Il racconto del mese: Il taglio, di Francesca Ceci

IF

Il taglio

racconto di Francesca Ceci.

   

   

Non ho un cattivo rapporto con lo specchio. Appena sveglia non mi guardo mai. Solo dopo che acqua fredda e sapone hanno  risvegliato un po’ di vita sotto la pelle mi osservo. I capelli spettinati mi donano. Mi considero accettabile.

La gente in paese mi guarda con curiosità. Una donna  che va in giro spettinata, con i jeans sformati e le scarpe sporche.

Se a volte colgo una punta di ammirazione nello sguardo, lo so, non è perché  sono  bella. Ma perché tengo la schiena diritta  e le gambe  allenate hanno un passo deciso ed elastico.

Inoltre, credo, mi guardano perché mi riconoscono.  Sono una Matta. I Matta un tempo erano una famiglia ricca e potente. Adesso le cose sono cambiate, qualcuno è riuscito conservare una buona  posizione, ma i più, come me, hanno fallito. Nonostante il privilegio di partenza, ci troviamo a lottare tra mille problemi. Pochi soldi, la fatica di conservare quel poco che resta. Però ci riconoscono ancora. Come fossimo fatti con uno stampo,come ha detto qualcuno.  Anche con le scarpe sporche, i vestiti trasandati,  i segni della fatica sulla faccia. I più bravi a riconoscerci sono i fruttivendoli: chiedi da dove vengono le arance e loro ti rispondono “ma lei, è una Matta?”.

Abito in campagna. Con il tempo  la mia casa è diventata sempre di più un rifugio, una tana. In primavera, ma a vote anche nelle altre stagioni, mi sembra un paradiso. Esco sempre di meno e appena posso torno. Sto via giusto il tempo di comprare un po’ di frutta,il giornale e due pacchetti di sigarette. Amo il silenzio e la libertà di stare come mi pare: comoda, calda. Non mi sento sola , qui ci sono cani, gatti, galline, uccelli di ogni genere, animali notturni su cui fioriscono leggende.  E alberi, alberi, alberi. Alberi che crescono fino a diventare monumenti e altri che muoiono nel pieno del vigore, secondo  criteri che non capisco e che nemmeno le teorie dei più stimati esperti sono riuscite a spiegare. Da sola riesco a malapena a dare una parvenza di ordine all’insieme, però all’odore tengo molto. Appena torno  annuso l’aria: per fortuna è l’odore di erba e terra a prevalere. La convivenza con le bestie e la mia pigrizia miracolosamente non producono effetti  sgradevoli all’olfatto.

 Si sta avvicinando l’inverno, le querce hanno cominciato ad ingiallire, tra poco perderanno le foglie. Pioverà, farà freddo. Le giornate si accorceranno. L’umido mi entrerà nelle ossa anche se chiuderò finestre e persiane.

La dispensa è piena di legumi, pasta, olio. Anche di vino  ho sempre una buona scorta. Il pane ho imparato a farlo da sola, una volta ogni tre o quattro giorni. La Tv funziona,internet pure. La libreria è piena di libri di storia, eredità di mio padre, che conservo intonsa come una riserva preziosa, sicura che prima o poi avrò l’urgenza  di usare.

La sola vera emergenza da affrontare resta il freddo. Non posso contare sul riscaldamento. Non me lo posso permettere. In casa ho due camini, uno in cucina, uno in salotto.  L’anno scorso  ho comprato uno scalda sonno: una vera svolta. Non mi sono più addormentata sul divano, vicino al camino. Non ho più avuto l’incubo  di andare in camera da letto, spogliarmi , infilarmi tra lenzuola gelide e restare sveglia fino a notte fonda perché i piedi non riuscivano a scongelarsi nonostante le calze di lana. Adesso mi basta accendere lo scalda sonno  mezz’ora prima per trovare un meraviglioso calduccio e liberarmi addirittura anche del pigiama. Con l’accortezza di lasciare calze, maglia e pantaloni di pile a portata di mano, certo. Perché il problema, poi, diventa uscire dal letto la mattina.

Ho bisogno di legna per il camino. La riserva dell’anno scorso è quasi finita. Nella legnaia sono rimasti pochi ciocchi   quasi interamente mangiati dai tarli. Buoni ormai solo per accendere.

“Ciao, Riccardo. Ho bisogno di legna, quando puoi fare una giornata da me? ”

“Posso solo la domenica, gli altri giorni vado sul Gargano”

“Allora domenica! A che ora?”

“ Alle sei… (pausa,come se conoscesse le mie abitudini, come se sapesse che svegliarmi mi costa sempre fatica)  alle sette, va bene?”

“ Va bene anche alle sei…”

“Alle sette. Ci vediamo domenica”

“ok, a domenica”

Sabato sera metto la sveglia alle sei e mezzo. Vorrei riuscire  a bere un caffè e lavarmi la faccia, prima. Invece quando suona la spengo,  e alle sette e un quarto mi sveglia il rumore rabbioso della sega elettrica.

Mi alzo di scatto, scovo un paio di vecchi  occhiali da sole, grandi abbastanza da nascondere i segni del sonno, infilo una vecchia giacca di lana sopra il pigiama ed esco. Seguo il rumore.  Riccardo si  è accorto di me  ma non sposta lo sguardo dal  tronco che sta segando. Non interrompe neanche quando sono a  un passo da lui. La notte ha lasciato uno strato di brina sull’erba.  Dopo pochi minuti ho le pantofole completamente bagnate, i piedi  cominciano a gelare. Mi stringo nella giacca. Riccardo ha solo una camicia di lana aperta sopra una maglietta grigia. Pantaloni neri, scarpe da lavoro. Le gambe leggermente divaricate per equilibrare il peso della sega. La  tiene come se fosse una parte del suo stesso corpo.  La lama dentata insiste nel legno senza apparente fatica. Non sforzo, solo concentrazione, pare.  Non sento quasi più i piedi ma non mi muovo. E’ sempre un piacere guardare Riccardo mentre lavora: le sue braccia  ricevono le vibrazioni della lotta tra la lama e il legno senza  evidenti riflessi. Solide e pazienti. Sono loro a comandare la materia.

Lui capisce con anticipo il momento in cui  il tronco  cederà. Spegne la motosega e si gode immobile l’attimo di silenzio assoluto. Poi qualche scricchiolio, l’ultima resistenza delle fibre del legno, il fruscio delle fronde nell’aria e  subito dopo il colpo secco dell’impatto dell’albero con la terra.  Si volta a salutarmi, l’aria  compiaciuta per la precisione del taglio. Quasi un sorriso.  Ha gli occhi più azzurri che io abbia mai visto.  Ogni anno me ne meraviglio.

Appena un attimo e il rumore della sega di nuovo invade la mattina. Nonostante sia quasi assordante e io sia abituata al silenzio, non provo fastidio. Riccardo adesso è chino sulla preda, seziona l’albero abbattuto con  pochi  e precisi gesti. Il legno  gli si arrende docilmente.  Ciocchi  tutti uguali  si accumulano fino a formare una  piccola montagna al suo fianco. Sono di una misura perfetta,grandi abbastanza da durare almeno due ore nel camino ma non tanto da essere troppo pesanti da sollevare.

L’umido mi  è salito dai piedi fino alle spalle.  Rabbrividisco. Da quando sono arrivata non mi sono mossa, non so nemmeno  perché sono  lì, visto che la mia presenza non serve a nulla se non a controllare che non vengano tagliati alberi sani. Ma Riccardo non lo farebbe mai. Non ne abbatterebbe mai uno vivo. Una volta mi ha raccontato che prima faceva il trattorista: “non mi piaceva per niente: sempre la stessa cosa.  Mi sentivo di morire. A me piace stare nei boschi. Non importa se mi devo alzare alle tre per andare sul Gargano….qua, dove stanno più i boschi?”

Evidentemente per lui gli alberi non sono mai “la stessa cosa”.

“ Faccio quello,  dopo?” Chiede indicando un albero secco vicino al muretto.

“Si, va bene. Vado a fare un caffè .Te lo porto?”

“ No, grazie.  Già fatto”

In casa cambio le calze. Tolgo le pantofole e metto un paio di vecchi stivali. Bevo il caffè. Passo un velo di rossetto sulle labbra, un po’ di rimmel sulle ciglia. Rimetto la giacca sul pigiama ed  esco. Non sento più   rumore, deve aver finito il primo albero. Prendo la carriola  e  mi avvicino al mucchio di legna tagliata.

Riccardo regge  la motosega spenta con la mano destra. E’ leggermente sudato, si asciuga la fronte col polso sinistro della camicia. Si accorge del rossetto e del rimmel, lo capisco dall’espressione di sorpresa.

“ Stai sempre sola qui?”.

 Più che una domanda è una constatazione. E’ da almeno 10 ani che ogni Ottobre viene a tagliare la legna per me. Sono io che lo chiamo, io che lo pago, io che controllo. Se avessi un marito lo farebbe lui. E poi in paese si sa. Si sa tutto di tutti. La fine ingloriosa del mio matrimonio è stato argomento di gustosa conversazione per un bel po’. Più che una domanda è una serie di domande. Vuol dire: non hai paura? Non ti senti sola? Non ti annoi? Cosa fai tutto il giorno?

“Sempre no. Ogni tanto tornano i figli” Non mi va di aggiungere altro. Infondo non c’è poi granché da dire: la solitudine, come  quasi tutte le altre cose, è una questione di abitudine.

Mi chino sul mucchio e comincio a riempire la carriola. Riccardo posa la sega per aiutarmi. Una scia di profumo a buon mercato mi colpisce le narici. Gli guardo le guance: non ha la barba fatta di fresco, non può essere dopobarba. Deve essersi messo  il profumo. Sono sicura che quando va sul Gargano non lo mette. Sotto il profumo, il suo odore. Molto più simile a quello del legno e della terra.

A un tratto le foglie secche tra noi si sollevano con un fruscio. Vediamo il serpente nello stesso istante . Riccardo fa un passo indietro. Il serpente, spaventato,  si solleva e spalanca la bocca emettendo un soffio di minaccia. I denti appuntiti e la lingua saettante in piena mostra.  Tra i  ciocchi ai miei piedi individuo velocemente  il più adatto. Lo prendo e sferro un colpo sulla testa dell’animale. Lo colpisco bene, lo vedo  contorcersi e raggomitolarsi su se stesso come per proteggersi, non ce la fa a scappare.  Lo sollevo con un bastone più lungo e lo adagio in un cespuglio poco lontano. Spero che ce la faccia a riprendersi, a sopravvivere.

Riccardo sembra stupefatto: apre la bocca ma non parla,  gli occhi ancora più azzurri.  Solo dopo qualche secondo dice:

 “Ho sempre avuto paura dei serpenti …, no paura,  terrore!”

“Dicono che siano loro ad averne di più”.

     

Sotto Natale  lo incontro in  un centro commerciale. Ci incrociamo nel corridoio dei detersivi, quasi faccia a faccia.  Se non mi avesse salutato lui chiamandomi per nome, non l’avrei riconosciuto. Pettinato, sbarbato, vestito “elegante” sembra un altro. Più vecchio e più debole. Più basso, anche. Forse è vero che nei boschi è felice, si trasforma. Mi presenta sua moglie, la guardo di sfuggita. Anche se mi ripeto che non ne ho motivo, provo un senso di colpa. Chissà se lei lo ha mai visto quando taglia la legna. Chissà se le interessa com’è suo marito mentre lavora. Se se lo è mai chiesto. Forse non sospetta nemmeno quanto diventi più bello quando imbraccia la motosega e la polvere di legno gli brilla tra le ciglia. Chissà se lo ama. Chissà se lui  la ama.

In primavera ricevo una sua chiamata al cellulare. Mi stupisco perché non era mai successo, lo chiamo sempre io quando ho bisogno. Non sapevo neanche che avesse il mio numero. Mi dice che a Gennaio ha avuto un incidente, si è quasi tranciato una gamba con la sega. E’ stato operato. Per un po’ non potrà più andare nei boschi. Per caso avrei qualche lavoretto per lui? Magari tagliare l’erba col decespugliatore?

Ci accordiamo per la settimana successiva. Quando arriva fatica anche ad uscire dalla macchina. La gamba è rigida e mi sembra anche gonfia.

“E’ la fasciatura” sorride. “Dicono che tornerà a posto”.

E’ evidente che prova ancora dolore. Mi chiedo se anche tagliare l’erba non sia troppo per lui.

Nonostante i miei dubbi lavora quattr’ore  senza fermarsi. Il prato intorno alla casa è finalmente ordinato, anche vicino ai vasi e ai muretti a secco. Più in là, la macchia scura del bosco con il suo fitto intrico di alberi e cespugli è ancora più evidente.

Lo raggiungo vicino alla macchina. Sta bevendo acqua da una bottiglia. Ha già ripulito e caricato nel portabagagli il decespugliatore. Si è cambiato la maglietta sudata e ha messo una camicia pulita. Facciamo i conti: la benzina più quattro ore. Quarantacinque euro. Ha la faccia stanca, tesa. Mi dispiaccio per lui. Gli chiedo quando gli toglieranno la fasciatura.

“Non è quello…” dice.

 Aspetto che continui. Mi sembra che stia cercando le parole.

“Il giorno che mi sono tagliato… lo stesso giorno…mi è morto un ragazzo davanti…”

la voce rotta

“ …aveva 19 anni, lavorava con me . Quando  il ramo si è staccato dall’albero e lo ha colpito eravamo vicini… mi è caduto sui piedi. L’hanno portato via con l’ambulanza, ma era già morto. Poi…poi mi è sfuggita la sega e mi sono tagliato…”

Gli occhi lucidi

“… me lo vedo sempre davanti …”

“Non è stata colpa tua, non potevi fare niente…” provo

“Lo so, lo so, lo so…ma come devo fare?”

Non riesce a piangere, scuote la testa come se tentasse di scacciare i pensieri.

Gliela prendo e la tengo ferma tra le mani. Finalmente piange. Poggia la testa sul mio collo, è una resa.  Sento la mia pelle che si apre per assorbire le sue lacrime da ogni poro, anche la mia è una resa. Sento che sono anni che ci conosciamo… che ci conosciamo così. Lo sapevamo dal primo momento. La sua bocca calda sull’orecchio “ Anna. Anna. Anna…” ripete il mio nome per tutte le volte che l’ha solo pensato, dice che sono l’unica di cui si fida….

“perché?”

“Perche sai stare sola e sai uccidere i serpenti”.

           

Ayuttaya, Tailandia
Ayuttaya, Tailandia

 

2 thoughts on “Il racconto del mese: Il taglio, di Francesca Ceci”

Gentile lettore, all'autore di questo articolo farà molto piacere se vorrai lasciare un commento.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: