Il racconto del mese: Perdersi di Paolo Santarone

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Perdersi

di Paolo Santarone

     

Il panfilo interspaziale Alessandro Manzotin atterra morbidamente sull’altipiano. E’ un 316 metri guidato personalmente dal proprietario, don Ibaldo Rodrixixwz 2715A716 (tollerabile che si sbagli il numero di codice di qualche unità, ma guai a dimenticarsi il “Don”!). Don Ibaldo guida il suo Manzotin da solo, o meglio si limita a controllare di tanto in tanto la macchina intelligente che comanda le altre macchine intelligenti. A bordo, oltre a don Ibaldo, solo la giovane Iqbara, capricciosa come tutte quelle della sua razza. Non ha voluto neanche scendere, la puttana. Se ne sta nell’alcova a dormicchiare e a ronfare come fa da giorni. D’altronde bisogna ammet-tere che le sue gambe lunghe sette centimetri non le faciliterebbero il compito. Don Ibaldo, invece, ha arti molto lunghi (le malelingue dicono che ha preso quella inconsueta lunghezza da un casuale ma non breve incontro di sua madre con un anguiforme di Comsxward) e balza con risolutezza dal panfilo.
Protetto dalla tuta anticontaminazione (costruita su misura, considerate le proporzioni) il Rodrixixwz 2715A716 (e cerchiamo di essere precisi anche sul progressivo d’identificazione) si avvicina allo storico manufatto. Le guide dicono che quella che gli si para davanti nella solitudine sulfurea del pianoro è una delle sette abitazioni antiche ancora integre di tutto il pianeta.
Fuori da vie e rotte, la casa è misteriosamente scampata a tutto. Conserva ancora consistenti tracce degli abitatori antemoderni, vissuti più di centottanta o duecento anni fa. Don Ibaldo è un uomo curioso e colto. Vedersi davanti quel reperto intatto gli procura brividi intensissimi di curiosità e di piacere.
Prima di addentrarsi nei particolari, si sofferma a lungo sull’insieme: un piccolo parallelepipedo non più alto di una decina di metri (testimonianza delle piccole dimensioni degli uomini premoderni) sormontato da una piramide appiattita: uno slancio verso la Divinità, a quanto dicono le guide: una specie di guglia eretta da un popolo proteso verso l’Alto e l’Infinito.
L’occhio cade sul paesaggio circostante: parte una valle da qui, che forse un tempo era popolata di antemoderni con i loro usi, con le loro forme uniformi, con le attività che dovevano svolgere per procurarsi sussistenza. Don Ibaldo ha letto che questa faccenda del lavorare per vivere proveniva da un’antica superstizione: una maledizione che il loro dio aveva lanciato in tempi immemorabili sul popolo degli antemoderni.
Anche se un po’ infastidito dalla tuta, che gli impedisce un diretto contatto sensoriale, il Rodrixixwz 2715A716 (il cronista è molto fiero di ricordare con esattezza il codice identificativo) non riesce a sottrarsi a un’emozione fortissima. Gli piacerebbe poter comunicare con qualcuno e quasi desidererebbe avere con sé Iqbara, che invece immagina grossolanamente intenta a masturbarsi in uno o più dei suoi quarantanove orifizi. Dimentica dunque Iqbara e passa ad un’analisi dei dettagli.
Sul muro una scritta, che ovviamente non è in grado di decifrare da solo. Ma c’è fortunatamente l’Optalator e basta applicare il suo occhio elettronico su quei segni per avere una traduzione in postmoderno: “Giuseppe Amo Maria”. Don Ibaldo ha un breve dubbio d’interpretazione, ma poi capisce: l’amo era un antichissimo strumento di pesca e dunque, con il tipico linguaggio fatto solo di sostantivi, l’uomo primitivo in-tendeva dire che Giuseppe (nome proprio maschile) ha adescato Maria (nome proprio femminile). Don Ibaldo, molto soddisfatto del proprio intuito, continua l’esplorazione.
Ecco un altro semioma: sette sbarre verticali tagliate trasversalmente da un’ottava sbarra. Questa volta l’Optalator, stupida macchina, non capisce e rimanda sul piccolo monitor la stessa immagine che ha visto l’occhio elettronico. Il nostro archeologo dilettante tenta di interpretare lui stesso il segno. Sette barrette verticali e una trasversale: sette nemici uccisi da una stessa lancia? I sette pianeti maggiori folgorati dal sole? I sette nani della mitologia pre-antemoderna? E allora forse la barra trasversale sarebbe quella divinità femminile… come si chiamava? Biancamaria? Biancofiore? Biancanivea?
No, probabilmente proprio i sette pianeti, in una primitiva ma non del tutto erronea interpretazione mitica del Cataclisma.
Soddisfatto della sua ipotesi, don Ibaldo s’avvicina a un’apertura protetta da uno sbarramento di legno. Spinge lo sbarramento e, contraendosi e contorcendosi, entra in un altro parallelepipedo -cavo, questa volta- che, come ha letto sulla guida, gli ante-moderni chiamavano estanza, o estancia, o ciambra. L’uso di queste cavità non è chiarissimo, pare si trattasse di riferimenti all’utero materno (ma conoscevano poi, gli antemoderni, i meccanismi della riproduzione e della gestazione?).
Anche don Ibaldo ha la sensazione, gradevole e sgradevole insieme, di trovarsi in un utero e il pensiero torna fugacemente a uno degli uteri di Iqbara, dove ha l’abitudine di rifugiarsi nei momenti di regressione. Ma questa estancia non ha la morbidità molliccia della ragazza: i muri trasudano sì umidore, ma le loro forme sono squadrate e dure e fredde (o almeno così immagina, per un’associazione videotattile).
Nel cavo dell’estancia (o ciambra o estanza) s’apre un’altra più piccola cavità, e Rodrixixwz 2715A716 (il cronista cesserà, d’ora in avanti, di compiacersi per la propria prodigiosa memoria) riconosce un affumicamento gommoso sulle pareti interne del piccolo vano: tracce senza dubbio di fuoco, anzi d’un fuoco più volte acceso e consumato e spento. Ara sacrificale? Qui venivano bruciati i piccoli deformi e le vergini da dedicare al dio?
L’occhio (solo quello, neutrale e asettico dietro la protezione dello scafandro) gira intorno ad esplorare suppellettili e tracce. C’è un piano di materiale indefinito sorretto da quattro gambe della stessa materia. Sopra, qualcosa che a don Ibaldo sembra di ri-conoscere: una sostanza sfogliata, sottile, stratificata… come si chiama? Charta, ecco charta!
Don Ibaldo sa bene che i premoderni affidavano ad essa tracce e segni importanti della loro vita e della loro storia. Possibile che nessun archeologo prima di lui abbia vi-sto quel reperto così prezioso? Emozionato e commosso prova a toccare la charta con la protezione del guanto, ma ritrae subito la mano: l’artefatto è fragilissimo e friabile e basta toccarlo per tramutarlo in polvere.
Con un atto d’ardimento che turba il suo spirito conservatore, Rodrixixwz 2715A716 carezza la superficie della charta in modo da separarne un po’ le varie sottili stratificazioni, poi applica l’Optalator e osserva, mezzo tramortito dallo stupore della scoperta.
Capisce che deve trattarsi di lettres (o letters o litterae): segni che gli antemoderni si scambiavano per comunicare a distanza, con l’ingegnosità dei primitivi che suppliva-no con invenzioni stravaganti e di semplice genialità alle carenze della loro tecnologia.
Il monitor dell’Optalator riproduce:
Pregiatissima mia muglia, sono a te con questa mia…
Don Ibaldo rimanda a più tardi ogni tentativo di comprensione delle parole (parole?) registrate dalla macchina, e continua a osservare passando alla lamina chartacea successiva.
Babbo, vi scrivo di molto lonthano
E più avanti, sulla stessa lamina:
La guerra sarà anche passata ma non ci ha lasiati gli stessi. Eravamo in quattro fa-milie e ora non ciarrestiamo che noi.
L’esploratore capisce confusamente d’avere davanti qualcosa di straordinario e prezioso, e paradossalmente questo lo confonde, quasi lo acceca. Le parole (parole? Ma saranno poi veramente parole o non piuttosto un’illusione, un sogno, qualcosa dettato più dalla speranza e dall’immaginazione che dal senso di realtà?)… le parole gli passano davanti come graffiti misteriosi: simboli astrusi di qualcosa che non sa se potrà mai capire.
Ma pur agitato dall’emozione l’esploratore continua a esplorare. Sobbalza quando incontra la parola Maria (nome proprio femminile) che già aveva incontrato sul muro della casa.
Carra Maria il camios non va chome doveva. Ci avevo fatto tanto conto ma su questi bricchi macari servivano più i muli che i camios
E più sotto:
Te mi devi perdonare ma un omo ci ha anche il dovere di fare delle cose di trovare delle uscite a questa merda di vita
La parola “merda” -ancora in uso ad indicare le deiezioni corporee- fa sobbalzare don Ibaldo. Ma di che cosa si sta parlando? Che senso ha l’espressione “merda di vita” che sembrerebbe così densa di significato nell’intenzione dell’autore?
La macchina continua, freneticamente, a registrare e memorizzare. Il materiale si accumula nella picomemoria che don Ibaldo proporrà al mondo scientifico non appena tornato a Polipolis.
Solo quando la registrazione -condotta ai limiti del danneggiamento irreparabile della lamina chartacea- è terminata, l’esploratore scorge, in un angolo della stanza, quello che a prima vista gli sembra un microscopico cadavere. Spaventato si avvicina. La protezione della tuta gli sembra, a questo punto, ben povera cosa. Osserva, prima da lontano e poi pian piano avvicinandosi. No, non è carne vivente o vissuta. Sembrerebbe quasi tessuto: don Ibaldo riconosce i fili della trama non stampati in pressa, come oggi si usa, ma intrecciati ad uno ad uno con inverosimile pazienza. Un feticcio, ecco, un feticcio! Una minuscola bambina alta non più di un dito di lui, con fili gialli sulla testa e con due finti occhi due braccia due gambe!
Il mistero di quel feticcio, così ancora trasudante magia e forse sacralità, lo conduce a una sorta di terrore. Ha visto abbastanza, ormai. Ha visto anche troppo. Non è uno scienziato, lui! Non è pagato per avventurarsi nei misteri delle antiche magie, dei sortilegi, dei… dei… respinge con forza la parola “sacrilegi” che gli affiora più volte al-la mente e intanto cerca di contrarsi e di rimpicciolirsi per uscire dal buco squadrato che fa da guardia all’estancia.
Perfino l’aria immota e fosca dell’altipiano, quella luce filtrata dalle polveri perenni, gli dà sollievo. Pensa che fra poco potrà nascondersi in uno dei capaci uteri della sonnacchiosa Iqbara e succhiarsi un alluce.
Affretta il passo ma qualcosa ancora lo ferma. E’ un oggetto di forma -ancora!- approssimatamente parallelepipedesca, con quattro cose rotonde sotto, ai quattro angoli esterni. Le cose rotonde sono chiaramente di metallo, rivestite da un materiale nero e floscio che, con intuizione di cui si compiace, don Ibaldo capisce essere gomma, fusa e resa appiccicaticcia dal tempo o da chissà cos’altro.
La curiosità scientifica lo trattiene dal fuggire come vorrebbe. Un’altra ara? Un oggetto votivo?
Senza dubbio, comunque, qualcosa che ha a che vedere con le divinità dei premoderni, qualcosa che ha che fare con i loro culti tuttora indecifrati.
Don Ibaldo scorge una lamina di metallo su quello stano oggetto, e riconosce segni che potrebbero essere scrittura,
Ancora una volta entra in funzione l’Optalator, che puntualmente registra: “2072 – Esercito Italiano”.
E finalmente don Ibaldo Rodrixixwz 2715A716 può fuggire a infilarsi dentro a Iqbara.

One thought on “Il racconto del mese: Perdersi di Paolo Santarone”

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