Il racconto del mese: Quando ho trovato un lavoro di Gianluca Massimini

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Quando ho trovato un lavoro

racconto di Gianluca Massimini.

   

È successo quando in pratica ho trovato un lavoro. E dire che erano mesi che tiravamo a campare, che andavamo avanti senza un soldo e non sapendo che fare, con l’intenzione ovvia di rimediare… Stringevamo la cinghia, e questo perchè dopo dieci anni di fatiche in officina era stato messo alla porta su due piedi, dall’oggi al domani, e lui giù a imprecare, tant’è che stavamo attenti a tutto quello che spendavamo, dai centesimi all’euro, e per non fare spese pazze ma oculate, affinchè gli ultimi spicci potessero bastare. E ogni volta a fare i conti, a spaccare l’unghia in quattro per poterci uscire, per non fare figuracce, a rinunciare ad ogni sorta di sfizio per andarci giusti… insomma, una vera disgrazia! Non avevamo, per intenderci, neanche i soldi per una birra e un panino al sabato sera o per uscire con gli amici a prendere un caffè tutti insieme al bar sotto casa. Per non parlare, poi, di quando arrivavano le bollette, allora sì, c’era da piangere! Così che a guardarlo in faccia, a tagliar corto, anche se lui mi diceva sta’ tranquilla, so io cosa fare, vedrai che ogni cosa tornerà presto al suo posto, non facevo che chiedermi: ma quanto può durare tutto questo, quanto ancora, cosa possiamo sperare? E pensare che qualche mese prima, quando era venuto alla fine a stare da me pur conoscendoci da poco, mi ero detta che non stavamo affatto male e che tra noi poteva andare, con lui che lavorava ed io che stavo a casa a cucinare. Così mi son messa alla ricerca di qualcosa, di un qualcosa che ci facesse cambiar strada, visto che lui non lo prendevano neanche a pagare e non gli era rimasto che starsene in salotto a girarsi i pollici sul divano. Mi son data da fare! Se non lo trova lui, mi son detta, certo io lo posso cercare, posso fare in modo che un cavolo di lavoro lo possa trovare, almeno per non andarci sotto e continuare a respirare.

Ho girato allora alcune aziende delle mie parti per qualche settimana e fatto colloqui ovunque, anche nei capannoni industriali, dove mi hanno accolto e mi hanno fatto accomodare, anche se lui solo a sentirlo bofonchiava, si adombrava. Sono andata a cercare anche al centro commerciale, all’ipermercato francese che hanno aperto un mese fa lungo la statale, ma lì ho consegnato solo il modulo per la richiesta di assunzione e non si sono fatti più sentire. Così ho chiesto in giro, ho sparso un po’ la voce tra amici e conoscenti, ho detto che ero in cerca di qualcosa e che potevo adattarmi, che si poteva insomma parlare. Ho trovato quindi lavoro, mentre lui si imbizzarriva, come donna delle pulizie negli uffici di una banca e del tribunale, negli studi di due tre avvocati con una cooperativa sociale, rendendomi disponibile all’occorrenza anche coi privati, per arrotondare. Certo, non è un lavoro che possa dirsi tale, nel senso che pur di fare quattro soldi sono stata costretta ad accettare il nero e dei turni senza senso; a volte la mattina parto presto o fatico per otto ore senza staccare, e qualche giorno mi chiama e mi dice che non è il caso e quindi resto a casa ad aspettare. Quando sei lì poi ti sfruttano, te la fanno sudare, passi il giorno a ramazzare e a pulire le scale, e poi li devi pure ringraziare, anche se in cuor tuo tu pensi che hanno i soldi ma che sono quattro ignoranti abissali e che sono fortunati se gli va bene e non fanno la fame. Ma io non mi lamento, anzi son contenta. Del resto non mi sono mai fatta tanti problemi e non sono una che al primo intoppo si blocca o torna indietro. Affronto le cose così come stanno e non mi abbatto, anche perchè col diploma che ho non posso far altro. Quindi quando mi hanno offerto di lavare a terra negli uffici e nelle case degli altri non ho rifiutato. Anzi, ho detto: perchè no? cosa ci può essere di strano se una donna a un certo punto non fa più la casalinga e va a pulire i bagni in tribunale, se comincia a lavorare, se riesce anche da sola a fare i soldi da mettere in tasca, cosa c’è che non può andare? Per tanti anni sono stati gli uomini a portare a casa il pane e ora che fa se tocca alle donne mentre quelli stanno a guardare? Tutto sta a saper cosa fare, ad aver le idee chiare e a lasciare il pregiudizio che dobbiamo per forza farci mantenere e stare buone…

Solo che poi non è andata, tra noi, appunto, è andata male, anche se a mio avviso la cosa poteva funzionare. Cominciavo a rimediare i primi soldi e facevo la spesa, pagavo io l’affitto e le bollette, riuscendo a farci uscire pure qualcos’altro, per esempio il condominio e la benzina. Certo, ci andavo giù di brutto ed ero a volte molto stanca ma anche alle stelle, questo perchè coi soldi in mano è tutta un’altra storia e se vuoi concederti qualcosa lo puoi fare, senza troppo pensare. Ma lui da subito l’ha presa male, non ha accettato la cosa, e io non ho saputo cosa fare. Dev’essersi sentito all’improvviso scavalcato, ignorato, messo da parte, e io forse avrei fatto bene a capirlo ch’era orgoglioso. Anche perchè a cucinare e a riassettare si impegnava ma non gli piaceva, anzi a sentirlo non ha mai amato farlo, e restare chiuso in casa tutto il giorno non gli andava, ci soffriva. Solo una o due volte, se ricordo bene, ha accettato dei piccoli lavori quando qualcuno lo ha chiamato, tipo falciare il prato o svuotare una cantina o avvitare un rubinetto al lavandino. Ma niente, per le altre cose, quelle importanti, non lo chiamavano, neanche a lavorare gratis, e lui abbozzava. Gli avevano anche offerto di assistere qualche anziano, di accudirlo in qualche modo e di portarlo in giro, ma non se l’è sentita. E al ritorno a casa la sera, dopo una giornata passata ad aspettare, svanita ormai l’idea che potesse cambiare qualcosa, lo vedevi che ti guardava con una sorta di rabbia negli occhi come se volesse in qualche modo fartela pagare, come se per lui fosse assurdo o ingiusto, e allora sbottava. Quando ho portato i miei trecento euro a casa, per esempio, il primo mese e ho comprato il vino per brindare si è subito arrabbiato e ha alzato la voce. Mi ha strappato la bottiglia dalle mani e l’ha riposta in fretta nell’armadio, dicendomi che ero folle e che ci dovevo pensare, che non la dovevo sprecare. È rimasto di umor nero per tutta la serata, rovinandola anche a me in effetti, facendomi sentire in colpa. Così come quando lo invitavo a uscire la sera per andare a divertirci e invece rifiutava, dicendo d’esser stanco e che non c’era proprio nulla da festeggiare. Non sopportava in pratica di sentirsi mantenuto e che si ritrovasse a quarant’anni a non contar più nulla, a dipendere per ogni cosa da qualcuno, anche perchè, finiti i soldi, ormai aveva bisogno di tutto, per vestire e per mangiare, come pure per le sigarette. Eppure, son sincera, e a questo ci tengo, non ho mai fatto mica come il mio ex che quando rientrava a casa alla sera sembrava che tornasse Matusalemme e ogni volta che servivano i soldi per la spesa e glieli chiedevo pareva che se li togliesse dalla bocca e mi facesse un piacere… Che rabbia quelle volte, se ci penso, quasi lo facesse apposta a farmi sentire inutile, a farmi sentire un peso!… Ma per lui continuare a quel modo dev’essere stato troppo. Ha resistito ancora un altro mese o forse qualcosa in più. Poi se n’è andato.

                       

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