Il racconto del mese: Terra, di Wu Ming 2

Frida Kahlo Radici 1943 bis

Terra

racconto di Wu Ming 2

      

Io tremo.
Tremo e non posso farci niente.
Davvero, lo giuro, è così.
Ci fosse una medicina la prenderei oggi stesso.
Io tremo.
Tremo, quindi parlo a scatti.
Frasi brevi, molti punti, a capo in fretta.
Altrimenti balbetto e mi mordo la lingua.
Io tremo.
Migliaia di volte al giorno.
Molto più che il mio ruotare su me stessa, molto più che il mio ruotare intorno al sole, sono i sussulti il moto che più mi definisce.

Io tremo.
Palpiti, fremiti, scosse.
I brividi più intensi, voi li chiamate calamità naturali.
Li chiamate “catastrofi”.
Però, se ci pensate bene, la vera calamità non è naturale.
Immaginate un anziano, pieno di acciacchi.
Un giorno muore, in seguito a un rialzo di temperatura.
Dite forse che è morto di febbre?
Oppure dite che è morto di vecchiaia?
A volte le cause giocano a rimpiattino, e allora le scambiate con lo scorrere del tempo.

Oppure andate a caccia di un ebreo, di uno zingaro, di un frocio, di una strega.
Possibilmente deboli. Sparuti. Tremanti.
Provate a guardare il mondo con gli occhi di una volpe.
Se straripa un fiume, può annegare.
Se frana una montagna, può rimanere sepolta.
Se erutta un vulcano, può travolgerla la lava.
Se brucia il bosco, può morire ustionata.
Ma che importa alla volpe, se io tremo?
La catastrofe non sta nella mia malattia.
Rispondete: dov’è che l’uomo si sente più sicuro quando la terra trema?
Esatto, in mezzo a un prato.
Il più lontano possibile dai suoi manufatti.
Dunque sono questi, i veri responsabili della catastrofe.
Non io.

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Scusate se ve lo dico, non voglio offendervi, ma se foste capaci di costruire città di caucciù, forse la tragedia sarebbe assai diversa.
Perlomeno più morbida.
Invece, avete questa mania di attribuire alla natura le vostre sciagure.
Anche solo in senso figurato.
Terremoto finanziario.
Desert storm.
Il disastro del Vajont.
La voragine dei conti pubblici.
Vi fa sentire più tranquilli, giusto?
Oppure più impotenti, che per certi versi è la stessa cosa.

Se lascio andare un sasso, quello cade.
E’ una legge fisica.
Che mai ci può fare un uomo?
Comodo. Ma come dire: magra consolazione, signori.
Eppure, posso capirvi.
Io tremo.
Tremo fin dalla nascita, ma non so se è una malattia genetica.
Forse psicosomatica.
Io stessa ci capisco poco. E anche voialtri…
La tremarella, di tutte le mie caratteristiche, è quella che vi ha tenuto in scacco per più tempo.
Altro che la forma piatta o rotonda, o il fatto di girare intorno al sole.
Per secoli e secoli non siete riusciti a concepire che un fenomeno tanto diabolico originasse da Madre Terra.
Una madre non trema, non si ammala mai.

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I Cinesi, bontà loro, davano tutta la colpa al Cielo.
I miei tremori erano messaggi. Segni che l’Imperatore non era più gradito lassù.
Per questo i Cinesi, per primi, si sono dati da fare a costruire uno strumento che rilevasse i miei brividi. Un filo diretto con gli dei.
Una specie di grolla valdostana, con un pendolo nel cuore e tante palline pronte a uscire dai beccucci, per segnalare la presenza, e la direzione, del messaggio divino.
Gli Indiani immaginavano che tra i sette serpenti incaricati da Vishnu di sostenermi, ce ne fosse uno più pigro, che ogni tanto cercava di sfilarsi e lasciare il peso sulla schiena degli altri.

Per gli Tzotzil del Messico esiste un grande giaguaro che si gratta la rogna contro i pilastri che mi sorreggono.
I Greci se la prendevano con Poseidone e con il suo tridente.
Forse perché pensavano che le terre emerse galleggiassero sull’acqua come schegge d’intonaco.
Aristotele scrisse che i raggi del sole e il fuoco delle mie viscere mi costringevano a sudare, a produrre vapori.

Questi vapori, di norma, si libravano nell’aria e diventavano venti, brezze, tifoni.
Più di rado, invece, rimanevano incastrati sotto la mia pelle di granito, venti sotterranei che impazzivano in cerca di una via d’uscita.
Dalle loro tempeste, il mio tremare.

Secoli dopo si cominciò a parlare di esplosioni chimiche, sacche di gas irrequieti, scosse elettriche colossali.
Un certo Bertholon de Saint-Lazare propose di infilzarmi con parafulmini a rovescio, per addomesticare le mie fibrillazioni a duecentomila volt.

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Poi, piano piano, qualcuno cominciò a parlare di rocce che cozzano sottoterra, di deriva dei continenti e infine di placche, faglie, margini e rimbalzi elastici.
Vi siete messi a studiare le onde sismiche e di nuovo i miei tremori sono diventati messaggi.
In questo caso, però, non si trattava più di missive dal Cielo, ma di avvertimenti molto terra terra.
Avete perfezionato i sismogrammi, li avete srotolati e studiati come una Torah.
Eppure l’obiettivo non era quello di salvare vite umane.
Avete imparato a distinguere la grafia di una frana, di un’eruzione, di un terremoto, di un’esplosione.
Avete imparato a individuare l’epicentro e l’intensità delle scosse.

Ma non l’avete fatto per trovarmi una cura. No.
Il vero motivo era la vostra attività preferita subito dopo il sesso: la guerra (che in fondo è il modo meno simpatico di fottere tra maschi).
Durante quella Guerra che avete chiamato Fredda, solo perché in certe zone della mia crosta non vi sparavate addosso, le mie palpitazioni sono servite per scambiarsi notizie atomiche.
I vostri test nucleari mi hanno sempre dato un fremito nervoso.
Si sganciavano bombe segrete. Bombe deterrenti. Bombe Ho-il-cazzo-più-lungo-del-tuo.
Bombe che il nemico non te le deve guardare, però deve sapere.
Sapere abbastanza per avere paura.
Luogo, potenza dell’esplosione.

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E allora vai!, avanti coi tele-sismogrammi da Cortina di Ferro.
La scala Richter al posto dell’alfabeto Morse.
Bombe come tam-tam tribali, la Terra usata a mo’ di tamburo.
Bombe come piccioni viaggiatori, segnali di fumo.
Bombe come dita che schiacciano i tasti di un telescrivente.
Progressi.

Passi avanti, come no, ma ci sono ancora troppi aspetti che non capiamo.
Uso il plurale perché – ve lo ripeto – neppure io mi ci raccapezzo.
Come dite? E’ strano? Pensavate che questa chiacchierata vi avrebbe illuminati?
Al contrario. Sono io quella che cerca risposte. Come quando uno di voi è depresso e va dallo psichiatra.
Io tremo.
Sul perché accada, comincio ad avere le idee più chiare. Ma il perché non è tutto. Ci sono altri aspetti.
Voialtri, ad esempio, siete molto concentrati sulla previsione.
Comprensibile: negli ultimi centotredici anni i miei tremori hanno ucciso tre milioni di esseri umani e chissà quanti altri ne hanno lasciati senza casa.
Eppure, non è che abbiate fatto grandi miglioramenti.

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A parte Haicheng, Manciuria, il 4 febbraio 1975.
Alle dieci del mattino, i sismologi del Gabinetto Nazionale Cinese fanno evacuare l’intera zona.
Alle 19 e 36 una scossa di grande violenza devasta la città.
Qualcuno dice che non fu lo stesso una vera previsione, ma un misto di confusione, analisi empiriche, giudizi intuitivi e fortuna.
L’anno seguente, duecentocinquantamila persona morirono durante il terremoto di Tangshan, a 500 chilometri in direzione sud-est.
In quel caso, nessuna evacuazione. Nessuna scossa di avvertimento. Nessun serpente uscito dalla tana in pieno letargo, per poi crepare di freddo in mezzo all’erba guazza.
Nemmeno gli animali sono indovini affidabili.
A volte s’innervosiscono per una mia contrazione da poco, altre no.

A volte le rocce ferrose si muovono, spostano il campo magnetico locale e loro se ne accorgono. Altre no.
A volte i pesci sentono l’acqua vibrare e si radunano in banchi.
Se devo dire la mia, i pesci mi sembrano i più precisi. Ma suppongo che mai e poi mai voi esseri umani vi prendereste la briga di svuotare una città – e soprattutto i santuari del lavoro – solo per seguire il consiglio di qualche acciuga.

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Siete troppo orgogliosi.
Siete assetati di conoscenze, ma pensate di sapere in anticipo cos’è importante conoscere, cosa bisogna misurare.
Vi affannate per determinare quando inizierà un terremoto, ma non fate nulla per capire quando finisce. Come finirlo.

Al termine della scossa più forte?
(Quando la gente si rovescia in strada e contempla i danni)
Al funerale delle vittime?
(Quelli con il sindaco, le bare allineate, la colpa e il sollievo per i sopravvissuti)
Alla fine dello sciame sismico?
(Da non confondere con la sequenza sismica e le scosse di assestamento)
Al ritorno della quotidianità?
(Foto di sfollati che fanno colazione di fianco alle tende. Scuole riaperte. Fabbriche riaperte. Orologi che si rimettono a camminare.)
Quando tutti hanno di nuovo un tetto sulla testa?
(Prefabbricato o durevole o sostenibile-ecocompatibile. Solo appoggiato o di lamiera o in cartongesso)
Quando i tigì nazionali smettono di parlarne?
(le macerie chiuse a chiave nello stanzino dei ricordi)

© Rocco Rorandelli

Io tremo.
Le case crollano, si alzano nubi di frantumi. Farine d’intonaco, briciole di mattoni.
Mementòmo che tu sei polvere, e la polvere amerai.
Io tremo e dicono che il brivido si insinua nel cuore, trasmette incertezza dalle pareti alla gola.
Una malattia contagiosa.

Io tremo, e vi accorgete che sono pur sempre la dura terra. Terra selvaggia. Terra che ancora si muove, che scarta e scappa, nonostante la camicia di forza in cemento armato che le avete stretto addosso.

Ecco perché dopo una forte scossa, tra le vostre prime reazioni, c’è quella di impastare calcestruzzo, di stendere asfalto, di erigere nuove città, moduli abitativi perenni, come se l’unica cura per i miei attacchi, fosse rinchiudermi in una crosta a misura d’uomo, tappare ogni buco d’erba non coltivata, radere al suolo gli alberi, stendere un’unica colata, un’unica superficie percorribile in auto.
Vi affannate intorno alle crepe sui muri e trascurate quelle nelle parole.
Fotografate ciò che il terremoto distrugge, ma vi sfugge ciò che produce.
Atti mancati. Lapsus di malta e mattoni. Ruderi nuovi di zecca.

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Vi esercitate nella previsione e intorpidite la visione.
Dove c’era una chiesa, vedete una carcassa e un cumulo di macerie.
Dove c’era un camper, continuate a vedere un camper e concludete che si è salvato.
Che è rimasto lo stesso.
Invece la famiglia che ci ha passato le notti, perché non poteva rientrare a casa sua, molto a fatica lo guarderà ancora come la dimora scacciapensieri delle vacanze estive.

Io tremo, e a prima vista, si direbbe che ribalto il senso del mondo.
Le automobili diventano luoghi sicuri, le case trappole, l’eccezione regola, il dormire uno strazio, la notte veglia esterrefatta.
Io tremo, il tempo va in apnea, lo spazio si frantuma e solleva il tappeto trantran.
Saltano fuori polvere, sporco, macchie di rabbia sul pavimento.

Anche Ade, il dio degli Inferi, temeva che Poseidone mi colpisse con troppa forza.
– Fai piano, con quel tridente. Non voglio che apri crepacci così profondi.
– E perché, di grazia?
– Perché gli uomini potrebbero sporgersi sul ciglio e vedere quel che capita quaggiù, i supplizi orribili, le dure condanne, il cane Cerbero.
– Non ti conoscono già abbastanza bene? – lo derise allora Poseidone – Non ti hanno già immaginato in mille poemi? O temi che attribuiscano al mio tridente, il dolore che ribolle sotto i loro piedi?

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La capriola è solo un velo che cade.
Una campana che prima taceva e ora invece suona, perché la terra trema.
Una scialuppa che prima era in secca e ora invece deve affrontare i flutti.

A ciascuno la sua barca. A dispetto dei luoghi comuni. Di comune, c’è solo il mare in burrasca.
E il parco pubblico dove giocano i bambini.

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Le immagini sono tratte da indagini fotografiche realizzate sul territorio italiano nel corso di quattro anni dal collettivo TerraProject.

Questo scritto “Terra” fa parte della tetralogia edita nel 2014: Aria, Acqua, Fuoco, Terra in cui Wu Ming 2, in sinergia con il lavoro di Terra Project sperimenta  il racconto per immagini.

Ringraziamo Wu Ming 2 e Terra Project per essere ospiti nelle nostre pagine.

One thought on “Il racconto del mese: Terra, di Wu Ming 2”

  1. – Terra che ancora si muove, che scarta e scappa, nonostante la camicia di forza in cemento armato che le avete stretto addosso.-
    Questo il cuore del racconto da cui si dipanano modi, luoghi, antefatti, conseguenze e considerazioni. In un disegno più semplicistico, una terra che cerca di difendersi dall’unica specie che la vorrebbe, più o meno consapevolmente, morta.

Gentile lettore, all'autore di questo articolo farà molto piacere se vorrai lasciare un commento.

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