Il ricordo è poesia, e la poesia non è se non ricordo: Pascoli e Sogliano. Retrospettiva di Bruno Bartoletti – 2^

The others, Alejando Amenàbar, 2001

Il ricordo è poesia, e la poesia non è se non ricordo: Giovanni Pascoli e Sogliano. Appunti per percorsi di lettura di Bruno Bartoletti.

    

     

2^ PUNTATA.

    

L’edizione del 1892 di Myricae presenta una novità molto più inquietante della crescita dei testi. Per la prima volta, dopo il compianto dello zio Alessandro Morri (1875), la poesia pascoliana incontra i propri morti. «L’opera è listata a lutto, anzi incorniciata a lutto» (Garboli). Già nella prefazione chiama in causa, citandolo, Il giorno dei morti, una «lugubre poesia» scrive il Pascoli a Severino, e si chiude con tre sonetti anniversari del proprio compleanno e intitolati XXXI Dicembre, ruotanti attorno alla figura della madre. Il tema funebre, fa notare il Nava, incomincia a determinarsi come ricordo dei propri morti intorno al 1889 e dal 1891 al 1893 diventerà sempre più ricorrente[1].
Tra il 91 e il 94 scriverà Colloquio e Il giorno dei morti, una lirica in cui, uno dopo l’altro, i suoi morti ricompaiono, ombre vive tra fosche tinte e una scenografia da tragedia che, per tanti versi, sembra anticipare e descrivere il proprio funerale in quell’ultimo avventuroso viaggio da Bologna verso il cimitero di Barga il 9 aprile 1912.
Il 12 dicembre 1892 scrive a Severino Ferrari e denuncia la «vacuità e vanità della vita mia e delle mie sorelle», e concludeva:

«Triste tramonto di una giornata senza sole».

Il tema funebre si farà sempre più cupo. Nelle Myricae del 1894 sarà pubblicato Ultimo sogno, in cui il poeta si immagina guarito, e per il Pascoli essere guarito significa essere morto o desiderare la morte, in questa metafora del fiume che corre lentamente ma inesorabilmente sempre più lontano verso il mare. Questo tema troverà il suo momento più alto e drammatico in alcuni poemetti. Si esamini Il cieco, non a caso pubblicato il 10 agosto 1896, proprio nel giorno anniversario della morte del padre, sulla rivista «La vita italiana», alter-ego del poeta, il cui grido viene avvicinato da Giuseppe Leonelli a Il grido di Munch: «Il cieco è un fantasma barcollante, sperduto “nell’aria nera”, morto egli stesso o forse una sorte di spettrale sopravvissuto in un mondo di morti»[2]. Quando venne terminato e pubblicato, Ida, la reginella, se ne è già andata sposa, ma alcune tracce del componimento già si trovano in alcune carte del poeta nel 1893 o 1894, come documentato dal Nava nell’edizione critica di Myricae.

Il cieco (Primi Poemetti)

Chi l’udì prima piangere? Fu l’alba.
Egli piangeva; e, per udirlo, ascese
qualche ramarro per una vitalba. 

E stettero, per breve ora, sospese
su quel capo due grandi aquile fosche.
Presso era un cane, con le zampe tese 

all’aria, morto, tra un ronzìo di mosche

Così piangeva: e l’aurea sera nelle
rughe gli ardea del viso; e la rugiada
sovra il suo capo piovvero le stelle. 

Ed egli stava, irresoluto, a bada
del nullo abisso, e gli occhi intorno, peni
d’oblio, volgeva; fin ch’ – io so la strada – 

una, la Morte, gli sussurrò – vieni! –

E proprio in quegli anni, mentre nasce e si sviluppa il canto funebre, Sogliano torna alla memoria, improvviso, sale dall’inconscio, dove era stato relegato ma non dimenticato, recupera e acquista un ruolo sempre più forte: è il paese dove sono nate le prime poesie, dove i sogni e l’avvenire ancora avevano un senso, tre giovani, Giovanni Ida e Maria, tre ragazzi romagnoli con tutto il futuro davanti. Alla prima crepa, al primo incresparsi maligno della vita, Pascoli vive quel ricordo, vi si immerge.

Questa notte, vegliando, ho riveduto,
per via, Sogliano desto dall’aurora
che gl’indorava il campanile arguto.

Gian Luigi Zucchini, in L’ombra straniera, afferma che Sogliano «scarsamente valorizzato nelle biografie pascoliane, è di solito ricordato perché ospitò Ida e Maria nella loro infanzia e giovinezza, prima in convento, presso le monache agostiniane che si occupavano anche dell’educazione di ragazze, poi presso la zia Rita, sorella della madre»[3]. Così nelle ricerche e nelle biografie più note e solo recentemente, grazie soprattutto al lavoro di Cesare Garboli, Sogliano recupera il ruolo che gli spetta[4]. Per molti anni Sogliano è stato, e forse a ragione, offuscato dai due più importanti luoghi – San Mauro e Barga. Barga e San Mauro sono infatti i due poli fondamentali attorno a cui si svolge la poesia pascoliana: a San Mauro è nato e ha lasciato i suoi morti, a Castelvecchio di Barga ci sono i documenti, ci sono le carte. Altre considerazioni andrebbero rettificate a proposito del convento dove Ida e Maria furono educande. Fiorenza Weinapple, nel suo Le foglie levi di Sybilla, più volte parla di «una preparazione da educanda»[5]. La stessa affermazione troviamo in Candida Soror di Maria Santini che scrive di «modesta preparazione ricevuta in convento» e di «strumenti culturali che a lei, educata dalle suore in un paesino della profonda Romagna, mancavano per forza di cose»[6].
Ma Sogliano occupa un posto centrale nella biografia pascoliana, è il luogo del ricordo, dell’armonia, della serenità[7].

Iniziamo dunque questo viaggio, salendo verso le colline.

Sulle prime curve, dopo Borghi, in una di queste curve… «L’asino vidi con la sua carretta».
Ci racconta Maria Pascoli, in quel libro di memorie ormai introvabile:

Andammo a fare un viaggio dalla zia Rita… E qualcosa di questo viaggio ci guadagnò il repertorio delle ispirazioni poetiche di Giovannino. Nello scendere in vettura da Sogliano, a un tratto, il vetturino, piegando molto sul ciglio della strada, disse ‘Bonn viazz, Sciomma’. Guardammo. Un carretto attaccato a un asino era fermo in mezzo alla via. Sopra, addormentato sulle ceste vuote del pesce, c’era Sciomma, il pesciaiuolo che soleva portare il pesce al paese, che allora tornava alla sua lontana casa avendo già venduta la merce. L’asino stava lì fermo sui quattro piedi, movendo solo a quando a quando le orecchie. Questa visione creò il poemetto L’asino, che il martoriato poeta non poté far subito, sebbene lo cominciasse. Vide la luce parecchi anni dopo[8].

Si tralasciano alcuni commenti sui primi abbozzi e manoscritti del poemetto, su cui già tanto è stato scritto[9]. Ci interessa solo osservare come i primi manoscritti offrono immagini ben più articolate e analitiche (si parla infatti anche di “Tribolla” e “San Martino”, della “torre del mio Sogliano”) ed è interessante notare come nelle successive elaborazioni il poemetto si smaterializzi e gradualmente acquisti un alone tra il mitico e l’immaginario, privo di contorni definiti, come se quel viaggio diventasse il simbolo del viaggio di ciascuno verso la ricerca di una identità indefinita e impossibile da trovare. Nota Marco A. Bazzocchi: «Pascoli rende ambiguo ogni particolare di quel bozzetto, mescola se stesso al pescatore e all’asino. Alla fine sono tre personaggi che esprimono il senso tragico di perdita che l’uomo e le creature viventi sentono nell’immensità della natura e della storia. Il gruppo dell’asino e del carro, colto con una prospettiva eccezionale sullo sfondo del sole che tramonta, diventa emblema della fissità che inchioda ognuno al proprio destino»[10].
È la storia di un viaggio, di cui il treno, così frequente nei suoi versi, o il calesse, sono simboli ricorrenti. Il postiglione, un personaggio di Sogliano e certamente lo stesso che accompagnò il poeta nel luglio del 1882 e che si affacciò alla porta della chiesa per annunciare l’arrivo del poeta, faceva per mestiere questo lavoro (oggi diremmo taxista) da Sogliano a Savignano e viceversa con il suo calesse[11]. Pascoli ripete, uno dopo l’altro, i luoghi della sua Romagna: – Sogliano, San Mauro, La Marecchia, Bellaria, Bagnolo, Montetiffi, Montebello, Luso, Savignano, e poi ancora San Mauro, La Torre, Bellaria -; tutta la toponomastica più cara al poeta è presente, nato dalla reminiscenza di un ricordo, come ci racconta Maria, su cui il poeta tornerà più volte tra il 1886 e il 1897 in una elaborazione del componimento più che decennale, come se il poeta volesse esplicitare nell’immobilità dell’asino e nel viaggio solo sognato del pesciaiuolo addormentato sulle ceste vuote il suo viaggio. Il poeta stava progettando, a partire dal 1896 (“Aspettando i «Canti di Castelvecchio» e i «Canti di San Mauro»”[12]) un ciclo di componimenti che, nel recupero della memoria e nel ritorno a San Mauro, potesse svelare, sul modello di altri viaggi mitici come quello di Ulisse o di Enea, il senso dell’esistenza, la risposta dell’essere al senso della vita.

L’asino… Parmi adesso: era una sera
d’ottobre, nella strada di Sogliano.
Cigolava per l’erta la corriera. 

E io guardavo dietro me, nel piano,
dove San Mauro mio già non appare
-Oh! mio nido di lodola tra il grano!- 

dove tra il verde luccica e tra chiare
brecce di ville borghi città, drago
addormentato dal cantar del mare, 

la Marecchia argentina. E quando pago
fui della vista, mi rivolsi e, nero
come uno scoglio per un roseo lago, 

nero sopra un trascolar leggiero
di tutto il cielo, come un’ombra netta,
nero e fermo lassù come un mistero, 

l’asino vidi con la sua carretta.

È una visione che d’improvviso, dopo le osservazioni iniziali di un racconto che si snoda sulla strada per Sogliano in corriera una sera d’ottobre (il poeta guarda indietro San Mauro, la Marecchia argentina che si snoda «tra chiare brecce di ville borghi città») d’improvviso esplode e fa perdere i contorni definiti e reali per farsi emblema del trascendente, universale e misterioso, in un tramonto che trascolora, con quel colore, nero, ripetuto tre volte, per concretizzarsi solo nell’ultimo verso della prima sezione: «l’asino vidi con la sua carretta». In questo quadro il poeta sembra identificarsi ed il passaggio dal reale al sogno conserva in nuce quello che sarà uno dei miti del poeta, quello dell’Ulisse dell’Ultimo viaggio, o del Il sonno di Odisseo, o del canto di Calypso in cui pare incarnarsi questa donna che aspetta il ritorno dell’uomo e anticipa, per tanti aspetti il tema di Alexandros, il poema conviviale pubblicato in prima edizione nel 1895.
Mentre il sole muore, un canto di vendemmiatore o di vendemmiatrice, uno “stornello” così comune nella Romagna agricola di un tempo, annuncia cantando la morte dell’amore: «E m’hanno detto ch’è morto l’amore», e amore e morte, antico tema leopardiano così vicino all’universo pascoliano, si accompagnano in questo viaggio. Ma l’ultimo tratto di strada, l’ultimo, è quello più difficile, più grave, come il fiume che, nell’avvicinarsi al mare, ha con sé e in sé tutte le scorze, i pericoli, gli affanni: «la rena lega! Uomo, la rena / lega le ruote!» Ma c’è di più. Nadia Ebani, nel presentarlo, parla di una probabile reminiscenza del § XXXI del Fedone (Dialogo giovanile di Platone) «Ecco: quelle (anime) che si abbandonarono ai piaceri del ventre e alle violenze e all’ubriachezza e non ebbero alcun ritegno, è verosimile che entrino in forme d’asino e di altre bestie in genere»[13].
Ma è soprattutto la storia di un viaggio, un viaggio solo sognato, un viaggio che si fa simbolo del viaggio di ogni uomo, quando l’amore muore e non resta altro che il sogno. 

Schiuma, la rena lega! Uomo, la rena
lega le ruote! Il po’ di via che resta,
si farà certo con un po’ di pena; 

ma è l’ultimo! l’ultimo! ma questa
è la mèta, è il riposo! Odi: col canto
delle mille onde il mare che fa festa. 

Avanti! Si va piano, ora; ma quanto
s’è corso prima! O Schiuma, ecco Bellaria!
Avanti! Ecco la gioia, uomo! – Frattanto,  

l’asino è fermo, e l’uomo sogna. Svaria
quel gruppo nero sul purpureo cielo.
I pipistrelli sbalzano per l’aria. 

Viene un suon di campane dietro un velo
di lontananza; e tutto si scolora.
Laggiù chiede una donna al mare anelo, 

all’ombra muta: Non si vede ancora?

      

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[1] Cfr. G. Nava, Introduzione e nota a Il giorno dei morti, in G. Pascoli, Myricae, a cura di G. Nava, Salerno Editrice, 1991².

[2] Cfr. G. Leonelli, Variazioni intorno al cieco di Giovanni Pascoli, in Itinerari del Fanciullino – Studi pascoliani, cit., p. 113.

[3] G.L. Zucchini, L’ombra straniera, Capelli, 2006, p. 47. Ma l’affermazione va corretta. Il convento delle Agostiniane era in verità un ottimo collegio educativo dove, oltre alla musica e al ricamo, si insegnavano molte altre discipline. Va anche detto che a Sogliano un tempo c’era una Scuola di Grammatica (inizi del 1700), una Accademia Letteraria (1783), intitolata a San Niccolò di Bari e presieduta da Paolo Nardini, ci sarà l’approvazione da parte del Governo Pontificio (1794) del piano del Consiglio Generale di istituire in Sogliano, dove era in funzione la scuola di prima istruzione, una cattedra di Scienze Superiori di Filosofia e Teologia. E sempre nel 1794 il soglianese don Giuseppe Mengozzi, rettore del seminario di Rimini, veniva invitato ad assistere agli esami del Ginnasio di Sogliano. Una lettera datata 3 novembre 1797 della Comunità e indirizzata all’Amministrazione Centrale dell’Emilia, porta una petizione per tenere aperte più scuole di pubblica istruzione, di accrescere fino a scudi 40 l’onorario delle scuole di prima istruzione, e stabilire una cattedra per le ulteriori scienze di Filosofia e Teologia. Ci si lamentava invece di aver ribassato l’onorario dell’insegnante a scudi 24. Sogliano fu anche patria di artisti: il pittore Scipione Sacco (Sogliano 1495 – Cesena 1558). A Cesena si possono ammirare tre opere: il “S. Pietro martire” nella chiesa di San Domenico; il “S. Gregorio Magno” appeso nell’ottobre del 1959 sulla parete di fondo sopra la porta maggiore d’ingresso della Cattedrale, e il “Cristo di Casa Lancette” conservato nella Pinacoteca Civica; Umanisti, come Francesco Rufo di Montiano, parroco di Sogliano dal 1536 e prima precettore dei figli dei Malatesta. Probabilmente fu lui a scoprire e ad iniziare agli studi il giovane Lorenzo Frizzoglio, nato in Montefrizzolo, dottore in ambo le leggi, insegnante di lettere classiche e poeta latino. Morì a Sogliano nel 1597, nella sua casa ubicata nella piazzetta del sobborgo del Faggeto. Venne sepolto nella chiesa di Santa Croce (ora non più esistente) dei frati Minori Osservanti. Sulla sua tomba venne posta una epigrafe, andata distrutta insieme al convento, poi ritrovata come copertura di un tombino delle fogne. Le ceneri del Frizzoglio, negli anni trenta, furono portate nell’attuale cimitero comunale e messe nell’ossario comune. Né vanno dimenticati, nati in questa terra, il poeta e artista Agostino Venanzio Reali (1931 – 1994) e il Nunzio Apostolico Mons. Pietro Sambi (1938 – 2011).

[4] Martedì 13 aprile 2004 funerali di Cesare Garboli a Roma. Vittorio Sermonti esprimeva la sua testimonianza a Cesare Garboli che, per una strana coincidenza se ne era andato il sabato santo, come il sabato santo ci aveva lasciato Giovanni Pascoli. Tra le altre cose così Sermonti si era espresso: «Ed è quel vecchio senza età che ha scritto il Pascoli dei Meridiani: il più grande romanzo in lingua italiana del tempo presente. Non ho mai capito se Cesare amasse molto Pascoli. Certo, è stato Pascoli: come nessuno». La risposta ce l’ha data lo stesso Garboli, in quel bel libro, raccolta di saggi, pubblicato nel 2002, Pianura Proibita: «Io non amo Pascoli, ma non c’è poeta italiano che, come Pascoli, sia portatore di un oscuro destino, o, se si preferisce, di un romanzo non scritto, rimasto sepolto e quasi indecifrabile dentro la sua opera».

[5] F. Weinapple, Le foglie levi di Sybilla, Jaca Book, 2007, p. 95.

[6] M. Santini, Candida soror, Simonelli Editore, 2005, p. 73 e p. 155.

[7] L’unico appunto che Pascoli fa a Sogliano lo ritroviamo trascritto in un librettino, Le Agostiniane di Sogliano al Rubicone, stampato nel 1975 a cura del sac. Giuseppe Casadei: il Pascoli stanco delle continue richieste del Collegio per conservare la propria autonomia (con decreto del 5 maggio 1895 era stato dichiarato «Pubblico Educativo dipendente dal Ministero della Pubblica Istruzione»), sollecitato dalle suore, dal sindaco e dal sig. Decio Sabattini si era più volte interessato della questione. Il 13.6.1895 da Roma scriveva: «Devo compiere il mio lavoro, che Decio ha straordinariamente turbato con la sua continua presenza. Oh, mi è venuto in uggia Sogliano e i soglianesi». E nello stesso giorno: «Decio è ancora qua: non si è ancora risolto nulla». E due giorni dopo: «l’affare delle suore è andato male. Non è giovato a nulla il mio intervento e le mie seccature. Domani il signor Decio se ne va! Finalmente!» Soltanto il 25 maggio 1897 si procedette alla regolare posizione dell’Istituto anche di fronte alla legge, sostituendo nei ruoli delle tasse, alla affrettata ed errata intestazione – Congregazione di Carità – la vera e propria intestazione: Educandato Femminile Privato di S. Agostino in Sogliano al Rubicone.

[8] M. Pascoli, Lungo la vita di G. Pascoli, Mondadori, p. 257.

[9] Cfr. tra gli altri M.S. Ricci Peterlin, Intorno a un testo dei ‘Poemetti’ pascoliani, in «Studi e problemi di critica testuale», 7 ottobre 1973; analisi del testo sono state offerte da G. Leonelli, L’asino del Pascoli – Storia di un poemetto, in Itinerari del Fanciullino – Studi pascoliani, nella Collana «Quaderni di San Mauro», Clueb, 1989, pp. 99-112, M. Pazzaglia, Considerazioni su l’Asino di Giovanni Pascoli, in Tra San Mauro e Castelvecchio. Studi Pascoliani cit., pp. 75-88; cfr pure G. Pascoli, Myricae, a cura di G. Nava, Sansoni, 1974, I, pp. CLXXIV – CLXXV e XXIX.

[10] M.A. Bazzocchi, Pascoli a Sogliano: un paese sognato, in Romagna nella poesia di Giovanni Pascoli, Pazzini, 1999, a cura di T. Mosconi, pp. 42-46.

[11] Chi lo conobbe affermava che di calessi ne aveva un paio, per due posti o quattro, oltre al conducente, parcheggiati accanto alla sua abitazione. Il figlio ne ereditò il mestiere e fece l’autista del primo autobus sulla linea Sant’Agata – Sogliano. Si noti il termine dialettale Sciomma (Schiuma), dato al pescivendolo, forse a ricordo della schiuma del mare. E Pascoli, nei versi, lo chiamerà infatti Schiuma. Diversa è invece l’interpretazione di Nadia Ebani: «In cass. LI, busta 2, foglio n. 6, il nome è mutato in Stummia. Forse entra in gioco una certa somiglianza fonica fra Stummia e Simmia, l’interlocutore di Socrate nel Fedone platonico, colui che pone la domanda più diretta sul rapporto anima-corpo» (cit. p. 349).

[12] Cfr, G. Pascoli, Primi Poemetti, Prefazione, cit., p. 169.

[13] Cfr. G. Pascoli, L’asino, in Primi Poemetti, a cura di Nadia Ebani, Guanda, 2005², p. 343 e sgg. Si vedano anche Le Metamorfosi o L’asino d’oro di Apuleio: Lucio, trasformato in asino, ritornerà uomo dopo essersi purificato con l’acqua del mare e dove una nave attende per riprendere il viaggio.

        

The others, Alejando Amenàbar, 2001
The others, Alejando Amenàbar, 2001

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