Il vecchio che non poteva morire racconto di Narda Fattori

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Il vecchio che non poteva morire.

Racconto di Narda Fattori.

L’alba si affacciò per l’ennesima volta ai vetri della sua camera da letto, ricoperti da una patina di polvere. Ormai anche in pieno luglio, quando i primi raggi si bucano come spini, non riuscivano a penetrare la fitta patina grigiastra che vestiva i vetri e contrastava con l’ordine maniacale della stanza: i pantaloni ben appoggiati alla sedia, sopra di essi la camicia, quindi la giacca e sulla seduta, la cintura, i calzini e sotto le scarpe. L’armadio era piccolo, forse ancora degli anni cinquanta quando gli abiti erano pochi, quelli strettamente necessari a ricoprirsi nelle due stagioni, quella estiva e quella invernale. Le altre stagioni si trascorrevano con una maglia in più, una in meno.
Il letto era ancora solido, a due piazze, di noce scuro, con un’alta testata ornata da una cornicetta intagliata; troneggiava nella grande stanza con la sua mole e i comodini al suo fianco sembravano due servitori, pronti sempre a soddisfare i suoi desideri.
Su un comodino era appoggiata una bottiglia d’acqua e un bicchiere, uno solo, sull’altro una grande cornice reggeva la foto di una bella signora, florida e bruna, sorridente, con lo sguardo diritto, elegante in un abito accollato, scuro , con un filo di perle che illuminavano il volto e l’abito stesso.
Il vecchio si girò verso la cornice e sospirò.
  
“ Erano bei tempi quelli: io e te a lavorare e tu eri bella ed io ero sempre contento, la sera insieme, sul tavolo della cucina contavamo l’incasso, ricordi? Questo per le spese e queste per i figli, il futuro, quando saremo vecchi,…così dicevi, ma tu vecchia non sei diventata e i figli non sono venuti . Pazienza, dicevi, dovremo risparmiare perché qualcuno si occupi di noi. Solo io invecchio e sono invecchiati anche i soldi messi via giorno dopo giorno, rinunciando ad una bistecca, ad un paio di calze, ad un panettone, ad un gioiello. Anche la collana che indossi è falsa: perle coltivate, ma facevano lo stesso una bella figura… Adesso non ho alcuna fretta di alzarmi, con le gambe che mi reggono a malapena e la schiena incurvata per tutti quegli inchini ai clienti, quel sollevare, spostare, svuotare casse di alimenti, di detersivi, di frutta, e i pacchi dei giornali. Mai una tregua, mai un po’ di riposo. E anche tu hai fatto la tua parte finché non è arrivata a presentarti il conto quella signora in nero, quella che non si presenta e arraffa tutto, ladra e assassina.
Non preoccuparti di me , dicevi, va ad aprire il negozio, lasciami una bottiglia d’acqua, un po’ di pane  e di formaggio, me la cavo da sola.. E invece non te la sei cavata. La signora è entrata senza bussare e ha arraffato tutta la tua vita e metà della mia.
E’ stata dura ma ho cercato di continuare come avresti voluto che facessi. Ogni giorno sveglia alle cinque, un caffè d’orzo e una fetta di pane, poi via a sollevare la serranda che arrivavano i giornali e portavano il pane e si fermava il verduraio per vendermi la frutta e la verdura che mi servivano, poi entravano le tre vecchiette che tornavano dalla prima messa, i bambini che andavano a scuola,.. ma che te lo dico a fare, lo sai benissimo : non è cambiato niente in questi ultimi venti anni; sono morte la Mariuccia e l’Elvira ma sono nati tre bambini, alla fine i conti sono sempre quelli.  Però il negozio ha sempre lavorato. Non ce n’erano altri e alla sera mi prendevo un’oretta per sistemare i conti.
Mai un controllo, mai una lamentela. Mai pagata una tassa. E i soldi per la vecchiaia si accumulavano ; ho dovuto sollevare altre due mattonelle del pavimento della cucina per farceli stare tutti i risparmi. Non è andata  male. Tu non puoi saperlo, ma dieci anni fa hanno cambiato la moneta: dalla lira all’euro, che valeva quasi duemila lire.
E tante monetine, pensa siamo tornati ai centesimi come un tempo, quando si era giovani.
Poi tutti dicono che viviamo nell’era del progresso.
Nei primi tempi ero un po’ confuso ma ho fatto presto a capire il meccanismo e in poco tempo ho messo via molti euro.
La mia vecchiaia era al sicuro. Ma l’euro non mi piace. Non ha odori proprio come una cosa nuova. E tutto adesso costa tanto, un patrimonio. Io ho cominciato a sentire un’oppressione al petto, una stanchezza nelle gambe, nelle braccia e non avevo più voglia di sorridere alla gente, di fare tante fatiche, ogni mattina, prima dell’alba. Il negozio è sempre stato ordinato e pulito come quando c’eri tu e ho sempre fatto tutto io.
Forse ero diventato vecchio.
Sono andato da un dottore, mi ha detto che avevo il cuore stanco , che non batteva più tanto bene , che mi dovevo mettere uno stimolatore, un pace-maker. Ho chiesto quanto costava e mi ha risposto “ nulla”. Così mi sono fatto ricoverare e con questa piastra che sento nel petto in alto, non posso più morire, ma neppure faticare.
Così cinque anni fa ho venduto il negozio a Serena dei Guelfi, non te la ricorderai, era ancora una bambina. Ma ho venduto al momento giusto. Adesso c’è la disoccupazione, di soldi in giro ce ne sono pochi e quindi si vende poco e a volte a credito. Pensando di sopravvivere meglio, sono tornati i figli andati a cercare lavoro nelle città, sono incattiviti, sempre senza un soldo e quei pochi che hanno li giocano a cercare la fortuna invece di rimboccarsi le maniche e dissodare qualche terreno incolto per ricavarne un orto, un frutteto, una vigna.
Sono figli di contadini che odiano la terra. Sono dei bestemmiatori e sperperano il poco per il nulla. No, noi non abbiamo fatto così.
Questa mattina ti parlo tanto perché mi è successa una gran brutta cosa: mi hanno arrestato, i poliziotti mi hanno messo le manette, mi hanno portato in caserma, dicevano che ero un rapinatore. Ma che brutta esperienza. Non ne sono morto, vuol proprio dire che la signora in nero non mi vuole.
Mi pare di avertelo detto che le nostre lire , tutti i nostri faticati risparmi, se non le avessi portate alla Banca d’Italia a Genova, sarebbero diventati pezzi di carta colorata. Dovevo lasciare queste colline, il paese, la gente che mi conosce da sempre e andare nella grande città per farmi cambiare quei milioni di lire in euro.
Ma questi sono tempi infidi, i delinquenti sanno sempre tutto e se la prendono soprattutto con le donne e con i vecchi.
La paura, Terè, la paura..
Ti ho già raccontato che sono andato a Miarè, il paese di là della valle, a cercare un tipaccio che mi aveva detto che si occupava di cose poco oneste.
Non volevo che pensasse che io avevo molti soldi, però gli ho detto che mi serviva una pistola, non mi sentivo più sicuro, ero vecchio e vivevo solo e tutti i vecchio sono bersaglio dei gesti delinquenziali dei giovani, ma io non volevo farmi fregare senza difendermi. Insomma l’ho così ben intortato che mi ha procurato sul momento una pistola scambiandola con mille euro. Non so se mi ha fregato o meno.
Però io , mi sentivo più sicuro andare a Genova con quella in tasca e una valigetta di milioni di lire. Ti giuro che mi sarei difeso. Mi ero fatto mettere 3 colpi in canna.
Beh, Terè, c’è chi nasce delinquente e chi no.
Non ti dico lo spavento. Poi tutti quei poliziotti con il mitra in mano e tutti che urlavano fermati o sparo, in ginocchio a terra, sdraiati…Il mio pace maker ha fatto un miracolo quel giorno. Dopo tre ore di viaggio ero giunto a Genova e avevo preso il tram per il centro. Nessuno mi ha avvicinato, nessuno mi ha guardato, anzi mi pare proprio che la gente che vive in città non guardi nessuno. Sai, avevo scelto Genova e non Alessandria o a Vercelli, perché in quelle città avrei potuto incontrare qualcuno che mi conosceva.
Sto perdendo il filo del racconto. La Banca d’Italia è situata in un bellissimo palazzo, le porte sono aperte, non c’è nessun controllo ma dentro è pieno di poliziotti, tanti poliziotti. Armati e ti guardano.
Mi sono avvicinato allo sportello e nel sollevare la borsa verso il cassiere la pistola è scivolata fuori dalle tasche ed è finita a terra.
Ti ho già detto quello che è successo lì per lì. E dopo in caserma, e l’interrogatorio e la vergogna perché i poliziotti hanno voluto accompagnarmi a casa e hanno frugato ovunque. Come fossi il peggiore dei delinquenti. Hanno trovato anche i restanti risparmi in euro. Però alla fine  mi hanno chiesto scusa e mi hanno permesso di cambiare le lire anche se il giorno di scadenza era trascorso.
E adesso Teresa mia sono stanco, vorrei che venisse la signora in nero e mi desse il bacio definitivo, freddo non tiepido come erano i tuoi baci.
Ma non viene, non viene.
E si è fatto giorno di nuovo e ho voglia di bruciare tutti quei soldi, sono come grosse catene che m’imprigionano su questa terra . Ho voglia di accucciarmi qui e di non alzarmi più, ma so che non lo farò, mi alzerò invece, mi scalderò una tazza di latte, rifarò il letto, mi vestirò e andrò a comprare il pane. Nel nostro negozio, pensa Teresina mia. Ma che vita è mai questa? “
  
Con un gesto stanco scostò le coperte, e afferrò gli indumenti per portarli in bagno. Si sentì il rumore dello sciacquone ora, – va bene,- le sussurrò, – va tutto bene.

banksyreaper piccola

 

3 thoughts on “Il vecchio che non poteva morire racconto di Narda Fattori”

  1. narda non ti conoscevo in veste di prosatrice, ma vedo che quando c’è il talento si manifesta in ogni caso.
    complimenti

  2. Troppo buono Luigi. E’ ispirato ad un fatto di cronaca e tengo un corso di scrittura . Poche allieve un paio brave. In prosa mi limito a racconti, qualcuno più lungo. Niente romanza , non ho abbastanza fiato. Buona serata.

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