“In questo breve corso senza fine”, intervista all’autore Marco Righetti

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“In questo breve corso senza fine”, intervista all’autore Marco Righetti, a cura di Paolo Polvani.

    

    

E’ del 2015 l’uscita del libro di poesie “In questo breve corso senza fine” di Marco Righetti con Puntoacapo editrice. Abbiamo proposto alcune domande all’autore.

    

Dietro la scelta di un titolo si cela sempre una motivazione che abbraccia non solo quella raccolta ma anche una parte cospicua della vita. Da dove nasce questo titolo e in che modo si ricollega a Il seguito mancante?

Anche il titolo di questa nuova silloge mi è venuto in mente alla fine del viaggio (ogni raccolta poetica è un itinerario che ha un lato noto, l’essere noi a percorrerlo, e uno sconosciuto, dove ci porterà). Se consideri il significato di entrambi i titoli noterai che è ancora una volta il tempo a drenare il quotidiano e a mettere in evidenza una lettura diversa di quello che è stato, di quel che siamo, di quel che è la vita. ‘Ditelo voi se la poesia non è solo in ciò che fu e in ciò che sarà, in ciò che è morto e in ciò che è sogno’ scriveva Pascoli. Il tempo, pur sfuggendoci e non appartenendoci nemmeno per un istante (sic), è il più discreto e fedele alleato che possiamo avere per un’analisi dei nostri stessi luoghi, anche perché in poesia visitare se stessi significa inscindibilmente visitare gli altri e viceversa (ciò che resta, direbbe Heidegger). Quante volte nella giornata ci capita di fermarci a riconsiderare cose che, non avendo tempo libero, abbiamo tralasciato? Forse mai, e così impediamo loro di attecchire all’io, di cambiarci, di renderci migliori, le confiniamo nella piccola morte spirituale che ci accompagna nel quotidiano.
Fare poesia allora può essere un atto di coraggio, significa recuperare il perduto: ed ecco nascere gli ‘oggetti smarriti’ (e ritrovati) dalla Szymborska, o, in campo narrativo, i racconti assoluti de I sillabari di Parise. Solo che in poesia lo scatto in avanti, la scoperta, la fulminazione dell’esistente è tutt’uno con la coscienza che quella esposizione in versi, a cui ci stiamo avvicinando con timore e tremore, ha una sua irrevocabilità, un suo humus privilegiato, sue regole, anche in ordine all’uso del tempo. Voglio dire che il tempo in poesia è categoria universale e pericolosa, perché potrebbe scoprire troppo l’autore (i rischi del biografismo) e non creare più lo spazio fecondo per la prosodia, per la germinazione dei significati e dei suoni. Quest’ultima raccolta nasce dove finisce Il seguito mancante, ma presenta anch’essa – come in ogni poesia – un suo seguito mancante, un suo territorio tutto da scrivere. In fondo sia Il seguito mancante sia In questo breve corso senza fine sono due titoli che potremmo dare alla stessa sostanza poetica, così debitrice al tempo che la attraversa e così creditrice di un tempo tutto suo. Il nostro esistere è storia breve, ma è senza fine ogni istante autentico di questa storia, per la molteplicità dei significati, dei riverberi, delle luci e delle ombre, delle immagini che lascia di sé.
Ecco, la poesia ci permette di inserire, chirurgicamente vorrei dire, frazioni, segmenti della nostra verità nell’esperienza del vissuto, in modo da rigenerarlo, renderlo fertile, ricco di nuove possibilità prima neppure pensate. Quando scrivo ‘Abbiamo traversato i cortili /del meridione, baie d’assenzio/ e mirto, lune d’arance /nelle mani, reti d’ulivi/a pescare l’azzurro’ opero una dilatazione dell’esperienza di turista che visita un paese e sento e scrivo quello che accade nelle regioni dove si è formato il mio essere di fronte alla realtà. Attraverso la poesia realizziamo quello che diceva la Cvetaeva: ‘qualcosa dentro di noi vuole disperatamente essere’. Questo qualcosa non è il nostro io abituale, cosciente ma quello di cui solo in poesia emerge traccia, l’io incosciente che fatica ad essere, a trovare la strada della consapevolezza: la poesia è la porta che permette all’io di raggiungere la coscienza. Zanzotto disse che in poesia ‘l’inconscio si produce continuamente, travolgendo consapevolezza e veglia, ma attivando insieme un specie di iperveglia spostata in avanti’. È solo un annebbiamento perpetuo quello che ci fa credere di conoscerci, di aver compreso come siamo. L’io vero è altrove. In fondo l’ossimoro che dà titolo a questa mia raccolta ha spiegazioni analoghe a quelle della celeberrima strofa di Ungaretti ‘Di questa poesia/ mi resta/quel nulla/d’inesauribile segreto’: la penna del poeta trattiene poco di un segreto, di un io profondo che resta inesauribile. Allo stesso modo è senza fine il frutto dell’incontro fra il tempo vissuto e quello ascoltato nell’iperveglia della psiche, appunto. Fortini mette radicalmente in rapporto il tempo con la Storia: ‘tutto muta e tutto è ancora possibile” per cui il tempo contiene in sé frammenti di passato e di futuro, in una sincronicità produttiva di movimento, nella ‘contemporaneità di tutti i viventi’. E la Szymborska aggiunge: ‘nel linguaggio della poesia, in cui ogni parola ha un peso, non c’è più nulla di ordinario e normale… nessun giorno e nessuna notte che lo segue. E soprattutto nessuna esistenza di nessuno in questo mondo.’ Come se il tempo non appartenesse al discorso poetico.

     

Il tema di Versante ripido di questo mese è La tirannia della lingua, il linguaggio poetico. Leggendo i tuoi versi si avverte il desiderio di restare dentro il solco della poesia alta del novecento e la tensione verso un linguaggio nuovo, che se ne distacchi e tuttavia continui a volare alto.
è bosco il nostro andare

va in giro a raccogliere
immagini da pronunciare
Chi sono gli autori del ‘900 nei confronti dei quali ti senti debitore?

Non direi uno in particolare. Soprattutto la lettura della poesia femminile (Spaziani, Guidacci, Rosselli, Romagnoli, Pozzi, Szymborska, Pizarnik, Bemporad, Campo, Sexton, Plath, Moore, Nadia Campana, Maria Victoria Atencia, Francisca Aguirre, citando così, come fosfeni che illuminano la zona poetica) mi ha dato quel desiderio di ‘apertura del reale’, di conoscenza delle zone inesplorate dalla parola quotidiana e, paradossalmente, solo dalla parola portate all’esistenza.

     

La ricerca della perfezione formale rimanda a un’intrinseca ricerca di perfezionamento etico. Esiste questa correlazione?

Pur richiamandosi sono concetti diversi, il rigore in poesia ha in se stesso la sua disciplina, ma accade spesso che, quando a spingere siano lo scrupolo etico, la norma di comportamento individuale, il fine insito in ogni azione e dunque anche in quella poetica, possa derivarne una poesia che faccia del messaggio, del contenuto etico la propria misura.
Tornando a Fortini, sappiamo che per lui la radicalità dell’impegno come intellettuale era tutt’uno con la tensione della sua poesia: ‘voler poesia o letteratura è alludere […] ad una diversa possibile decodificazione del reale e del linguaggio’ diceva.
Personalmente cerco di tenere separate le due sfere. Se consideri la mia ‘Io, Paola, ragazza disabile’, lirica che fa riferimento alla sfera del dolore, noterai che è tutta costruita da Paola stessa, senza porsi altri obiettivi che esistere come poesia, come dichiarazione sul proprio ex-sistere, venir fuori da un mondo altro, che è in questo caso l’interiorità della ragazza.
Lo stesso Pasolini, quello postumo di Poeta delle Ceneri, dice: ‘Avrò sempre il rimpianto di quella poesia che è azione essa stessa nel suo  distacco dalle cose, nella sua musica, che non esprime nulla se non la propria avida e sublime passione per se stessa’.
Per tornare al perfezionismo formale, prendiamo proprio la citata Giovanna Bemporad, per la quale la perfezione della traduzione dell’Odissea fu l’opera (incompiuta) della sua vita. In lei la correlazione fra la sfera etica e quella formale fu intensa, eppure la sua poesia supera il rigore di qualunque norma, diventando poesia pura, scevra di messaggi e colma di bellezza. Anzi con lei accade qualcosa di ulteriore: che la perfezione ritmica, incandescente dei suoi versi rende impossibile la loro analisi come semplice (per quanto sublime) opera di traduzione, e li impone invece come opera letteraria a sé stante, di valore assoluto.

      

Montale parlò di disarmonia, tu scrivi: meglio prendere atto / di una congenita inadeguatezza…
E’ da individuare qui la sorgente della tua poesia? forse della poesia in generale?

Quei miei versi sono una resa all’esistente, a ciò che mi supera, e dunque sono anche un’ammissione dei miei limiti nei confronti della poesia, del mondo di relazioni intime da cui nasce e che le danno vita. Come a dire che so ben poco di quello che precede, del Tempo che precede, per dirla con Piersanti. Forse la poesia stessa è il miglior ‘seguito’ alla domanda ‘Perché scrivo poesia, da dove nasce?’ di cui però non fornisce la risposta diretta.
Scrivo poesia quando mi arrendo all’altro io che preme, all’altro che dimora nel profondo. Ma è una scrittura che vive di continua rincorsa verso quello che è perduto. Per me poesia è anche questo, il recupero di momenti e fatti ed esistenze avute e non ancora passate nella coscienza, e tuttavia troppo importanti per restare nel limbo dell’immanenza. Dopo aver composto una poesia, cioè dopo aver camminato a piedi nudi sul tappeto della vita, ho sempre timore di non aver fermato quello che urgeva, di non averlo colto compiutamente, o di aver male interpretato il disegno d’insieme. Ho paura che le mie biografie, reali e non vissute, non reggano all’impatto della verità. Ma alla fine ‘l’eloquenza della poesia non si misura  con l’intreccio delle parole, quanto con il silenzio che c’è tra di esse’ dice Ana Blandiana. La poesia è la miglior germinazione del silenzio. Ed è d’altro canto la miglior via per rovesciare i luoghi comuni: il segreto per accedere all’eternità è solo quello di vivere integralmente la propria mortalità, dirà proprio Marianne Moore.

     

Ora la tua vita ha orizzonti maggiori dei miei,
vivo sotto fazzoletti di sole
e siepi di stelle
ma la tua assenza non ha notti
né albe, è un seme fedele
che attecchisce tra questi muri

Che peso specifico ha la perdita all’interno di questo libro?

Ne è voce portante, e qui mi riferisco non solo a lutti familiari ma, più generalmente, al lutto insito nella nostra stessa esistenza. È troppo facile, superficiale concludere che poesia sia una rielaborazione del lutto; il discorso è più sottile e si rovescia. Poesia è anche la disposizione coraggiosa (il coraggio, ancora) a scovare e subire verità da una perdita irreparabile, ma resta sempre distinta da quest’ultima. Nessuna poesia attenua il dolore, anzi è sutura e taglio allo stesso tempo: regala luce ma incide ancor più profondamente. E questo perché per ‘vedere’ in poesia abbiamo bisogno di ‘sentire’ le cose, di toccarle, anche a costo di ferirci. Prendiamo la poesia di Liliana Zinetti, fra i più nitidi esempi, oggi, di poesia come perdita e recupero, incisione nel tessuto vitale e medicamento, liberazione di luce e sconfinamento in zona buia, pre-visione.

     

I campanili sono rampe immobili
di fronte all’altezza del blu…
La missione della poesia è spargere bellezza? rendere il mondo più ricco e meritevole di essere attraversato? restituire frammenti di gioia all’esistenza?

L’uomo coglie il bello-senza-scopo del creato, ma quando tenta di produrre bellezza resta confinato a un ambito soggettivo, al piacere provato, dice Derrida. Il problema è che la bellezza non ha più un suo nome, non è più riconoscibile, forse non interessa più. ‘Il bello è difficile’ scriveva Marangoni quasi un secolo fa, ed è forse anche per questo che non ci lasciamo più affascinare dal bello, ma solo dall’utile, o, peggio, dall’effimero. Oggi si sente parlare solo di bellezza in senso esteriore, non più come valore fondante, tensione ideale di un’opera. Non si parla di un ‘bel’ libro ma di un libro che ha venduto. Lo stesso vale forse per la gioia. Si sente mai qualcuno che dica: ‘vorrei avere una gioia’? ti dicono invece: ‘vorrei vivere in pace e avere soldi, non lavorare’, e così via. E’ sconsolante riflettere sull’appiattimento della dimensione spirituale dell’uomo contemporaneo. Ecco, è qui che metterei la forza generatrice della poesia: prima di parlare della poesia come fonte di bellezza (come poteva essere la lirica di un Quasimodo o di un Ungaretti) cerco la poesia creatrice di senso, stimolo al viaggio verso noi stessi, verso la ‘verità che sfugge’.
I nostri anni, tempestati come mai prima da fatti concreti, notizie, flash, bagliori di video terribili, abominazioni tremende, sono tuttavia anni senza una loro verità. ‘L’eccesso di presente’ è il nostro male maggiore, viviamo come immersi in un perenne mattino dove l’epilogo di un evento drammatico è talvolta senza inizio, perché abbiamo perso la cognizione del tempo. Sapere in ogni istante che ora sia che tempo faccia che cosa accada nel mondo ci fa perdere la nostra verità: siamo perpetuamente dentro le presunte verità altrui. La poesia ci permette il riallineamento con la nostra verità, da cui non possiamo scostarci, pena il rimanere in un conflitto insanabile, o il perdere la propria identità, come accade a Lucio-asino nell’ Asino d’oro di Apuleio, che alla fine chiede disperato alla luna ‘rendimi al Lucio che sono’.
Poesia come annientamento delle maschere che ci imponiamo pur di essere à la page, e quindi poesia come recupero della dimensione autentica dell’io nascosto, conculcato.
Ho parlato in pubblico di poesia come ‘risarcimento’, non inteso come consolazione, ma come possibilità di rilettura del vissuto, dell’esistente.
Poesia come misura altra ed alta offertaci per ritrovare quel lato oscuro che pur ci appartiene. Noi vogliamo sempre e solo la chiarezza, la semplicità, il piacere. Se partissimo dalla convinzione che il negativo è ciò che dà valore al positivo, che anche il dolore e la morte fanno parte di questa vita terrena e contribuiscono a darle sostanza e orientamento, allora forse potremmo porci nei confronti della poesia in modo più costruttivo.
Non ci sarà mai sufficiente attenzione alla poesia finché l’atteggiamento verso la vita sarà teso alla semplificazione, all’eliminazione dei problemi in ogni circostanza. Pretendere di ridurre la complessità del reale richiede uno spreco inutile di energie, meglio adattarsi alle nuove misure, tecnologiche e mediatiche, che ha la vita oggi e accettarne il rischio, tentando di liberare spazio alla pacificazione con l’esistente, con l’ordinario.
È in questo processo che si pone l’attesa di poesia che ha ognuno di noi, quello stupore che ci nasce quando ascoltiamo versi insospettabili e vogliamo saperne l’autore. Più che di spargere bellezza parlerei di riaprire i nostri ricettori di vita, la poesia può ‘spargere lo spazio interiore’ per restituirci all’ascolto di qualcosa che ci appartiene e che ci previene.

                             

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