Il senso della neve di Fabrizio Bregoli, recensione di Paolo Gera

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Il senso della neve di Fabrizio Bregoli, Puntoacapo ed. 2017. Recensione di Paolo Gera: scrivere oggi la mala poesia.

    

    

Che cos’è il senso della neve? Il candore, che è come una pagina bianca e poi si riempie di piccole tracce? La sua momentanea nitidezza o il suo sporco ritirarsi agli angoli? La sua freschezza o il suo scioglimento? Le imprecazioni degli automobilisti? Un tempo, forse. Il fatto che non cada più nemmeno ad alta quota? E poi …senso? E se significasse semplicemente la direzione, il verso in cui cade, la forza con cui trascina persone e cose quando infuria e tempesta?
La poesia di Fabrizio Bregoli si apre con un titolo polisemico, variamente interpretabile ed ovviamente non è un caso. Alla base dell’opera è la domanda se ancora la parola possa farsi cronaca di esperienze e attingere ad un giacimento di verità:

(…) non è parola la parola che pronuncio
ma è la distonia di ogni altra parola
se non la credi vera.
Per questo non so come affacciarmi sui giorni
stretti in questi nostri tempi di tumulti
nel dirupo dei tempi , tempi gravidi
di labbra di ghiaccio secco
di lingue tappezzate di chiodi
di trachee carbonizzate nella roccia.

(Quel ramo, p.15)

Tutte le parole del mondo attraverso un processo evidente di falsificazione si riducono dunque all’afasia, non scelta per rinuncia ascetica, ma imposta con violenza attraverso immagini che sono già infernali: il ghiaccio secco, i chiodi che trafiggono la carne, il fuoco. Per dirlo con le parole di Bregoli, in una poesia successiva, “il gergo d’uso strania l’etimo dal vero” (Nel vortice del tempo, p. 98).
Non esiste una soluzione al complicato problema del nominalismo e della frattura ogni giorno più estesa tra il significante ed il significato. Se le parole risultano inadeguate per esprimere una nostra condizione interiore, quale senso potranno trovare se lanciate ad afferrare il senso degli accadimenti in cui siamo immersi? E compiendo un balzo in avanti coraggioso dalla prima poesia della raccolta sino a una delle ultime, la faccenda invece di apririsi ad uno spiraglio di risoluzione, ad uno spicchio di luce, si complica e si scurisce:

Scioglierai il turbine immondo del sangue
in ardente ostensione di maschere,
costruirai un altare alla congerie
confusa di volti, un’effigie del vero
se vero è il più autentico inganno.

(Veglia di Carnevale, p.106)

Ciò che crediamo vero è – alla Schopenauer – la maschera più difficile da togliere e dalla contraddizione è impossibile uscire. Tragico carnevale dentro e fuori casa. Se si partisse dall’impossibilità di dire, mettiamo dalla situazione in cui Dante si dichiara incapace di descrivere a parole la verace visione di Dio, la funzione del poeta naufragherebbe nel fallimento e nella immediata cancellazione del suo lavoro. Ma viviamo in Paradiso noi? No, intorno è l’Inferno e il poeta, anche se conscio della difficoltà della sua impresa, deve continuare a provarci.
La questione è spinosa e fa sudare sangue. Trovare il punto di equilibrio tra l’esperienza personale e lo sguardo sul mondo, senza essere da una parte troppo solipsistici e dall’altra troppo retorici. Senza chiudersi nell’autocontemplazione e sull’opposto versante nel non trasformare la poesia di denuncia in propaganda. Questo è un punto fondamentale per la scrittura poetica oggi e Fabrizio Bregoli non trova una soluzione – cosa che risulterebbe estremamente noiosa – ma esprime con onestà estrema tutto il disagio e tutto lo spaesamento di chi frequenta questa via di mezzo con passi tra l’accortezza e la sbronza.
In fondo la nostra comfort zone si riempie dei fetori della Terra solo ad aprire una finestra e i cuscini su cui dovremmo accoccolarci sono puntaspilli che hanno calamitato le schegge metalliche delle mine o quelle lignee delle zattere di fortuna. Il nostro salvagente è gonfiato col fiato dei migranti asfissiati nell’ammasso della sentina. Vuoi fare la doccia col sapone di Aleppo? Non stupirti se l’acqua della vasca ai tuoi piedi mischi la tua sporcizia insieme al sangue. E’ duro resistere nell’intercapedine delimitato dalle pareti delle nostre abitudini e da quelle delle privazioni altrui. E’ una scelta impossibile tra il pozzo profondo della nostra interiorità e la lama tagliente della Storia.

(..)
– ribelli cerchiarono le vecchie insegne,
tolsero il marchio della schiavitù
e fu festa dal parlamento alle Catene
tintinnanti del ponte danubiano
e il perito giogo alto sull’asta
fu imperitura testimonianza –
e qui ancora a baloccarci con pochi
frammenti di versi, di storia
senza tempo, che ancora dissuadono
dal fuggire dove l’aria è sottile, pura
più pura, perché non si respira.

(Tempi moderni, pp.18-19)

E prima, nella stessa poesia, la stanca quotidianità dell’inverno viene accostata all’assalto al Reichstag e al bunker di Hitler, i divieti di sosta al massacro di Katyn in cui più di ventimila polacchi furono trucidati dal Commissariato del Popolo sovietico durante la II guerra mondiale. Ma questo gioco di alternanze tra passato e presente alla fine diventa unisostanziale e gli ultracorpi invasori del mondo sofferente si impadroniscono del nostro vacuo involucro personale, qui ed ora.

Aprire il finestrino è l’invasione
d’un mondo che fa ressa, chiede voce
rinuncia al sottovuoto, all’esclusione
dalla gentile garza della radio,
dal confortante chiosco rinfrescato
della cabina che ci fa da scudo.

Così scavano spazio le zaffate
d’asfalto appena steso, le volute
rubate al fumo di chi va di fretta,
la resistenza strenua di quel tronco
che dà respiro con le poche foglie,
quell’angolo di pozza traslucente,
l’ingorgo delle auto vaporante
fino allo sbocca d’ambra di quei campi
dove matura il grano nel silenzio,
il fieno si fa vento, libagione.

Questo il tragitto che già sconfessa
sulla più opaca svolta della sera,
la voce di quel mondo si dà stanza
nella quiete coatta della casa,
tutto trascorre come un carroponte
d’istanti trascinati, attimi spenti
all’istantanea secca del ricordo,
scie nell’aria, frecce di Zenone
nel vivo della carne che si posa
al nudo delle sedie, già padrone.

(In divenire, p.48)

Non è tanto la constatazione che la vita sia dolore a dare però l’impronta caratteristica a queste poesie, quanto il disilluso sentire che la gran macchina del mondo non può che ripetere lo sfiancante stridio delle operazioni quotidiane, siano queste la lotta per aggiudicarsi un pezzo di pane che la routine dell’ufficio, delle passeggiate in centro, delle chiacchiere futili dei colleghi, delle abitudini casalinghe. Non avvertiamo urla e sussurri nella loro reale entità fisica, ma sbrindellati e rimasterizzati nel traffico di punta delle notizie vere e false e le immagini che cogliamo, anche quelle naturali, non sono che riproduzioni omogenizzate nella scena organizzata dalla società dello spettacolo e dalla legge del profitto. Noia. Il sentimento che caratterizza maggiormente lo sfilare di queste poesie è allora un accorato ‘tedium vitae’, insieme ad una contemporanea riflessione sulla ‘vanitas’ delle cose e sulla loro fallace perfetta organizzazione. Come i monatti portavano via i cadaveri degli appestati, ora il nuovo corso fa sparire i benzinai insieme ai loro gabbiotti di latta e vetro. E’ l’avvento dell’era del self service.

(…)
ed io qui con la matita spuntata
un bagaglio troppo leggero d’anni
perché poesia si possa dire
questo mio spigolare l’inventario
dello svanire, ché la vita costa
lo spazio del superfluo, anch’io complice
nelle mie scarpe nuove, parka blu
collo di lupo grigio, il pieno assolto
con ottanta centesimi di più in tasca
mentre una bava di perla strattona
il viola cupo d’orizzonte, un corvo
forse un falco, stordisce tra le nuvole
e già scoppietta la fucileria.
Trangugio un altro groppo di saliva
avanza l’autunno, un’altra ora passa.

(New economy, p.72)

Ma la riflessione sulla ‘vanitas’ ci porta direttamente all’elemento della forma, che non è questione di poco conto o casuale, ma direi il centro di tutta la poesia di Fabrizio Bregoli. Lo stile è “convintamente barocco” (Respinta al mittente, Lettera in memoria di Dario Bellezza, p. 24), prezioso dunque, lessicamente ricco e arcaicizzante, volutamente condotto a mostrare lo stridore tra un contenuto volgare e prosaico ed una forma alta di versificazione. I riti contemporanei dello shopping a Milano, della passeggiata a San Babila, del concerto al Forum di Assago, insieme a tutto il magma sensoriale e concettuale della metropoli, vengono compressi dentro una versificazione classicista, per dare loro un lustro controtempo e ridicolamente blasonato. La visita alla sfavillante e illusoria azienda guida, viene descritta utilizzando gli endecasillabi del castello di Atlante.

Vitreo specchiante azzurro, lucente
d’odorosi legni e politi acciai,
vernici di silente compostezza
trasognate d’argentee maniglie,
attorcigliate rachidi di piante
tra solcature rapide di subbie,
fitte mussoliere a terse ceramiche
dove è lieve ciascun ardito passo
e marmi e quarzi e liquidi cristalli

(Visita a un’esimia corporation, p.70)

Il compendio stilistico de “ Il senso della neve” potrebbe comprendere dunque i marinisti e Parini, – quando Bregoli descrive colleghi arrivisti come fossero lacché del Settecento -, Lucini e D’Annunzio, i crepuscolari, sino al “Galateo in bosco” di Zanzotto. Ma la direzione più sicura infine, tra questa arcadia fasulla e queste mortifere terre dei fuochi, è ancora quella indicata da Dante, la poesia dell’invettiva, quella crudele e stizzita, nella mimesi esasperata dell’Inferno più sanguigno, delle Malebolge,” l’impiccio di lordare questo foglio” (Tentai, ritrassi, p.51), lo scrivere per aprire ferite e fare male: “ il compimento del nulla che siamo/che saremo/e detto l’ho perché doler ti debba” (Inventa la sera, p.97).
Fabrizio Bregoli si inserisce nel numero dei poeti da me ammirati che vogliono scrivere la ‘mala poesia’, secondo una definizione di un poeta oggi misconosciuto e che occorrerebbe assolutamente riscoprire: il modenese Antonio Delfini, con il suo furore iconoclasta, la sua invettiva libera e acuminata contro i barattieri del potere, contro gli opportunisti e i ruffiani, contro un popolo asservito e sempre consenziente.

Vorrei inserire qui una poesia di Delfini come contraltare a quelle di Bregoli.

E’ mio dovere scrivere la mala poesia
che infine, dopo tanto tempo porti
a te mala carente, moglie del corto
tismico sofilofo una vera mala sorte.
Descrivere i mali di te, pagliaccio iettatorio,
sarebbe ancora far del male a me e ad altri.
Sia in queste righe raccolto tutto il male che ti voglio.
Nominarti non posso e non mi piace.
Distaccare il tuo orribile pensiero dalla penna
e dalla carta è quanto qui si vuole e si descrive.
Voi spiriti del mondo, buoni e cattivi,
liberate la terra dall’infame presenza
del pagliaccio, dei suoi figli e discendenti!
Tutto il male che hanno fatto sarà dimenticato:
per la decadenza del ricordo di un paese maledetto
che tornerà a farsi nominare, solo quando
lei, il pagliaccio rosso imbellettato, i suoi figli
e discendenti saranno scomparsi.
Questa è una pagina esclusiva per la polizia.
Poi la libertà e la luce torneranno. Così sia.

Le “Poesie della fine del mondo” di Antonio Delfini risalgono al 1959, anno della mia nascita. Fa piacere che la determinazione programmatica ritorni nella raccolta di Fabrizio Bregoli, con la sua esigenza giornaliera di spazzare per bene la pagina bianca come potrebbe farlo in casa una donna delle pulizie. Sisifo è lì che sovrintende e incoraggia. I manifesti poetici pulsano come una ferita in vari parti della raccolta. Scelgo come espressione di ‘mala poesia’ contemporanea quella che ha per titolo “Elettroforesi”, rivolta pura contro la retorica differenziata dei nostri ben regolati tempi.

M’imponi, necessità inalienabile
reverenziale rispetto del verso
come fosse un sacro crisma, un cristallo
da imballare con la dizione fragile,
t’aspetti assoluzione consolante
di rima ritmo luna amore stelle,
per lo meno l’aderenza al canone
in questa incontinenza dell’esistere.

Nella congerie osmotica del secolo
che vede l’uomo al bivio del suo nulla
non serve un trabocchetto, la fasulla
moneta dell’incanto ad ogni costo,
bisogna distillare il sentimento
disporlo in una curva intellegibile
e farne il diagramma degli stimoli
dargli la giusta coppia, potenziale
impulso e carica, elettroforesi.

Il verso va pressato all’essenziale
sforbiciato, sfrondato con tronchesi,
la nostra persistenza è ormai endemica
s’appoggia a pochi esatti gesti certi:
il cambio gomme, la curva glicemica
il piano di raccolta dei rifiuti
l’adeguamento ISTAT, la giusta diùresi
l’IMU e l’alvo regolari, l’aferesi
del poco che vale, dal tutto vile.

(Elettroforesi, p.43)

La raccolta si conclude con il sonno, non cullato da una dolce ninnananna, ma da “La nenia del diavolo”, una specie di vendita dell’anima all’enjambement. Il diavolo è lo strumento della ripetizione, necessaria e crudele, del sonno non visto come un tranquillo bacino, dove defluire per stanchezza fisica e spegnimento naturale dello slancio vitale, ma come un “(…) un vuoto che scava,/che scova ora spietato ora distratto; ora(…)”.
Così finisce “ Il senso della neve”, con un precipizio, un incagliamento e, alla fine, un’arresa.

(…)
e ancora rincora quasi, il perpetuarsi
di questo cerchio di dolore che leggi
sul volto di tutti e nessuno, il ripetersi
perenne d’un vuoto che non sorprende,
che hai conosciuto e vissuto, stupefatto
in spirali d’assenza: nel silenzio diventa
tuo compagno, non te ne puoi più separare,
precipiti in una falda profonda, t’incagli
in indifferenza ora voluta ora subita;ora

e ancora ti sfiora appena questa mano
tuo malgrado presente e ti arrendi al tempo:
è tardi ormai. Prendi sonno. Ora.

(La nenia del Diavolo,pp.114-115)

Mentre scrivo queste mie forse poco lucide considerazioni sulla poesia di Fabrizio Bregoli, ascolto e riascolto, forse come antidoto all’ipertrofia necessaria dei versi, una semplice canzone di Lennon/McCartney tratta da “Abbey Road”. E’ una specie di breve dittico in cui la prima parte dolcissima è contraddetta dalle parole dure e dallo stile più aspro della seconda. La canzone è “Golden slumbers/Carry that weight” e questo dicono i versi:

“Once there was a way to get back homeward
Once there was a way to get back home
Sleep pretty darling do not cry
And I will sing a lullaby

Golden slumbers fill your eyes
Smiles awake you when you rise
Sleep pretty darling do not cry
And I will sing a lullaby

Once there was a way to get back homeward
Once there was a way to get back home
Sleep pretty darling do not cry
And I will sing a lullaby

Boy, you gotta carry that weight
Carry that weight a long time
Boy, you gonna carry that weight
Carry that weight a long time”.

Dedico a Fabrizio Bregoli l’antinomia melodica e testuale, le illusioni in cui ci culliamo e il macigno che dobbiamo spingere ogni giorno verso la collina. Sogni d’oro e trascina quel peso…

copertina bregoli
in apertura Ivo Mosele, El toro blanco, particolare

One thought on “Il senso della neve di Fabrizio Bregoli, recensione di Paolo Gera”

  1. Una presentazione tanto lucida e pungente quanto appassionata, anche se della passione-passione, quella del patire. Si resta senza fiato, dietro la corsa delle parole, come in certi film postapocalittici dove gli umani rimasti ripetono ‘in brutta copia’ tutto quanto ha portato all’apocalissi. Che noi già stiamo vivendo, con le aridità climatiche e psichiche e con le bombe all’idrogeno che non ci scuotono nemmeno più di paura. Finimondo, dico. Grande cambiamento, rigenerazione all’orizzonte, dici. Bregoli, intanto, dice l’Inferno. Vero. Che le parole possano o no dire il vero, vero.

Gentile lettore, all'autore di questo articolo farà molto piacere se vorrai lasciare un commento.

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