In tagli ripidi (nel corpo che abitiamo in punta) di Alessandro Brusa, nota di lettura di Enea Roversi

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In tagli ripidi (nel corpo che abitiamo in punta) di Alessandro Brusa, Giulio Perrone Editore, 2017. Nota di lettura di Enea Roversi.

    

     

S’intitola In tagli ripidi (nel corpo che abitiamo in punta) (Giulio Perrone Editore, 2017) l’ultima raccolta poetica di Alessandro Brusa e giunge quattro anni dopo La Raccolta del Sale, pubblicata con lo stesso editore.

E se unissimo le prime due parole del titolo? Se trasformassimo In tagli in una sola parola: intagli? Mi piace pensare ad Alessandro Brusa come ad uno scultore che incide la materia, sia essa legno oppure marmo, lavorando il corpo e sul corpo, intento a plasmare la figura.

La sua poesia del resto si sviluppa come materia plasmata: la versificazione è costruita, pensata, ragionata. Nella sua prefazione Fabio Michieli la definisce scarnita, richiamandosi a Caproni, che non a caso è uno dei poeti che Brusa predilige. Questa scarnificazione del verso non significa che Brusa lavori per sottrazione, anzi: la sua è una poesia modernamente lirica, ricca d’immagini, mai ridondante e che non ricorre ad artifici.

La raccolta conclude, per stessa definizione dell’autore “un percorso iniziato con il romanzo Il Cobra e la Farfalla e proseguito con la silloge La Raccolta del Sale.

Una sorta di viaggio, o meglio di fuga: “Questi tre libri sono stati la mia fuga, la mia personale esplorazione dentro quel corpo che ancora sento di abitare solo in punta.”, dice infatti Brusa e leggendo i suoi versi viene alla luce, in tutta la sua interezza, il travaglio che lo ha accompagnato nella sua scrittura.

C’è una poesia, ne La Raccolta del Sale, che recita Sono un uomo sgradevole, mentre un’altra inizia con il verso esclamativo Sono un senza Dio! a riprova del mezzo critico, quasi feroce a volte, di cui si serve l’autore nel corso del suo viaggio esplorativo all’interno di sé stesso.

Sono cinque le sezioni che compongono In tagli ripidi: Il vento che insegue veloce, Il tempo che abitiamo in punta, Il taglio nel legno, Nel nome del figlio, E giriamo in cerchio di amanti.

Nella poesia che apre la raccolta Brusa inserisce, da subito, un elemento dall’effetto straniante per il lettore, quei due punti ad inizio del verso : perché ho memoria, quasi a ribadire la propria consapevolezza, a rinsaldare il filo che unisce i tre libri. Il gioco dei rimandi, del resto, non tarda a manifestarsi: a pagina 24 troviamo il verso – tra i denti / e sulla strada che / bordano di sale –, esplicito richiamo alla silloge precedente.

La seconda sezione amplifica il concetto di percorso, di fuga, con continui riferimenti alla strada: Delle foglie non conosci strada, oppure Queste strade / che mi sono dure a dire oppure – io / che sciolgo i lacci / e la strada che smarrisci ed ancora in questa strada, / fatta di porfido e / di errori.

La terza sezione Il taglio del legno si trova al centro della raccolta, come un segno al centro del corpo.

Forse quel segno è il cuore: il taglio nel legno / e la lima stessa / lo porgono a me / che sospeso lo tengo / fitto, / sotto il cuore e ci sono comunque l’anima e il sangue in queste sette brevi poesie che compongono la sezione. Ognuna di queste sette poesie è accompagnata dal titolo di una composizione musicale, a ricordarci che Brusa è anche un grande amatore nonché conoscitore di musica.

Nel nome del figlio, quasi a ribaltare la tradizionale gerarchia padre-figlio, è la quarta sezione. “Alessandro Brusa è figlio di un poeta.”: lo ricorda anche Marco Simonelli nella sua postfazione e la figura del padre è presente qui con tutto il suo ingombrante fardello di dubbi e lacerazioni.

Il percorso sta volgendo al termine e questa è sicuramente la tappa più faticosa, ma alla fine Brusa figlio riesce a trovare il giusto equilibrio di forza e tenerezza nel rapporto con Brusa padre: Di questo corpo ho fatto testo / se del tuo corpo tengo il segno / che di quella nascita mi ha fatto.

L’ultima sezione E giriamo in cerchio di amanti, la conclusiva, è dedicata ad Andrea, il compagno di Alessandro: sono poesie d’amore, di vita e di riflessione. Sono poesie permeate di passione e passionalità: perché mi sei braccia e lingua / e silenzio oppure perché sei carne tu / ed io con te e viene naturale pensare ad autori come Kavafis o Penna.

Anche qui Brusa riesce a mantenere il proprio metro stilistico, fedele al rigore caproniano: l’esplorazione del corpo si è compiuta, il percorso è terminato, giungendo all’approdo e lasciandosi la fuga alle spalle. Ora è tempo di iniziare un nuovo viaggio.

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in apertura Ivo Mosele, L’ora, particolare

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