In ricordo di Martin Essex, poesie di Paolo Zanardi

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In ricordo di Martin Essex, poesie di Paolo Zanardi.

    

    

135616_178088078897794_1502687_oPaolo Zanardi è nato nel 1964 a Parma, dove vive e lavora.
Per errore, la vita lo ha portato ad avere a che fare con l’industria meccanica, che gli fornisce i necessari mezzi di sussistenza. Scrive e fotografa per passione e – sostiene lui – necessità. L’attività letteraria è uno dei mezzi che gli permettono di tenere in equilibrio la propria esistenza. Sue poesie hanno ricevuto svariati riconoscimenti e sono apparse in raccolte e riviste. Ha pubblicato Estuario (ed. Ripostes, Salerno, 1998) e Calliope minore (ed. Rupe Mutevole, Bedonia-PR, 2013). Dice di sé anche che se fosse più costante e si applicasse come dovrebbe, scriverebbe meglio di quanto faccia.

   

         

*

in ricordo di Martin Essex,
collega e amico.

Non come tanti altri
meno educati: tu
hai avvisato.
Il messaggero che hai mandato
è giunto in tempo, con sottobraccio il tuo
sberleffo sàtiro, mal confezionato
come si conviene.
Lo sapevi già
d’essere in partenza. Ti vedo sul binario
con la valigia, la cravatta
delle grandissime occasioni.
Anche gli elefanti
se ne vanno soli a spegnersi
nel luogo designato.
Me l’hai voluto dire e per fortuna
l’ho capito solo oggi
ad ufficialità consolidata. Prima
non ti avrei creduto
ci avremmo riso sopra, sguaiatamente
nel misticismo di una birra
scardinando architetture intere
ed emozioni inoccultabili.

Chissà qual è l’orario
che impone ai bar l’autorità celeste
nel luogo in cui ora sei.

*    

incalcolabili città

In incalcolabili città
ho misurato i miei passi.
Di tante ho percorso
la rotondità delle sillabe
i loro nomi
i loro corpi di donna.
Ostenda per esempio.
Senti come gonfia le vele
il vento del suo nome
e come porta l’avventuroso
odore del tabacco.
O Coimbra
la sua eco perpetua sui ciottoli,
un brivido di corde di chitarra.
Un giorno di nuvole gravi racconterò
di quando giunsi in tappeto volante
in vista delle mura
di Samarcanda.

*

lettera dagli USA

La soglia dell’Atlantico inciampa
in una piega della carta, l’occhio
si approssima alla foglia d’acero
dei Grandi Laghi.
Una matita ha tracciato
l’ancheggiare di un solco.
Eccolo, il Mississippi.
Mi affaccio alle tante faglie brune
di questa porzione di mondo
ritagliata, piatta sulla parete
in un oltraggio a Galileo.
Mi trovo in un ufficio colmo
di un immenso nulla
e penso. Cosa sarà
di noi, del mio seme
e del suo prodigio che si rivela in te.
La vita osservata da questo
lato del mondo sussurra
che mi mancano poche piccole cose
per sentirmi a mio agio
oltre al percepire che ancora
sono in grado di proteggerti:
l’incantesimo
del camminare lungo il sabato mattina
con l’inchiostro del giornale sulle dita,
il fremito dell’autobus
impaziente sotto casa,
il treno regionale che inventa una stazione
a ogni abbaiare di cane.

*

un appunto

Prendo un po’ di appunti
per la prossima vita.
Per prima cosa il tango.
Con chi dico io, naturalmente.
Ballarlo mentre le sirene stridono
per l’incipiente acqua alta
in un gotico autunno veneziano.
Con tanto di frac
e oscura maestrìa nel nodo
del papillon. E i tacchi
a spillo che picchiano
precisi come dita sui tasti
di sconfinati clavicembali barocchi.
Questa, dicevo, è la mia prima
volontà che annoto, altre
seguiranno. Spero non abbiano
ragione gli astrofisici
quando annunciano
che la morte non esiste.

*

        

PAESA_MG_9782
opera di Maurizio Caruso

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