di rughe,
nella fronte da contadino, Io Abdelaziz, da Wajid, Io
Giuseppe, ha detto soltanto, vengo da Copertino.
Abdelaziz in piedi sulla barca. Gli è stato rivelato
che morire non è solo un’ipotesi, una parentesi chiusa,
un’equazione, una faccenda trascurabile.
Abdelaziz che ha volato nell’aria, le stelle affacciate.
Abdelaziz che Giuseppe afferra col braccio da contadino,
Giuseppe di poche parole, sparito nel buio.
Io sono Abdelaziz, quello della barca, del mare che inghiotte.

*

Il miracolo del kebab

Si può addentare la cipolla e una sequenza di stagioni,
se sei seduto solo all’Isola del Kebab e mastichi
una cittadina del nord spalancata sulla cartolina
di un mare azzurro, se mastichi la tristezza
che si annida nel ricordo di un cortile
affogato nella ripicca dell’estate, e deglutisci rimpianto e piazze
nella vibrazione assolata del mezzogiorno e un tuono
lento e muto rotola e di fuori il grugnire del traffico
ti fa dono di un piccolo disprezzo. Mastichi solo, e in quella
solitudine si affaccia il muso di un gatto, si affaccia
il vecchio muso di una donna. Una solitudine che parla,
ti prende il cuore tra le mani e lo scaraventa per terra.
Può accadere così che santa Edvige faccia apparire
la danzatrice col tuo stesso dialetto sulla bocca,
le tue stesse parole da bambino, la stessa
musica che ti fece da cuscino, da ombra, da riparo.
Ora non mastichi più kebab, rimpianto e solitudine, ma
la ruota di quella pancia bianca, la farina di una patria, e tutta
una notte di discorsi, di vicoli odorosi di minestra, di tramonti,
di cielo, di parole, di pelle che sa scrivere un poema.

*

Il miracolo dell’anello

La vecchia infine morì.
Infine morì, non sopportava che la badante
sedesse alla sua tavola, condividesse
vecchi ricordi, il bagno, le lenzuola,
e quell’anello, l’anello di sua madre.
Tre nuvole presero possesso della stanza.
Fece il suo ingresso anche la santa Eufrasia, un poco china,
una vecchia santa piegata dagli acciacchi, provata
dagli affanni, il viso un pascolo di rughe.
La santa prese la mano della vecchia morta,
la condusse nell’orto, le tre nuvole dietro, come cani
ottusi, fino alla pianta di peperoni dove,
zappando, innaffiando, raccogliendo, l’anello
era scivolato nella terra, nascosto dalle foglie.
Guarda, disse la vecchia santa alla vecchia morta,
non è vero che tutti i romeni rubano, ti sei sbagliata, così
sei morta per la troppa collera. La vecchia morta
strinse la mano della vecchia santa, non profferì
parola. Le tre nuvole evaporarono nel cielo.
Sul comodino ingombro di medicinali comparve
l’anello, e il viso della vecchia morta
per la troppa collera, parve aprirsi a un sorriso.

*

Filastrocca del migrante che affoga

Mare nero come l’inchiostro
ingoia il migrante, risucchialo giù
guardalo è nero come sei tu
chiudi i suoi occhi tappa la bocca
avanti migrante sotto a chi tocca

tu sei povero, nero, ti vorresti salvare
ma è meglio se affoghi e ci lasci sguazzare
nel paradiso dei nostri capricci
merci potere illusioni feticci
facci godere nei supremi bagordi
la condanna è che tu resti ai bordi,
nella tua povertà, è li che si fonda
la nostra ricchezza, è da lì che si fionda
l’enorme bellezza di consumare
di possedere di deturpare

noi la ignoriamo la parola pietà
ci turba ci tocca ci causa ansietà

per un giorno fingiamo cordoglio
facciamo finta di avere un orgoglio
piangiamo cianciamo di dignità
la verità è che in fondo di te
non ce ne fotte ma niente di niente
noi siamo ricchi tu muori pezzente.

*

       

FAMILI_MG_9787
opera di Maurizio Caruso

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