Il pomeriggio della Tigre di Elisabetta Sancino, recensione di Silvia Secco.

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Il pomeriggio della Tigre, di Elisabetta Sancino, Terra D’Ulivi Edizioni, 2018, recensione di Silvia Secco.

    

     

Qualcuno al quale devo poeticamente molto per avermi mostrato attraverso l’esempio cosa di questo esempio serbare e cosa, invece, sideralmente allontanare, qualche tempo fa, quando ancora avevamo conversazioni e scambi di scritture, corresse integralmente una recensione che stavo scrivendo per un libro di poesia che avevo particolarmente amato, togliendo ad uno ad uno gli incisi che definiva “di opinione personale” o “troppo entusiasti”: non professionalmente adeguati all’opera critica.
Io dico, però, che debba esistere – sacrosanto e salvaguardato – uno spazio dentro al quale sia possibile sentirsi assolutamente liberi, come bambini scalzi nelle pozzanghere: liberi di saltare di emozione e gioia al cospetto della grandezza, della bellezza di un versificare luminoso e profondamente oscuro al contempo. Ecco il luogo creato da questo “pomeriggio” di selvaggi e dolcissimi agguati di poesia. Eccolo, luogo di stupore, immersa nel quale ho sorriso e pianto, sottolineato al punto da incidere la pagina, letto più volte a voce alta in solitudine o in condivisione. Luogo di miracoloso stupore per il quale, allora, voglio rivendicare la felice libertà di scrivere che è “bellissimo”: un libro bellissimo e finalmente giunto, di bella, altissima poesia.

“Sia resa gloria a quei pomeriggi
in cui la tigre ti salta in grembo
nel perimetro sacro del letto”(pag. 9)

Sia resa gloria, sì, ai balzi imprevisti di questa tigre d’ispirazione, nel tempo meridiano della contemplazione e della meditazione, lo sguardo alle moltitudini di mondi, invisibili nelle loro – invece – evidentissime corrispondenze, e invisibili soltanto a chi vede unicamente e poveramente ciò che può toccare, catalogare, come “realtà univoca”. Sia resa gloria quando accade, come scrive Sexton, che “la poesia munge l’inconscio come fosse latte”: l’inconscio a “nutrire la poesia con piccole immagini, piccoli simboli, risposte, intuizioni che neppure io conosco”.

L’universo simbolico di Elisabetta Sancino appartiene alla dimensione delle corrispondenze e della fusione di molteplici piani sensoriali e sostanziali e canta, lirico e colto, questo continuo rimescolarsi di rimandi, esattamente come avviene nel processo onirico. La stessa citazione iniziale, da Nina Cassian, ci avverte che è questo che incontreremo:

Una mela azzurra,
una tigre verde-
quanto basta per scrivere libri di tutt’altro genere,
libri con cieli rossi,
giungle viola,
perché qui come altrove tutto si rimescola” (N. C.)

Ed eccola, promessa mantenuta, la poetica di assoluto magico concretismo di Sancino: “un pugno di sillabe” che

“Solo loro
hanno attraversato la pineta abbandonata dai cervi
hanno succhiato
la pioggia, sfiorato la folgore
sono cadute tra i rovi
recano l’impronta rossa dell’artefice”(pag. 24)

incanto nel quale ci sono concessi in visione i millenari scenari primordiali, l’universo in formazione precedente l’uomo, nel quale un linguaggio preesistente e universale era ritmo, pulsazione, lingua madreepadre, divinità creatrice.

Esiste, evidentissima, nella poesia di Sancino, una tensione alla sacralità dell’esistenza, che probabilmente coincide con una volontà celebrativa della percezione della realtà dell’autrice: una necessità di trascendenza e di sublimazione:

“Anche l’erba è lirica
nel cerchio sacro dei grilli”(pag. 30)

cerchio sacro del canto, sacra capacità umana di elevazione nella quale è il nome, la parola pronunciata, ad essere leva, mano di Munchausen sui capelli. Verrebbe da chiedere all’autrice se ritiene l’attività di scrittura poetica come “lenitiva”, in qualche modo, della propria inquietudine interiore e dell’inquietudine del mondo, pur nell’impossibilità di una qualunque “salvazione”, poiché nulla salva, nulla può essere salvato. Tutto si svela come esposto alle escoriazioni:

Faccio la maglia coi ferri roventi
con la fiamma ossidrica mi rattoppo le scarpe
e poi zappo, concimo, semino
a mani nude, scorticate dal freddo
intreccio ghirlande di rovo
per addobbarmi l’incavo del seno.
Ti consiglio di fare altrettanto
se vuoi tenere alla larga l’inverno
trapianta qualche vena nel pavimento
portati la volpe in cucina
fatti un nido nell’armadio
raccogli la melagrana
crivellata dalla cornacchia
falla a pezzi e mangiala tutta
perché dentro è intatta” (pag. 45)

Le sei sezioni di questo libro compongono, allora, una vera “scorta di luce”, non soltanto stilistica ma di contenuti e di immagini, visioni che potrebbero essere ambientate ovunque se Sancino non ci indicasse, in due momenti in particolare, i luoghi amati e considerati “casa” del Dorset, prima, e della città di Milano, poi. Ed è esattamente questa capacità di dilatare lo spazio a qualsiasi altro spazio e di dilatare il senso ai molteplici sensi a fare grande, profumato e prezioso questo fiore poetico del “Pomeriggio”: fiore fortissimo ed inusuale, resistentissimo spigoloso fiore di stupore

Ti parlo una lingua blu
oceanica e impaziente
tempestata di ciottoli e foreste:
se a volte non mi comprendi
lo sai
che non è per poco amore
ma per quelle due sillabe infisse nella glottide
-nel punto sonoro le trattengo
insieme a quel che so di noi
quando l’alba ti sguscia fuori dalla bocca
e come spina di cardo si radica
nel miracolo della mia schiena” (pag. 49)

Non è il ventre, allora, il luogo di gestazione di questa poesia: non femminile, non di genere, non delicata, non usuale, non scontata. Sancino parla di pietre, e dice vertebre/ schiena/ nuca: sacre parole di schiaffi, visioni accecanti di scogliere. Ora, se proprio volete e dopo averla letta, pensateci voi a etichettarla. Io lascio che canti dentro di me. E mi auguro che Elisabetta non smetta di scrivere.

Non che io occupi molto spazio
ma le parole
per fortuna seguono altre regole
come l’erba matta e le ortiche
crescono anche fuori stagione
fanno sempre come gli pare” (pag. 23)

il pomeriggio della tigre
in apertura Utagawa Hiroshige, “Yui”, ca 1840, MET Museum New York

 

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