Il ricordo è poesia, e la poesia non è se non ricordo: Pascoli e Sogliano. Retrospettiva di Bruno Bartoletti – 4^

John Steuart Curry (American, Dunavant, Kansas 1897–1946 Madison, Wisconsin)
Spring Shower (Western Kansas Landscape), 1931
Oil on canvas; 29 7/8 x 43 7/8 in. (75.9 x 111.4 cm)
The Metropolitan Museum of Art, New York, Arthur Hoppock Hearn Fund, 1932 (32.84)
http://www.metmuseum.org/Collections/search-the-collections/487720

Il ricordo è poesia, e la poesia non è se non ricordo: Giovanni Pascoli e Sogliano. Appunti per percorsi di lettura di Bruno Bartoletti.

    

     

4^ PUNTATA.

    

Tempo felice, dunque, un giorno; tempo di morte poi. Tempo che si snoda attorno alle tre date che segnano l’itinerario non solo biografico del poeta: 1882, 1889, 1895, in cui Sogliano appare come il porto, l’Eden in cui si possa ancora rifugiare l’animo di Pascoli.

Sarà infatti ancora Sogliano il luogo della mediazione e del tentativo di rinascita del poeta in quell’altro anno ancora più tragico – il 1895 – per il fidanzamento e il matrimonio di Ida. Quel matrimonio ha una sofferta preparazione. È il 1894, lo stesso anno della terza edizione di Myricae, lo stesso anno della morte di Placido David[1], quando verso la fine di settembre Ida parte per Sogliano, dove resterà per più di un mese. Tornerà dopo i Morti, fidanzata. Quel fidanzamento getterà il poeta in una crisi depressiva e di pianto, secondo i ricordi di Maria. A Sogliano Ida tornerà nella primavera del 1895, attirata da «un suo miraggio lassù che sembrava volesse seguire»[2]. Nella lettera a Ida, datata 30 aprile 1895, il poeta ricorda ancora quel tempo felice, quel 1882 a Sogliano, quando aveva ventotto anni:

la mia età di Sogliano, la mia età presso a poco, quando con mille stenti preparava la mia casetta, i miei lettini per le mie adorate.

E per Sogliano parte il 5 maggio del 1895 per definire definitivamente quel fidanzamento di Ida con Salvatore Berti. Seguono giorni e lettere piene d’amore e di odio, di ribellione e di fastidio: «trovar voi due, avervi al petto avvinghiate tutte e due, come ai tempi di Sogliano» (a Ida e Maria, Roma, 13 giugno 1895).
Qualche giorno dopo, il 19 giugno, scriverà a Maria:

No, mia dolce Mariù, non sono sereno. Questo è l’anno terribile, dell’anno terribile questo è il mese più terribile. Non sono sereno: sono disperato.

Ida si sposerà il 30 settembre, a Livorno, accompagnata all’altare dal fratello Raffaele. Il poeta è assente, né partecipa al rinfresco, resta nel suo studio in attesa che Ida passi a salutarlo. Questo è lo strappo che segna definitivamente, anche fisicamente, il suo rapporto con i paesi d’origine, e dal 1º ottobre decorre l’affitto di quella villetta a tre piani – oggi Casa Pascoli – a Castelvecchio, località «ai Caproni», a sei chilometri da Barga[3].
È ancora Sogliano l’anno successivo, il 1896, al centro di quella pausa sentimentale e ultimo tentativo per il poeta di costruirsi una vita propria, il fidanzamento con la cugina Imelde, figlia della zia Luigia e del defunto zio Morri (morto nel 1875, già segretario comunale di Sogliano e poi di Rimini), e tutto questo all’insaputa di Maria, spedita lontano, a Sogliano, ancora a Sogliano, come a relegarla in un luogo da dove le fosse impossibile uscire e da dove non potesse sospettare di quel progettato fidanzamento, nonostante la promessa di una prossima visita.

È il 15 maggio quando fratello e sorella si incontrano alla stazione di Savignano:

il programma di Giovannino era di ripartire nello stesso giorno per Jesi, ma io lo pregai tanto che accondiscese di recarsi anche lui a Sogliano e di trattenersi fino all’indomani.

E qui si ha il primo chiarimento, il tentativo di conoscere più a fondo quel rapporto del fratello con la cugina, ma non fu sufficiente tanto che – è il 5 giugno – a Sogliano, non sentendosi Maria affatto tranquilla, convince il cugino Emilio David a seguirla, prende la diligenza alle tre di notte per Savignano, da dove in treno raggiungerà Bologna e poco dopo alle otto è nella nuova abitazione del fratello che è ancora a letto. Qualche giorno dopo li raggiungerà anche Ida, che è incinta di sette mesi e che non vede il fratello dal giorno delle nozze. Il ciclo si è concluso.

Dunque Sogliano è al centro di questo itinerario, non solo biografico, («Sogliano è un paese fatale», secondo una espressione molto incisiva di Cesare Garboli, o «un paese sognato», secondo un’altra felice definizione di Marco A. Bazzocchi), ma è al centro di quell’itinerario poetico che da Sogliano aveva preso l’avvio in quel lontano 1882; e le espressioni più volte ripetute dal poeta di una vita che si prometteva felice e serena non si trovano sempre per altri suoi luoghi, da cui lo strappo feroce verso la Garfagnana, non si trovano nemmeno per San Mauro, che, pur restando al centro di un suo ciclo poetico (Ritorno a San Mauro), in qualche caso è oggetto di espressioni non sempre di gratitudine da parte della sorella Mariù[4].
Possiamo ben capire allora come Sogliano dovesse far parte di un ciclo, avendone tutti i presupposti: rappresenta infatti il punto di partenza e di arrivo, è la meta di un viaggio come quello dantesco, che il poeta insegue nel tentativo di ricostruzione del nido e degli affetti. Quel viaggio si consuma con quei pochi versi (Questa notte, vegliando, ho riveduto) non a caso scritti in terzine, e mai conclusi, che Maria aveva raccolto e conservato, datandolo «1889». È il «pellegrino» Pascoli in un viaggio a ritroso nella memoria, forse il primo viaggio, prima ancora di quello di Schiuma o di Ulisse, un ritorno che, nel significato della guazza che cade sui gerani – nella tradizione popolare simbolo di purificazione – e nelle «lagrime ardenti, larghe, mute, spesse» che gli cadono lungo le guance, rappresenta nel contrasto tra la serenità contemplativa di Sogliano e l’angosciosa testimonianza di una perdita di affetti, il punto focale di una vita già spezzata. Tutto si concretizza in un sogno che fa da proiezione di uno stato d’animo («poi mi son ritrovato in una stanza») dove il poeta rappresenta la perdita e l’annullamento di se stesso («…più non sapevo io di me nulla»)[5].

A poco a poco il velame si apre e la visione sembra farsi più chiara.

«La prima poesia che ci fece, in Sogliano, e che mi riempì di gioia il cuore e gli occhi di lagrime è quella che comincia: Narran le pie leggende»[6]. Sono i versi intitolati poi da Maria Il Pellegrino e raccolti insieme ad altri versi (sono le cosiddette «Poesie famigliari») nell’edizione zanichelliana del 1912 con il titolo di Poesie varie, edizione accresciuta nell’edizione del 1914.

Narran le pie leggende
che ogni uomo è un pellegrin;
un angelo il difende
nei dubbi del cammin. 

Io stanco e tribolato
ho due consolator;
me li trovavo a lato
dove che andassi, ognor.

Una poesia scritta a Sogliano subito la laurea, nel luglio 1882, con quella quarta strofa cancellata, nella quale Bologna è una «orrida città», come a non volere lasciare traccia di quella esperienza che lo aveva trascinato fino al carcere. Ida ha 19 anni, Maria 17 e Giovanni le aveva dimenticate dal giorno in cui aveva messo piede a Bologna e non le aveva più viste, da quando, bambine, avevano meno di dieci anni. Questo tema del pellegrino sarà il nucleo tematico, l’asse portante di tutta la poesia pascoliana. Ritorna in un’altra delle Famigliari, Ida, scritta a Matera con la data «a mezzanotte, 1882»:

Nel mio lungo ed aereo cammino
io vidi campi azzurri e stelle d’oro.
Quando passavo come un pellegrino
io sentiva cantare angeli in coro.

Il pellegrino, sradicato dal suo paese e fuggiasco, trascinato via, sempre in perdita, con il senso ineluttabile di un destino più grande, che si ferma ed ascolta tra la nebbia o le costellazioni in un senso di cosmica fatalità, come in In Cammino (in Myricae), o con la speranza di poter riprendere la strada con il suo bordone che ha ancora una «foglia inaridita che trema», come in Il bordone (In Primi Poemetti). Il Pellegrino si carica dunque di due contrapposte situazioni. Da una parte il porto, la meta a cui tendere, in questo caso gli affetti famigliari; dall’altra la rivelazione della perdita, del senso dell’ineffabile, del destinato a disperdersi, del «nido» non più protetto, perché «gli altri son poco lungi, in cimitero». In questa rivelazione che parte da Sogliano – andata e ritorno – come un ciclo che non verrà mai portato a termine, di cui sono felici testimonianze i pochi versi che ci rimangono e i pochi componimenti di cui abbiamo parlato, sta quel senso di indefinibile, di sconosciuto, di sottintesi, come una storia non scritta o forse ancora tutta da scoprire. Ma, e in questo sta la discrezione e la felice umiltà dei tanti studiosi pascoliani, bisogna fermarsi sempre sulla soglia senza oltrepassarla, attendere e restare in ascolto e ancora rivivere la tragica sofferenza del pellegrino – l’eterno viandante – senza patria e senza tempo, come l’Ulisse senza patria e senza compagni, alla ricerca della sua nuova identità, su cui Calypso innalza il suo canto di morte. Era anche questa la ragione che, molti anni prima della stesura de L’Ultimo viaggio – siamo sempre nel 1882 – quasi a presagire il suo futuro di eterno pellegrino, gli dettava il verso di Romagna:

Io, la mia patria or è dove si vive[7].

Siamo tornati così al punto di partenza e credo, per chi si accosta alla poesia del Pascoli e ai grandi temi cantati nei Poemi Conviviali e nei Poemetti, che una nuova lettura si possa intraprendere. Il poeta poteva ora ripartire e, caduta ogni illusione, poteva rifare il suo cammino a ritroso, alla ricerca di un passato del tutto sconosciuto, senza patria e senza tempo. Così L’ultimo viaggio (in Poemi Conviviali) è anche il viaggio della ricerca di una verità perduta o ancora sconosciuta. È la ricerca di un passato che si è disintegrato dove solo il nulla riemerge:

Solo mi resta un attimo. Vi prego!
Ditemi almeno chi son io! Chi ero!
E tra i due scogli si spezzò la nave.

Poi c’è solo silenzio sul mare dove ancora Odisseo viene trasportato dalle correnti per trovare finalmente la sua pace, fino a raggiungere l’isola e l’ultimo canto di morte che la dea Calypso innalza sul corpo dell’eroe:

Non esser mai! Non esser mai! Più nulla,
ma meno morte che non esser più!

Nietzsche, in La nascita della tragedia rovescia il concetto che il classicismo dava al mondo greco, età dell’armonia e perfezione. Sarà questa la visione moderna, la visione di una Grecia che in verità «conobbe e sentì i terrori e le atrocità dell’esistenza»[8] e ricorda il famoso detto di Sileno: «Il meglio è per te assolutamente irraggiungibile: non essere nato, non essere, niente. Ma la cosa in secondo luogo migliore per te è – morire presto»[9]. Ma ci sarà la poesia a salvare il poeta, o forse nemmeno quella; se Foscolo nei Sepolcri poteva dire che la poesia vivrà «finché il sole risplenderà su le sciagure umane», il Pascoli in L’immortalità (Primi Poemetti) può affermare che «vive la vita lucida del sole», per subito aggiungere:

Dunque morrà!

Quando? Tu conta i bàttiti al tuo cuore:
secoli sono i palpiti del sole;
ma sono, istanti e secoli, a chi muore, 

o poeta, una cosa e due parole! 

Per concludere

Giova ciò solo che non muore, e solo
per noi non muore, ciò che muor con noi

Non è casuale che i Poemi Conviviali, forse l’opera a cui il poeta teneva maggiormente e quella certamente più conosciuta all’estero, si aprono con queste due dichiarazioni di poetica in Solon e nel Cieco di Chio: dichiarazione di un canto che converte il dolore in piacere estetico (Solon) e di un tragico destino di dolore e di canto, di cecità e veggenza (Il Cieco di Chio).

Il nuovo secolo si pare con questa chiaroveggenza, con questa tragica certezza – fallimento della scienza e della coscienza e di ogni verità costituita che Pirandello farà sua distruggendo ogni volto e ogni maschera – e si aprirà quella fase di sperimentalismo e di ricerca fino a giungere a quella corrente ermetica che il De Benedetti chiamerà «Poesia dell’orfano»[10].

    

APPENDICE

      

Epigrafe dettata dal prof. Squadrani
per il conferimento della cittadinanza al poeta

A
G I O V A N N I   P A S C O L I
alto intelletto
anima pensosa aperta fraternamente all’amore
che
dal mondo greco – romano
da Dante e dagli altri Grandi di nostra gente
derivato il sapere
dal sentimento della natura e della vita
il segreto di recondite immortali bellezze
elabora con arte squisita
forme poetiche soavi affettuose di agile melodia
cantando
la santità del lavoro
il bene come legge tra gli uomini
anelanti a un avvenire migliore
oggi
in mezzo all’universale consentimento
nell’Ateneo bolognese
successore di GIOSUE CARDUCCI
il Consiglio Comunale di SOGLIANO AL RUBICONE
a conferma
del voto spontaneo dei cittadini tutti
in testimonio
di antico reverente affetto
verso CHI
semplice nella sua superiorità
è decoro e vanto di Romagna nostra
ammirazione d’Italia
unanime decretava
nella seduta delli 8 marzo 1906
la cittadinanza d’onore.

(PIO SQUADRANI)

*

Manifesto della Giunta Municipale

C I T T A D I N I !

Venit hora! La grande, la fatale ora è giunta:

Giovanni Pascoli

non è più.

Ieri alle 15.30, in una villetta, modesta come la Sua Vita, in quella Bologna, alma mater studiorum, che lo volle a succedere nella cattedra di Giosue Carducci, i Suoi occhi nei quali era impressa una dolce tristezza, si son chiusi alla luce del mondo, il Suo cuore che tanto amò e tanto pianse, ha cessato di battere per sempre. –
Non un lamento durante la penosa e lunga Sua malattia uscì mai dalle Sue labbra: aveva sofferto troppo in vita per non temere la morte che Lo ha anzitempo strappato all’affetto e all’ammirazione dell’Universale. –
GIOVANNI PASCOLI fu amico nostro, amò la nostra SOGLIANO che Egli chiamò il piccolo grandemente amato Paese di Romagna donde, bambino, ebbe le prime rosee aspirazioni della dolce vita, così amara!; fu, per voto del Patrio Municipio, nostro cittadino onorario, e la Sua morte è lutto nostro, è lutto della nostra Romagna, dove egli ebbe i natali, è lutto della Patria che rimane orbata di uno dei migliori suoi figli e de’ maggiori dei suoi Poeti, è lutto del Mondo che perde il più grande latinista contemporaneo. –
La Giunta sottoscritta, nel dare il triste annunzio, ha deliberato di prendere parte ufficiale ai funerali, sicura di avere con sé l’Anima di tutta la Cittadinanza che, nella morte di GIOVANNI PASCOLI, vede, ahi! troppo presto, scomparso per sempre il più illustre, il più amato de’ suoi Concittadini. –

__________________________________

[1] Placido David arriva da Sogliano a Livorno nel marzo del 1891, dove resterà per due anni, fino al 1893, ospite del poeta, di Ida e di Maria; morirà a Sogliano il 5 settembre 1894, di tumore. Il poeta era particolarmente legato al cuginetto e, quando seppe della gravità della malattia, era corso a Sogliano, giungendovi troppo tardi, lo stesso giorno della sepoltura. Prima di ripartire, il poeta e Maria fecero visita al convento delle Suore, le quali la sera del 12 settembre vollero che cenassero nella foresteria. Fu in quella circostanza che il poeta prese un lapis e scrisse sulla parete della sala da pranzo il distico, ora riprodotto sulla targa posta nel 1995 all’ingresso della via che porta al monastero.

[2] M. Pascoli, Lungo la vita, cit., p. 410.

[3] La casa verrà acquistata nel 1902 e sarà abitata da Maria fino alla morte (5 dicembre 1953).

[4] Significativo è il fatto che l’11 giugno 1903 il poeta si trovi a Forlì per una vista ispettiva al Ginnasio Liceo e che, trattenutosi in Romagna per più di una settimana, non faccia visita a San Mauro; come pure le espressioni di Maria nei confronti del paese natale in occasione della malattia del poeta – tifo, una lunga malattia che durerà tutta la primavera – è il 1898 e il poeta si trova a Messina – (La mia malattia, in Canti di Castelvecchio 1903): «fa che si sappia che è e che è stato tanto male. Del resto si sa a San Mauro, ma nessuno si è degnato di mandargli un augurio. Bravi, bene, benone! Ma Giovannino saprà anche rinnegare quel paesaccio, che in fin dei conti, è stato sempre micidiale per tutti noi» (Maria a Ida, 4 maggio 1898); e ancora in una lettera sempre a Ida datata 12 luglio 1898, narrando l’accoglienza ricevuta a Castelvecchio tornata Maria con il poeta da Messina per le vacanze estive: «è stata una dimostrazione che ci ha commossi e compensati in parte dell’indifferenza di un altro paese che pur dovrebbe via via farsi viso con qualche buona parola e con qualche augurio. Qui ci vogliono bene, e qua resteremo».

[5] Cfr. C. Garboli, Trenta poesie famigliari, cit., pp. 251-257.

[6] M. Pascoli, Lungo la vita, cit., pp. 134-135.

[7] Il 1882, l’anno di Sogliano è infatti anche l’anno di Romagna, la cui stesura erroneamente o volutamente il Pascoli ha voluto anticipare al «1880 o giù di lì» (la prima stesura era apparsa in «Cronaca Bizantina» il 1º dicembre 1882 con il titolo di Colascionata) e in Romagna ritorna quel verso che sottintende l’amara esperienza del pellegrino, sempre in viaggio e perciò senza posto fisso e senza patria: «La mia patria or è dove si vive».

[8] F. Nietzsche, La nascita della tragedia, Adelphi, 2012¹³, pp. 32-33.

[9] Cfr. G. Nava, Introduzione, in Giovanni Pascoli, Poemi Conviviali, a cura di, G. Nava, pag XXI e segg.

[10] G. Debenedetti, Poesia Italiana del novecento, Garzanti, 1974, p. 61.

          

John Steuart Curry, "Paesaggio del Wisconsin", 1838-39 - in apertura "Acquazzone primaverile", 1931; Metropolitan Museum New York
John Steuart Curry, “Paesaggio del Wisconsin”, 1838-39 – in apertura “Acquazzone primaverile”, 1931; Metropolitan Museum New York

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