Il treno della sera, poesie di Francesco Sassetto

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Il treno della sera, poesie di Francesco Sassetto.

     

    

Vi proponiamo versi selezionati per noi dall’autore da Background, Milano, Dot.com Press-Le Voci della Luna, 2012 e da Ad un casello impreciso, Padova, Valentina Editrice, 2010:

    

Regalo di Natale

Il picchetto dei licenziati di Trenitalia sta da un mese
davanti alla Stazione, i trentanove esuberi
Venezia TreniNotte hanno tirato su una baracca
di legni e teloni
               uno striscione si aggrappa ai lampioni
sbatte ai colpi della bora

A NATALE SIAMO TUTTI MORTI

Ottocentottanta licenziati in tutta Italia, senza
contrattazione, senza mediazione
                                         numeri da cancellare.

Le bandiere con le sigle sindacali pendono
flosce nell’aria gelata di gennaio
con i pupazzi degli impiccati
                                             giù dai fanali.

Due poliziotti passano ogni tanto, un’occhiata
ai documenti
                         è tutto regolare.

I bivaccanti fanno i turni a gruppi, passano la notte
nei sacchi a pelo, cantano bella ciao in coro
e mangiano panini, danno volantini ai passanti
che corrono ai binari, qualcuno firma una petizione
i più guardano distrattamente

e non mettono il nome.

Bruno da trent’anni portava i treni della notte da qua
fino a Parigi, binari in subappalto a una società francese
modernità e innovazione
                                           adesso ne ha cinquantanove
è lui adesso nella notte
                                           senza destinazione.

Ancora non ci crede, ripete quel biglietto arrivato
per Natale, due righe d’orrore, esubero
di personale, ristrutturazione, licenziamento.

Credeva di aver capito male, lui da trent’anni
di vedetta su quel locomotore lanciato nella notte
a tenere la rotta, nelle sue mani antiche
le vite di sedici carrozze.

L’ha letto a tutti cento volte quel biglietto
spiegazzato
                   quella parola di disperazione
dentro agli occhi
                                   i suoi occhi adesso
dentro il vuoto.

I turisti passano davanti, guardano e sorridono,
è Venezia
                 e scattano le foto.

      

da Background, Milano, Dot.com Press-Le Voci della Luna, 2012

***

Katia

La trovo ogni giorno alla stazione del treno
per Mestre, il mio stesso binario, al solito orario
a guardare nel vuoto se arriva o porta ritardo.

Una sera di pioggia battente, io e lei soli e
il binario bagnato, l’acqua che cade nel vuoto,
la striscia gialla da non superare.

Mi sorride, mi chiede se ho da fumare
e sorride di nuovo. Viene dal Venezuela,
è qua da vent’anni, infermiera all’Ospedale
di Mestre. Gli occhi accesi sulla pelle d’ambra
hanno lampi di luce
nella pioggia della stazione deserta.

Un figlio da tirar su da sola e non bastano
mille euro al mese a pagare le spese,
affitto e bollette, qua è tutto caro,
il suo stipendio non basta davvero.

Si avvicina e mi dice piano che fa l’amore
a denaro in una casa di Mestre, ogni tanto,
per arrotondare, perché sennò non si arriva
alla fine del mese, solo qualche cliente
da incastrare tra i turni del lavoro.

Mi guarda e sorride di nuovo, anche a lei piace
fare l’amore, non lo fa con tutti, e i soldi li chiede
alla fine come un regalo, non sta a contrattare,
a contare i minuti, fare l’amore piace anche a lei
veramente.

Si avvicina nella pioggia che cresce, il treno lontano,
dice che qui è pieno di gente cattiva, bigotti sposati
sgarbati e arroganti, vanno spesso da lei, poi
scappano a casa, le buttano i soldi sul letto
ridendo e dicendo ‘puttana’, lei ci sta male

nella foschia appare la luce biancastra del locomotore.

Katia si chiama, nome vero o per professione chissà,
lei adesso è qua col suo bambino, Katia che fa l’infermiera,
che fa l’amore a denaro con chi le va.

A Mestre, coi turni.
Di necessità.

      

da Background, Milano, Dot.com Press-Le Voci della Luna, 2012

***

Giorno d’incidente

Alla stazione è giorno d’incidente, il treno oggi
non parte, sacco inerte gravido di gente
da tirare sulla ruota quotidiana del dovere.

Il treno è fermo e l’orologio batte già mezz’ora
di ritardo.
                               Fumano le croste di ghiaccio
dei binari in vampe di ruggine e di nebbia.

Si attende
                     gli occhi perduti alla rotaia che s’ingrigia
nel solito vuoto sempre più lontano.

Si dice che al di là dell’ultimo casello
uno sui cinquanta si è steso sui binari.
Ha aspettato che passasse un treno.

                  E siamo con un’ora e mezza di ritardo,
tutto tempo che si dovrà recuperare.
Dicono che di là è arrivato il magistrato,
che fanno le foto e i rilievi.
                                                          Di qua
si attende che tolgano il morto dai binari,
si chiama e si richiama ai cellulari, si chiacchiera,
si fuma volentieri.
                                      Uno con la faccia scura dice
che gli è capitato anche due settimane prima.

Colpi di tosse ancora, qualche bestemmia che si perde
nel frastuono degli altoparlanti, tra i fischietti
dei capistazione.
                                Due ore e un quarto, una voce stride
e dalla pensilina s’alza a ringraziare qualche santo
un coro sordo di grugniti, si gettano le cicche, si sale
nell’umido vagone che sa di vecchio e di sudore.

                    E il treno comincia ansante a schricchiolare,
le smorfie contratte si ridanno all’opaca faccia quotidiana.

Andiamo avanti noi, gente normale.

     

da Ad un casello impreciso, Padova, Valentina Editrice, 2010

***

Il treno della sera

La fredda linea del crepuscolo
è come il ricordo di un male vicino
       e il segno certo che noi siamo dentro
a un cerchio non aperto.

Aleksandr Blok

     

Il treno della sera è quello del ritorno,
chiusa la giostra del dovere,
finiti gli amici,
pagato un altro giorno.

È quello con i giornali spiegazzati, polvere
e stanchezza sui sedili, odore di ferro
e di sudore, quello con tanti posti
vuoti che ti siedi a caso,
nel silenzio degli occhi semichiusi.

È il treno della notte, quello che fa male,
che tutto allontana, sgretola i ricordi,
macina stazioni, spegne nel vuoto i sorrisi
avuti e regalati, il treno senza tempo, senza ragione,
che corre nel buio cieco
di qualche sua destinazione.

È la notte che attraversi senza più pensare,
la notte che sale in gola, che stai solo
a guardare dal finestrino, gli occhi smarriti fissi
a un nero d’ombre, a luci lontane
che fuggono veloci,
la notte così vicina e così distante, cosi enorme
da ingoiarsi tutto,
senza rumore, senza più voci,
senza quasi dolore

la notte dentro e fuori che non senti neppure
battere il cuore.

       

da Ad un casello impreciso, Padova, Valentina Editrice, 2010

                             

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