Intervista a Alessandro Fo e tre poesie

Martina Dalla Stella, 'La luminosa inquietudine migliore del riposo', olio su tela, 2015

Intervista a Alessandro Fo e tre poesie.

    

    

Per questo numero di Versante Ripido abbiamo proposto ad alcuni autori quattro domande uguali per tutti sul tema della casa, domande uguali per un confronto tra le differenti risposte, il differente modo di ognuno di loro di vivere umanamente e artisticamente l’unità basica dell’insediamento umano.

foQui vi proponiamo le risposte di Alessandro Fo e alcune sue poesie sul tema.

      

Alessandro Fo (Legnano, 8 febbraio 1955) insegna Letteratura Latina all’Università di Siena. Ha tradotto e curato: Rutilio Namaziano, Il ritorno, Einaudi 19942; Apuleio, Le Metamorfosi (Einaudi 20102) e La Favola di Amore e Psiche (Einaudi 2014); Virgilio, Eneide, con studio introduttivo, nella «Nuova Universale Einaudi» (note di Filomena Giannotti, 2012; lettura integrale del poema in http://www.einaudi.it/speciali/L-Eneide-letta-da-Fo). Libri di versi: Otto febbraio (Scheiwiller 1995); Giorni di scuola (Edimond 2001); Piccole poesie per banconote (Polistampa 2002); Corpuscolo (Einaudi 2004); Vecchi filmati (Manni 2006); Mancanze (Einaudi 2014, Premio Viareggio 2014).

    

Che tipo di rapporto esiste tra i suoi versi e la sua casa?

Ormai ho cambiato una quindicina di case, attraversando differenti situazioni di vita. Talora sogno di arricchire e di poter tentare di ricomprarne qualcuna: soprattutto l’appartamento in Strada del Lauro 43 a Torino, dove sono cresciuto, e quello che affittava mia nonna a Noli per le vacanze al mare. La casa, come porto, mi ha sempre offerto rifugio, anche quando vi ho vissuto situazioni difficili. È del resto abbastanza naturale che sia così, e mi sembra lo confermi la bella antologia, con molte immagini, curata da Anna De Simone per l’editore Pagliai di Firenze: Case di poeti (2012). Con il mio piccolo spazio privato ho dunque avuto costantemente un rapporto di intenso affetto. Alcune case mi sono trovato costretto ad abbandonarle – come quella di Torino, per un trasloco imposto da mio padre, o quella romana di Via dell’Orsa Maggiore, su cui si apre la mia ultima raccolta Mancanze (nella poesia al Figlio). Spesso finiscono per affiorare nei miei versi, come i due appartamenti che ho abitato a Cremona, molto presenti in Otto febbraio (il primo è poi protagonista di Città, teatri, corsi; il secondo lo è di Compleanno visto da via Mincio: poesie rispettivamente ora in Vecchi filmati e Corpuscolo). O ancora la casa di Via Montecristo a Roma, quasi di fronte a quella di Ennio Flaiano – ancora in Corpuscolo, fra le mie Bucoliche (al telescopio).

     

Qual è il vento che spira tra i mobili? della gioia, del rimpianto, del dolore?

Le case sono sempre aperte a tutti i venti, com’è del resto per la vita stessa. Di recente mi sono molto riconosciuto in una raccolta di poesie sul trauma dei traslochi, imposti da rivoluzioni esistenziali, o viceversa cercati per recuperare pace; un libro di rara acutezza e sensibilità, che funge da sismogramma universale di queste peripezie: Dal corpo abitato di Matteo Pelliti (Sossella 2015).
Uno dei miei più antichi ricordi personali risale a un tramonto in Via Asti 15 a Torino. Con l’ingenuità del bambino di cinque o sei anni, mi chiedevo fra me se mi attraesse di più la gioia o la malinconia, e votavo per ‘la seconda che hai detto’. In una mia poesia mi è avvenuto di ricordare, da una stanza cremonese in Corso Garibaldi 153, questo accento che forse maggiormente caratterizza il mio carattere, anche se, soprattutto quando ho precocemente conosciuto grandi lutti, ho cercato di temperarlo in una sorta di pessimismo ottimistico, docile nei confronti delle regole della realtà, ma incline a rovesciarne l’occasionale durezza in un approccio leggero («Ecco, diceva il quadro notturno/ la mia costante presenza al dolore;/ e le ragioni, pertanto,/ di quella mia famosa allegria:/ così che non pare», da Corpuscolo). È in quell’appartamento di Cremona che ho studiato in versi oggetti ribelli, segnacolo di entropìa, e oggetti leziosi, cui legavo ricordi e rappresentazioni dei vari ‘me’ che ho – come le case – attraversato.

      

Ci racconti delle scatole segrete che custodiscono ricordi.

Naturalmente non mancano mai, ma il pathos che vi si collega, e il desiderio quasi di arginare il tempo inchiodandolo a oggetti-ricordo, mi sembra ora (almeno per la mia personale esperienza) più legato agli anni giovanili. ‘Col tempo’ subentra una stanchezza, non so, un ‘tiravia’ forse, parallelo a un progressivo annettere minore importanza a certi dati circostanziali e contingenti del flusso dei giorni.

    

Ci parli del  passaggio del tempo tra le cose e di come gli occhi le abbiano viste mutare.

Vedo le cose care che mi accompagnano – penso in particolare ai miei libri – come talismani sostanzialmente sottratti alla mutevolezza e alle collane di traumi. Sono forse loro la nostra stabilità. Talvolta certe immagini che arricchiscono la mia casa (e cui pure tengo molto) sembrano impallidire, quanto a significato, per l’usura della continua fruizione lungo i giorni. Ma credo sia tutto sommato una cadenza d’inganno. Talora m’interrogo sulla sorte di queste cose dopo di me. Alcune, cui tengo maggiormente, le destino. Di altre decideranno i cari superstiti, o le ripercussioni casuali della vita, quando saranno questi oggetti ad essere finalmente liberi da me. Particolare importanza trovo che abbiano, negli immediati dintorni, le persone che aggettano su una casa: possono, cariche di fascino, divenire presenze cruciali collegate a quel luogo – come la ragazza che, a Torino, abitava di fronte al mio balcone.
Ora vivo in un appartamento mio, che porta nell’indirizzo i segni della perfezione: la via è dedicata a un poeta, ‘minore’ e tuttavia laureato (o laureato e tuttavia minore), e il civico è il numero perfetto della Vita nova di Dante (quel IX inscritto nel nome di Beatrix). Forse sarà il mio ultimo domicilio. Uno di questi giorni dovrei occuparmi anche di quello ‘definitivo’ del corpo (anch’esso però soggetto a precarietà, sui tempi lunghi), nonché dell’anima. Sento che anche laggiù mi spererò «poeta», e confido che sperimenterò qualche creazione, anche se non conto di riuscire a ‘pubblicare’.

    

Tre poesie:

[da Mancanze]
al Figlio                      

(non lontano da Ostia) 

Nella casa in cui vivevo, adesso,
scuotendo per i passeri
la tovaglia in balcone,
l’aria sarà grida di bambini
all’uscita da scuola.

Là in alto era l’amore, all’ombra
di una storia famosa, la cui tempra
già toccava progetti di bambini.

Dal terrazzo si poteva ascendere,
volendo, fino a Dio,
se non come Agostino,
gettandosi lo stesso
oltre i dubbi in un salto
verso la luna, verso l’Orsa Maggiore,
magari, come da ragazzo, alla Fosbury.

                                                      Però
nulla è mai davvero come sembra,
ma almeno sette volte piú complesso.

***

[da Mancanze]
Angeli di passaggio                     

Dalla nuova casa, nello scuro
di una notte blu ma con la luna,
chiudendo una finestra
trasparí in un salotto illuminato,
foto appoggiata a un muro
(e null’altro, ero troppo a perpendicolo),
la Madonna di Fatima.
Poi vi furono fuochi d’artificio
e, da un’altra finestra,
mutata inquadratura,
riaffiorava il salotto tutto intero.
Una persona anziana vi scriveva
nell’intimità di una abat-jour.
Vidi, come da fuori, me stesso
e, quasi prelevata sotto un vetro,
un po’ l’umanità nel suo complesso.
L’impassibile emblema della notte
col suo manto oltremare.
Noi dentro le caselle-camerette.
Le nostre cose, e noi lí che le amiamo
nobilmente e/o fino al ridicolo,
nell’impercepito ed inespresso,
luce a buio, e silenzio contro fare,
poi andiamo
– fino a che dell’anziano
si dirà (o dell’anziana, o di me)
                                                      «era».
Eravamo.

 

***

[da «La resistenza della poesia» Anno IV / Numero 10-11-12 / 2015]

Minimi incontri
                                 (piano, con venerazione)

Nella casa in cui vivevo dopo,
schiudendo la persiana
davanti alle sue stanze,
mi apparve lì di fronte alla finestra,
non conosciuta ancora, molto bella.
L’antica situazione
di Silvia (e dell’amore
mio di ragazzo
con la chitarra ogni sera in balcone,
sperando di mirare o esser mirato,
per Angela), e di tante altre persone
che un caso ha posto di fronte allo splendore,
ferendole per sempre.

La scorgevo di rado. Ma sapevo
che per quel suo matrimonio soffriva.
Negli anni, a un bel momento,
l’evidenza che si trasferiva.
La incontrai rifiorita.
Parlammo. Un nuovo amore. Era serena,
delicata, stupenda, per la via
che per caso di nuovo ci riuniva.

Qualche sua notizia costellava
talvolta la mia vita.
Poi, abbagliante candore, Annamaria
nell’abito da sposa
brillò, a una cena, da una fotografia.
«Già… E (come splende qui)… tua sorella?»
«Eh…, sai, da un anno è ripresa la lotta
contro la malattia»
                                   «Speranze?»

                        («…non tanto per i capelli,
freschi di chemio, e dunque ormai caduti, ma
per le ossa rotte e il dolore senza posa…
Mi muovo come se avessi cent’anni,
e non sono nemmeno la metà.
Mi fa piacere leggerti, e ricambio
l’abbraccio… Però piano, eh?»
                                                   «Sì, piano,
ma con la stessa venerazione di sempre»)

Tarda notte.
                       La posta.
                                               Trovo scritto
«Ale, dal momento
che ne abbiamo parlato e che le hai scritto:
mia sorella è morta questa notte».

                                  

Martinella Dalla Stella, 'Come acqua tra le mani, impossibile contenerla', olio su tela, 2012 - in apertura 'La luminosa inquietudine migliore del riposo', olio su tela, 2015
Martinella Dalla Stella, ‘Come acqua tra le mani, impossibile contenerla’, olio su tela, 2012 – in apertura ‘La luminosa inquietudine migliore del riposo’, olio su tela, 2015

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