Il sistema poetico di Idea Vilariño: retrospettiva di Martha L. Canfield – 4^

Amanti, opera di Leonardo Lucchi

Il sistema poetico di Idea Vilariño: retrospettiva di Martha L. Canfield – 4^ puntata.

    

    

La caduta e il ritorno

La poesia Los cielos, terza di quello che abbiamo voluto vedere come una serie, si riferisce al terzo pianeta, cioè la terra, terza non in senso astronomico ma in quanto essa completa il triangolo cosmogonico suggerito – sole, luna, terra – e in quanto aggiunge ai due archetipi fondamentali, maschile e femminile o paterno e materno, il segno del mondo nel senso di umanità.
La prima parte della poesia ricrea l’immagine della terra mediante un abitante emblematico, l’albero – nell’immaginazione onirica simbolo dell’io e dello sviluppo della personalità –, nonché mediante la suggestione del tempo che trascorre di stagione in stagione:

Se cae de los árboles
se cae la el otoño
la lenta primavera que sube por setiembre

Cade dagli alberi
cade la lo autunno
la lenta primavera che sale per settembre

Poi appaiono segni umani: “le dita” e forse anche “i segni rosa”, i “fuochi e pareti”, e subito la terra si popola con il dramma della caduta, già annunciata nell’anafora verbale dei primi versi e qui sintetizzata in tre versi che sembrano designare i tre atti della tentazione, del peccato e della cacciata:

la sospecha de un ángel devorante
una fruta de horror
un signo ardiente.

il sospetto di un angelo divorante
un frutto d’orrore
un segno ardente.

Allora la “terra”, che era alberi, autunno, primavera, diventa “mondo” e si presenta come “faccia”, “denti”, “amore”, “dolore”. Il periplo umano si condensa in due azioni, la ricerca infruttuosa e l’espressione della sofferenza:

o tocar las inmensas bolsas solas
y salir dando voces por los cielos. 

o toccare enormi sacchi vuoti
e uscire a cacciar urla per i cieli.

Il tema di questa poesia – senza dubbio estremamente ellittica – sembra essere, in effetti, quello della caduta dell’umanità.
Sempre da una prospettiva agnostica, la caduta è motivo centrale nella poesia di Idea, una delle sue ossessioni. Dato che l’uomo aspira ad una utopistica purezza in un mondo irrimediabilmente corrotto, Idea concepisce l’esistenza stessa come una caduta. Viviamo in “un’aria d’impurezza”, viaggiamo “per aria sporca[1], supplichiamo “la dolce sporca briciola[2], esistiamo in mezzo al “sudicio umidore degli uomini[3]. Il pulito è nell’alto, nel “cielo cielo” irraggiungibile, oppure oltre, nel “paradiso perduto[4].
Il titolo Los cielos si riferisce all’ambito del soggetto, ma non tanto all’ambito nel quale questo realmente si muove (come era Por aire sucio rispetto alla luna), quanto a quello nel quale vorrebbe esistere, al quale aspira, meta dell’elevazione, perché da là proviene, da là è caduto. Il tema della poesia, in effetti, è la caduta, insistentemente segnalata nelle anafore di quattro versi delle prime due strofe (“cade”) e nelle epanadiplosi della terza (“Il mondo cade in sé / la faccia cade[5]).
Non deve sconcertare nel secondo verso della poesia, poco dopo ripetuto, quel residuo di sperimentalismo nella giustapposizione degli articoli maschile e femminile: “Cae la el otoño”. Da una parte, come abbiamo indicato, gli anni ’50 sono gli anni delle seconde avanguardie in Uruguay; da un’altra, tale giustapposizione è giustificata dal punto di vista semantico. La caduta, in realtà, riguarda simultaneamente il genere femminile e maschile e la giustapposizione veicola questa simultaneità, contemporaneamente a un’idea più o meno vertiginosa della successione temporale primavera-autunno-primavera, immediatamente affidata ai sostantivi e da essi chiarita.
Il tema della caduta poi si lega con quello, ugualmente ossessivo, della nostalgia del paradiso perduto che, in un primo momento, è l’infanzia, ma più segretamente rimane il ventre materno, l’acqua pura in opposizione all’aria sporca (“Non si tratta di rose che si aprono nell’aria, / ma di rose che si aprono nell’acqua[6]), il recinto silenzioso, scuro e sacro della notte, e infine la stessa morte. Probabilmente non c’è un lettore di Idea che non ricordi i bellissimi versi “Lontano infanzia paradiso cielo / oh sicuro sicuro paradiso”, con l’ardente rifiuto del mondo e del dolore di vivere manifesto in ciò che segue e concentrato in quella riuscita formula, decisamente emblematica della sua visione del mondo:

Non voglio più non voglio
la sudicia sudicia sudicia luce del giorno.[7]

L’incoerenza di genere tra “lontano” e “infanzia” fa pensare che la vera nostalgia conduce oltre gli anni infantili, al paradiso senza tempo e senza memoria della fusione con la madre. E la madre è allo stesso tempo – altro paradosso – la terra perduta del paradiso e l’agente dell’espulsione. Dandoci la vita la madre ci espelle dalla felicità. Per questo il lamento si rivolge a lei:

Non voglio
oh non voglio non voglio madre mia
non voglio più non voglio no questo mondo.[8]

L’invocazione alla madre – così come il richiamo di quella infanzia misteriosa, mai materializzata, privata perfino del pur minimo riferimento alla quotidianità e presente invece nell’evocazione dell’amore – sembra piuttosto un’invocazione alla morte. Entrambi i termini, morte e madre, si associano nel Notturno Ven:

Si fuera un ángel negro
o una madre
si se pudiera hablarle
convocarla
como hacían los poetas
ven muerte ven que espero
si fuera un dios voraz
alguien que oyera alguien
que comprendiera
toda esta noche toda
estaría invitando
estaría ofreciendo
estaría clamando
rompiendo el aire el techo el cielo
con mi voz
ven muerte ven
que espero.
Toda esta noche
toda
hasta que al fin
oyera.

Se fosse un angelo nero
o una madre
se si potesse parlarle
o richiamarla
come facevano i poeti
vieni morte vieni che aspetto
se fosse un dio vorace
qualcuno che ascoltasse qualcuno
che capisse
tutta questa notte tutta
me ne starei a invitare
me ne starei a offrire
me ne starei a chiamare
rompendo l’aria il tetto il cielo
con la mia voce
vieni morte vieni
che aspetto.
Tutta questa notte
tutta
finché alla fine
ascolterebbe. [9]

     

Quasi finale

La stagione dei Nocturnos si alterna con quella dei Poemas de amor, nei quali la tentazione di vivere acquista la forma di una sublime ebbrezza, lungo tutta la vita e la produzione poetica di Idea Vilariño.

Negli anni ’60, caratterizzati bibliograficamente dalla pubblicazione di Pobre mundo, la poesia di Idea si è riempita dei tormenti dell’umanità, in senso politico-sociale e metafisico. La minaccia di una terza guerra mondiale e la possibilità di una deflagrazione atomica si sovrappongono nella desolata visione di alcuni componimenti e soprattutto in quello che dà titolo al volume. In altri, sullo sfondo della stessa premonizione apocalittica, emerge l’indagine della propria individualità che vorrebbe afferrare attraverso gli elementi di una geografia familiare: i pini, le sabbie, il mare. Ma essa d’un tratto si dilata nello spazio infinito e nell’angoscia e l’assillo di inquietanti domande senza risposta (v. Quella stella e La metamorfosi[10]).
Per i popoli latinoamericani gli anni ’60 sono sostanzialmente gli anni della costruzione del socialismo a Cuba, della guerriglia, della violenza in Centroamerica, della morte del Che. Idea lascia testimonianza di tutto questo in poche ma bellissime poesie che raccoglie in parte in Pobre mundo, in parte nell’antologia di Arca, Poesía (v., per esempio A Guatemala, memoria e omaggio a José Martí, dove la nazione centroamericana si presenta nelle fattezze di una ragazza).

Gli anni ’70 la colpiscono ancora più da vicino: è la volta della repressione in Uruguay e della dittatura militare. Le accorate poesie di denuncia rimangono inedite; cinque di esse sono inserite nell’antologia Poesía rebelde uruguaya, uscita in piena dittatura nel 1971[11]. Nel 1980 pubblica due libri: la Segunda Antologia, in cui seleziona composizioni già conosciute, e No, un volume di testi brevissimi, intensi, purissimi, nei quali sembra quasi compiersi e culminare il suo percorso poetico. Qui si dice ancora no alle concessioni, al facile compromesso, a tutto quello che, troppo umano, è condannato ad essere mediocre, impuro, “sporco”. Si dice no alla “farsa”, alla “baracca di balocchi / le marionette sporche / i pagliacci / [che] saranno stati la vita[12].

Le edizioni successive dei Nocturnos (1986) e dei Poemas de amor (1988, 1991, 2006), e infine l’edizione della sua Poesía completa nel 2002[13] introducono alcuni testi nuovi che tuttavia non cambiano la visione del mondo costruita nell’opera già conosciuta. La poesia di Idea è stata molto presto un insieme organico compiuto. Ma è anche un insieme organico vivo: per quello non finisce di sorprenderci e di commuoverci. Il suo NO torna a bruciare ogni volta che lo agitiamo, ogni volta che leggiamo le sue poesie.

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[1] I due sintagmi, “aire sucio” e “aire de impureza”, compaiono nella poesia Por aire sucio del libro omonimo del 1951; trad. it.: a p. 65 di La sudicia luce del giorno, a cura di M. Canfield, QuattroVenti, Urbino, 1989, che d’ora in poi sarà citata con la sigla SLG. Tutte le traduzioni della Vilariño e di altri poeti citati, se non diversamente specificato, sono mie.
[2]la dulce sucia miga”: La limosna, in Por aire sucio (1951); trad. it.: SLG, p. 63.
[3] Umidore notturno che lei naturalmente respinge: “dame la soledad / la muerte el frío / todo / todo antes que este sucio / relente de los ombre” (trad. it.: “dammi la solitudine / la morte il freddo / tutto / tutto tranne che questo sudicio / umidore degli uomini”): A la noche, in Nocturnos.
[4] Paraíso perdido, componimento che apre il libro omonimo del 1949.
[5]Se cae de los árboles / se cae la el otoño / […] / Se cae la el otoño / le cae un encendido / […] / El mundo cae en sí / la cara cae”: Los cielos, in Por aire sucio (1951); trad. it.: “Cade dagli alberi / cade la lo autunno / […] / Cade la lo autunno / cade rovente uno / […] / Il mondo cade in sé / la faccia cade”, SLG, p. 71.
[6]No es de rosas abriéndose en el aire, / es de rosas abriéndose en el agua”: Lo que siento por ti, in Poemas anteriores (1940-1944), v. Poesía (1945-1990), p. 30.
[7]Lejano infancia paraíso cielo / oh seguro seguro paraíso. / […] / No quiero ya no quiero / la sucia sucia sucia luz del día”: Paraíso perdido, cit.; trad. it.: SLG, p. 53.
[8]No quiero / oh no quiero no quiero madre mía / no quiero ya no quiero no este mundo”: versi 3-4-5 in ivi.
[9] La poesia Ven di Nocturnos (1963-1976); trad. it.: Vieni, SLG, p. 157.
[10] Esa estrella e La metamorfosis, in Pobre mundo (1966); trad. it.: SLG, pp. 118-119 e 132-133.
[11] Milton Schinca – Enrique Elissalde, Poesía rebelde uruguaya, prologo Jorge Ruffinelli, Biblioteca de Marcha, Montevideo, 1971.
[12] Il testo completo dice: “Alguno de estos días / se acabarán las bromas / y todo eso / esa farsa / esa juguetería / las marionetas sucias / los payasos / habrán sido la vida”: nella sezione Comparaciones della raccolta No (1980); trad. it.: “Uno di questi giorni / finiranno gli scherzi / e tutto questo / questa farsa / questa baracca di balocchi / le marionette sporche / i pagliacci / saranno stati la vita”, SLG, p. 179.
[13] Idea Vilariño, Poesía completa, Cal y Canto, Montevideo, 2002.

Amanti, opera di Leonardo Lucchi
Amanti, opera di Leonardo Lucchi

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