In treno, di Lucianna Argentino

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In treno, di Lucianna Argentino.

    

    

Certo il Gazometro non è la torre Eiffel, eppure con i suoi cento metri d’altezza, i sessantatré di diametro, ha un suo fascino e quando appare al di sopra dei tetti sembra una corona che dona regali vestigia al quartiere che lo ospita dai primi anni trenta. Lo vedo ormai quasi tutti i giorni perché, da più di un anno, percorro il tratto ferroviario tra la stazione Tuscolana e quella di Trastevere, andata e ritorno. E’un tratto breve, di soli dieci minuti (salvo soste impreviste), ma bello e vario. All’andata, possibilmente, cerco di sedermi vicino al finestrino di sinistra, nel senso inverso a quello di marcia, così appena termina il paesaggio urbano, mura, finestre, cortili, balconi, e il treno costeggia il parco della Caffarella, posso godere più a lungo il suo aprirsi pian piano allo sguardo. Mi piace vedere sullo sfondo i monti azzurrini dei Castelli Romani, quasi invisibili al mattino, evanescenti e liquidi, mentre dalla terra sale un respiro bianco e tra le varie gradazioni di verde che la valle offre è possibile cogliere l’improvviso alzarsi in volo di uno stormo di uccelli o la sagoma scura di un aereo, quasi immobile nell’aria. Una breve pausa, un intervallo nella planimetria della città. Poi, di nuovo, ferro e cemento e dopo il ponte, sopra cui scorre la via Cristoforo Colombo, una piccola tendopoli dove, a volte, dei ragazzi tirano calci ad un pallone e sotto le inutilizzate strutture della stazione Ostiense, giacigli di fortuna, cartoni, stracci ed esseri umani. Vite raggomitolate attorno a una sventura, a un’assenza, delimitate da confini di bottiglie e lattine di birra. E poi i graffiti e le scritte sopra i muri come quella, ormai quasi cancellata da altre scritte, che dice: “Guardatemi male perché sono diverso e io riderò di voi perché siete tutti uguali”. Probabilmente oltre i finestrini del treno, noi pendolari, dobbiamo sembrare davvero tutti uguali. Ma dentro il treno lo vedi, lo senti, lo annusi che non siamo tutti uguali e lo imparerà anche il giovane e sprovveduto autore di quella frase. Come credo lo impari un ragazzo, piuttosto alto e corpulento, che spesso, sul treno delle tre del pomeriggio, chiede un’offerta ora per un panino, ora per un biglietto ferroviario di sempre diversa destinazione. Ma non si limita a chiedere, si ferma anche a parlare, a raccontare le sue disavventure. E’ romano e racconta con il disincanto e il colore tipico dei romani. Dice che preferisce rivolgersi alle donne, più generose e ben disposte, perché un uomo, a cui aveva chiesto dei soldi per un panino, gli ha risposto che avrebbe fatto meglio a mettersi a dieta e lui c’è rimasto male. Ultimamente si è improvvisato predicatore e, rosario tra le dita, ha esordito dicendo che dobbiamo amare Dio come Lui ha amato noi e anche se presto Dio manderà un nuovo diluvio noi dobbiamo dichiarargli il nostro amore pure mentre stiamo annegando perché Lui non ha avuto paura di morire per noi. Pochi giorni fa ha detto di essere figlio di Dio e fin qui va bene, ma poi ha spiegato che sua madre, come la Vergine Maria, lo ha generato per opera dello Spirito Santo, per questo lui ha una vita spirituale e non materiale come la nostra che finiremo all’inferno con le chiappe bruciate. Gli do sempre qualche spiccio. Di ritorno, alla luce del tramonto i rombi del Gazometro si tingono d’arancio e quando il treno di nuovo passa accanto al parco della Caffarella, i monti hanno ripreso la loro consistenza e solidità. Si vedono risplendere luci, alcune sparse qua e là, altre raggruppate in un paese cui non so dare un nome e bagliori improvvisi sui vetri di finestre lontane e anche a quell’ora è possibile vedere la sagoma illuminata di un aereo pronto ad atterrare all’aeroporto di Ciampino. E poi la stazione Tuscolana, ora che è maggio, in un tripudio di papaveri, nella dolcezza del canto dei grilli, mentre dall’altoparlante s’annuncia l’arrivo del prossimo treno.

                           

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