Il racconto del mese: In culo ar monno di Pier Francesco De Iulio

Mary Astor 1906 - 1987

In culo ar monno

racconto di Pier Francesco De Iulio.

   

A chi la vede per la prima volta, può sembrare una strada di periferia come ce ne sono tante. Per me e quelli come me, che ci venivamo da ragazzini, è tutta un’altra storia. Perché il Mandrione ne ha di storia da raccontare.

Erano i primi anni Settanta. Attraversavamo tutta la città, noi che partivamo da Primavalle, per arrivare fin qui, in culo ar monno, a incontrarci con Angelina, una pischella che abitava in una baracca addossata allo sfasciacarrozze di Porta Furba.

Angelina c’aveva le amiche bone. Per questo facevamo tutta quella strada. Lei no, non era bella, anzi. «Sei ‘na racchia», «Me pàri ‘n cesso», le dicevamo a brutto muso. C’era abituata. Non se la prendeva mai troppo. Tutt’al più ci strillava: «Ma annatevela a pijà ‘nder culo, va!». Anche i fratelli la trattavano allo stesso modo. Non faceva differenza. Il più grosso, Nicola, avrà avuto dodici o tredici anni, teneva sempre una bajaffa in saccoccia e quando ci avvicinavamo troppo la tirava fuori, agitandola come se avesse in mano una sciabola.

«’A Dartagnànne, ma te levi dar cazzo co’ quer temperino?! Mò t’o tiro su pe’l culo!»

Gino, che era secco come un uccello ma un gran fijo de ‘na mignotta, lo affrontava così, tenendo le braccia chiuse come per un incontro di boxe. E ogni volta iniziavano a darsele di santa ragione. Fino a quando, da dietro una frasca o un montarozzo, se ne usciva qualcuno con un pallone in mano, chiamando tutti a fare una partita.

A parlarne adesso sembra di vivere in un altro mondo.

Oggi Angelina non c’è più. Ad ammazzarla non fu la povertà o le botte dei fratelli, le mani dei balordi che la stupravano tra le carcasse delle auto abbandonate. Dissero che a portarsela all’«antro monno» era stata «’na leucemia furminante», non aveva ancora compiuto vent’anni.

Anche Gino, Nicola e gli altri “ragazzi di vita” di allora non ci sono più, inghiottiti dalla civiltà delle televisioni. Tracce che il tempo presente si è affrettato a rimuovere. Sangue dimenticato dalle nuove progenie di diseredati.

In quella strada, al Mandrione, nei buchi dell’acquedotto Felice, non ci abitano più gli emarginati e gli straccioni partoriti dal “miracolo economico” del dopoguerra. Altre miserie sono arrivate. Nuovi baraccati. Magari un poco più in là, nei bassifondi di Torpignattara, tra i labirinti della nuova immigrazione globalizzata. La storia ritorna sempre per mostrare le sue cicatrici.

«Dovevi da véde come era qui dieci, quindici anni fa!». Così mi disse un giorno il padre di Angelina, guardando avanti a sé, seduto in cima a un mucchio di ferri vecchi.

«Perché, com’era?»

«’Na mmerda! Pieno de mignotte e de froci, de sbandati che venivano da tutte le parti, burini e sfollati der Sud… ‘No schifo! Te lo dico io, crédime.»

«Beh, adesso non mi sembra molto meglio.»

«Ma che cazzo stai a di’?! Adesso è oro! Ce so’ rimasti sortanto ‘sti zingari de merda a fa er casino grosso, l’antri se so’ ripuliti; c’hanno li fiji alle case popolari der Don Orione o ar Trullo, se ne so’ annàti ar nord…»

Dal nostro piccolo avamposto, guardammo la sera venire giù sui muri scorticati. Il silenzio, dopo le grida scomposte del giorno, ci avvolse. Avevamo sete ma non c’era niente da bere, neanche dai “nasoni” in strada. Il Comune aveva interrotto la fornitura idrica in tutta la zona. Una sorta di ritorsione per i tanti allacci abusivi.

Per questo motivo, si parlò di un gran casino scoppiato all’interno della Giunta comunale. Ma gli interessi veri erano altri. I lavori della metropolitana, che da Termini doveva arrivare fino all’Anagnina. Il nuovo piano regolatore dell’edilizia. I democristiani che in Campidoglio non potevano più fare a meno del sostegno del PCI.

«Bisognerà pure che qualcuno risponda al vostro Dio, per la sorte di quella gente abbandonata!», si disse che un consigliere avesse arringato così l’assemblea riunita.

Della sorte di quei derelitti, in verità, non fregava un cazzo a nessuno o quasi. Era merce di scambio. Contraltare umano della speculazione sugli affari. Disperazione in saldo da comprare sottocosto al mercato nero del lavoro.

E pensare che sotto a quelle baracche, sottoterra, non c’era terra ma acqua. Un fiume antico che dalle pendici dei Castelli romani arriva sotterraneo fino in prossimità della Basilica di San Giovanni. Ancora oggi sono in pochi a saperlo. È come un segreto custodito dalla città. Forse adesso in quel fiume ci nuota l’Angelina, e gli sembra di essere come la Ekberg insieme a Mastroianni nel film “La dolce vita”.

                    

Mary Astor 1906 - 1987
Mary Astor 1906 – 1987

 

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