Il Tratto dell’estensione di Adua Biagioli, recensione di Antonella Lucchini

Sciopero!, Sergej Michajlovič Ėjzenštejn, 1925

Il Tratto dell’estensione di Adua Biagioli, La vita felice Ed., 2018, recensione di Antonella Lucchini.

    

   

Relativamente alla poesia, quanto conta il titolo? Quanto ci può avvicinare o, al contrario, respingere? Il titolo della raccolta di Adua Biagioli ha, dalla sua, il fascino del plurisignificato: “tratto” come segno, come percorso, tratto come porzione di cammino; “estensione”, misura che ha un inizio e una fine, comunque un’ampiezza, estensione come ampliamento di un concetto (“e, per estensione”); in insiemistica è l’elenco di tutti gli elementi costituenti un insieme. Iniziando il percorso di lettura subito ci si rende conto di dover porre molta attenzione alle parole (ai tratti/segni), che si aprono in tutta la gamma del significato che in esse il poeta, sfruttando le sue personali associazioni mentali e la memoria delle sue esperienze, apporta: occorre sfoderare le unghie e grattare la scorza, per trovare i vari semi (significati, dunque), per afferrare l’estensione, l’ampiezza (termine molto citato nella raccolta), la portata che la parola richiede. Le poesie sembrano create al tombolo e prendono forma attraverso il passaggio dentro e fuori dei vari fuselli: il fusello dei colori (è variopinta e potente, nel suo simbolismo, la palette che si trova spalmata tra i versi); il fusello dell’elemento acqueo (lacrime, torrente, acqua), quello della natura, (sempre presente e sempre sottofondo); il fusello del movimento (sostantivi e verbi che indicano uno spostamento, un cambio di posizione). Per dire cosa? Che “la poesia/faticosamente mi riassesta, mi concepisce/mi riperdona”, che la poesia accorre in soccorso quando un rapporto tra due cuori finisce, quando una parte ostenta indifferenza e l’altra è invece attenta osservatrice, quando è faticoso trascinarsi in sentimento stanco e rattoppato. E allora

L’ultima penna ha un flusso indefinito
un sentire pesante la levità delle stelle,
c’è sempre un vortice che fa morire dentro:
cicatrice scivola via la scrittura
ricominciare ha il sottile sapore del ritrovare senso.

*

Dagli scomposti sensi della nuvola
prende forma l’astratto ricomporsi, ariette nuove
resta il volto frastagliato dell’amore
oltre il sasso nero,
secolare aggrumo di un evento fermentato.
Ripartirò da qui, dall’incendio dei colori
luoghi incerti della brezza.

*

Ci vogliamo esatti
se siamo un connubio di ortiche
sfiorati negli angoli e punti
consapevoli del tedio
sulle mani nessuno ci coglie più.
Non siamo i fiori del gelsomino garbato
allungati per necessità ci rinnova l’acqua battesimale
eppure
siamo riflessi felici delle felci,
così fa il tempo con le nostre mancanze
offre ancora motivi per farci riconoscere.

*

Cosa ne faranno le lune
di questo cuore in disuso dimmi,
dei tuoi occhi di foresta che il tempo mi concesse
colpe divise a schiera quasi fossero
biglie per gioco, ferite inferte, veleno per piante.
Ho chiesto alla rosa il senso del fragile,
il precoce spezzarsi della ghianda:
il silenzio trova sempre un posto per inserirsi,
scava sempre il niente e il tutto per estensione.

*

I torrenti misurano i millenni, passi
fanno somma,
il tempo si accosta fedele alla puntualità delle cose,
prima del ricercarsi il cielo torna chiaro
ha fatto i conti con le intemperie
ha determinato le sottrazioni
per questo le follie tornano sempre in numero pari.

*

In certe ore consumiamo ascensioni di tramonti
sulla terra bisognosa degli abeti, un odore alto:
mi mostravi le parole tenendo un maggiolino fra le mani
e ora ti accolgo così,
rattoppato al meglio
hai suoni strani
la voce è sabbia e nebbia
si dipana e fruscia, si allunga nella notte.

*

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in apertura, Sciopero!, Sergej Michajlovič Ėjzenštejn, 1925

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