Intervista a Bruno Tognolini

Wilhelm von Gloeden, Vecchio e giovane alla fontana del giardino, 1902, Met Museum

Intervista a Bruno Tognolini, a cura di Paolo Polvani.

     

    

Che caratteristiche deve possedere la poesia per bambini in termini di fruibilità, riconoscibilità, musicalità?

La poesia per bambini, come io la intendo e scrivo, non è composta da parole poetiche: poetica è la poesia. È una poesia che infila perle di parole famigliari, domestiche, poche e vere, quelle che i bambini sentono dire e dicono nei loro veri giorni. Queste parole sono per loro ancora fresche e nuove, ancora immense, grondanti di senso: non hanno bisogno di vestirsi dei sinonimi sorprendenti e spaesanti accostamenti dei poeti laureati, che si muovono solo fra i nomi poco usati; o al contrario di spellarsi all’osso minimo per rinverdire, come talora accade nella poesia dei grandi, che deve rianimare parole rese opache da stanche decadi d’usi e abusi, forse anche di poeti stanchi.

Qui invece opera l’attitudine primordiale (e quindi poetica) in cui l’istinto di specie pone ogni adulto che parla al suo cucciolo: parole che son novissime per chi ascolta, e quindi (grande astuzia della specie) per chi parla, che le dirà con voce nuova e illuminata, e renderanno le cose nominate agli orecchi di chi le ascolta illuminate, desiderabili e splendenti. Poche parole ma sempre di più, sempre crescenti; parole note ma sempre “più una” sconosciuta: lo spiraglio che serve per sognare cosa mai vorrà dire, e quindi crescere.
Parole note, quindi, riconoscibili, ma disposte in modo sonante e sorprendente.
La mia poesia punta sulla disposizione delle parole più che sulla loro natura. Disposizione che cammina su due piedi: SORPRESA NEL SENSO e INCANTO NEL SUONO.

La Sorpresa nel Senso è il dono sacro della Signorina Rima, che lei concede dopo decenni di buon servizio, prestato con la “strenght and submission” che consiglia Eliot. Decenni in cui impari (o almeno io ho imparato) che alla rima non devi far dire solo quello che vuoi tu, altrimenti si annoia, si impermalisce, e non ti sussurra più nell’orecchio ciò che vuol dire lei. E così le poesie vogliono dire solo ciò che vuoi dire tu, che può ben essere cosa eccelsa ma non è ciò che vogliono dire tutti: ciò che volevano dire, per esempio, tutti quelli che leggono, e non lo sapevano dire, e invece eccolo, scritto sotto i loro occhi.

L’Incanto del Suono nella mia poesia per i bambini è il ritmo, la rima, il metro, a me essenziali e irrinunciabili, regolari e pulsanti, elementari e sacri, come una preghiera, una giaculatoria, uno scongiuro, quel salmodiare a mezza voce che sussurra ininterrotto dai primordi, incomprensibile, misterico e sciamano.

Non userò qui, per dar corpo a questi due piedi della disposizione nella poesia, esempi tratti da opere mie, ma loro: poesie fatte e rifatte senza fine dai bambini per se stessi.
Ecco le parole disposte col piede della SORPRESA NEL SENSO in una vecchia conta.

Bim, bum, bam
Quattro vecchie sul sofà
Una che cuce, una che taglia
Una che fa cappelli di paglia
Una che fa coltelli d’argento
Per tagliare la testa al vento

“Ma il vento ce l’ha la testa?” – chiedo a questo punto ai bambini nei miei mille incontri con l’autore nelle scuole. “Nooo!” – dicono sorridendo. Ma un nanosecondo prima, nella frazione d’istante esitante in cui ci pensavano, hanno formato nella loro frizzante mentina l’immagine ipotetica del vento con la testa, ne hanno tratto sorpresa e meraviglia, e quel sorriso ne è segno.

Ed ecco le parole disposte col piede (che batte in terra, come la poesia antica comandava, fino a chiamare “piedi” i suoi stessi versi) col piede dell’INCANTO NEL SUONO, in una conta a eliminatoria raccolta di recente, con varianti, in diverse città. In questo caso, per rendere più autoevidente l’esempio, il senso si riduce a zero e il suono si impenna in piena potenza.

Nel mio giardino c’è un cagnolino
Che si chiama
Àcico pelàcico pelèm-pem-pètico, pelàto pelùto pelèm-pem-puto
Chi sa dire questo nome
Uscirà dalla canzone

Per fortuna esistono in natura diverse specie di poesia per bambini. Forse non tantissime, forse tante sfumature di due sole: col tamburo e senza tamburo; con una forte e regolare base ritmica, e senza; o ancora un altro modo di chiamarle: filastrocche e poesie.
Alcune mie amiche poetesse, Giusi Quarenghi, Silvia Vecchini, Vivian Lamarque, suonano senza tamburo le loro poesie, o con un tamburo meno dispotico, che batte un colpo libero ogni tanto. Io le leggo e sorrido molto, perché suonate così sono stupende. E stupendo e immensamente rinfrancante è sentire poeti che cantano su uno strumento diverso dal mio e il loro canto è di pari e molto spesso maggiore bellezza. Con altre poetesse, invece, come l’amica gemella nei versi Chiara Carminati, m’è accaduto addirittura di suonare insieme (nel libro RIME CHIAROSCURE, RCS), battendo tamburi perfetti e meticolosi, all’unisono o in contrappunto, come in certi concerti afro nelle nostre vie.
Insomma, io suono solo poesie con un piede tamburo, battente, regolare, a metronomo. Le mie poesie sono sempre filastrocche. Gagliardissima poesia fatta coi piedi.

       

Favorire la nascita della passione per la poesia: esiste una strategia? una via? un sistema?

Non una ma molte vie conducono alla passione per la poesia, come accade per le altre passioni: la musica, la pittura, la danza, la matematica, i computer, il circo…
Una grande giardiniera di libri per bambini mi parlava giorni fa del suo figlio ragazzo, che un po’ dal padre, un po’ da una casa estiva su uno stranito deserto litorale, un po’ da sé e da ataviche memorie, ha tratto una passione divorante per la pesca, le sue solitudini primordiali, la sua panoplia di tecnologici accessori. Il ragazzo ha lasciato l’università, e quello vuol fare da grande.
Un filo di cromosomi, forse; l’esempio degli adulti; la gran fortuna di insegnanti valorosi; l’esposizione obbligata nelle scuole alle radiazioni di poesie che hanno superato la livella del tempo; il caso, o il disegno di qualcuno, per cui libri giusti càpitino in mano al ragazzo nel momento giusto… E poi perché no, anche festival, rassegne, magari incontri con gli scrittori nelle scuole. Tutto questo può far nascere la passione della poesia in certuni, in cui forse doveva nascere, e lasciare del tutto indifferenti certi altri, in cui non doveva. E che magari ameranno immensamente la poesia della pesca.

      

Il tuo curriculum dà l’idea di un romanzo! anzi di più romanzi! hai fatto teatro, cinema, televisione, scritto libri per bambini e per grandi, studiato medicina, arte, musica, spettacolo, c’è qualche altra cosa che avresti voluto fare?

Sì, il musicista. Strimpello la mia chitarra e canto per me da sempre, ma io dico un’altra cosa: il musicista. Proprio ora che scrivo, in treno, poco avanti ce n’è una, una musicista, che legge uno spartito e la sua mano oscilla su e giù a marcare il tempo. Che cosa legge? Cosa c’è scritto su quei fogli brulicanti di segnetti a me per sempre oscuri? Cosa, che dettano quei segni, si modula nella cassa armonica della sua mente mentre legge? Canta? Canta ciò che c’è scritto lì, così come io leggo romanzi o poesie? Insomma, invidia e incanto.
Ho sempre detto che un po’ lo sono, musicista, un po’ lo faccio scrivendo e dicendo parole scandite dal tamburo di cui sopra. Ma appunto: solo il ritmo. E nella musica c’è altro.
L’ho sempre saputo ma toccato con mano da poco. In 11 anni ho scritto i testi di 74 canzoni (oltre a quasi 500 filastrocche) per il programma televisivo “La Melevisione” (RAI): ma appunto, solo il testo. Il testo prima della musica, cioè senza musica. Da quattro anni, invece, da quando ho sperimentato il viceversa, testi su musiche, sillabe su note, con il bravo compositore cagliaritano Antonello Murgia, ho visto scendere stupefatto sulle mie parole, sul loro ritmo per incarnarsi in lui, Nostra Signora Melodia in persona. Ed è spiccato il volo veramente.
Ricordo un breve scambio di battute con Davide Rondoni, che tanti anni fa al sentirmi citare Fabrizio De André fra i miei maestri di poesia disse: no, non facciamo confusioni. E sorvoliamo sulla discussione del nobel a Dylan. Io avrei voluto fare il musicista: ma da poeta minore filastrocchiere son ben contento di non appartenere a una gilda di poeti laureati che disconosce De Andrè, Leonard Cohen, Laurie Anderson (e chiudo qui un catalogo felice e prolisso) come maestri di poesia.
Volevo fare il musicista, e invece faccio il narratore e il poeta.
Ho avuto in sorte tanto, e tanto ho: imprese e opere, storie e poesie che ho potuto non solo leggere ma addirittura scrivere; e amici artisti luminosi che ho avuto accanto. Ma è bene tenersi caro qualche rimpianto, qualcosa di meraviglioso che non s’è fatto e oramai mai si farà, per non aizzare l’invidia degli dei, e la propria superbia.

       

La vocazione per la scrittura per bambini è nata per caso? c’è sempre stata?

L’una e l’altra cosa, come spesso accade. Il caso ha rivelato, accadendo, qualcosa che attendeva solo un caso per accadere. C’era da sempre la scrittura nella vita, c’è quasi sempre stata, a mia memoria. Terminata la stagione della poesia per sé, fiamma e fiore dell’anima ragazza, la scrittura per caso di studi cominciò ad applicarsi al teatro. Dopo il DAMS di Bologna mi cimentavo in drammaturgie ardue, faticosissime, in reami teatrali (teatro di gruppo, terzo teatro) in quegli anni assai poco inclini al bel flusso di lingua, alieni addirittura alle parole, e figurarsi a versi rime e metri. Un teatro dei corpi santi che riconquistavano la scena dopo secoli (così studiavo in Storiografia dello Spettacolo) di egemonia oppressiva del testo. Insomma, ero fuori tempo, e Ugo Volli e Fabrizio Cruciani e Franco Ruffini e tutti i prof un po’ guru di quegli anni mi preoccupavano con compiti impossibili: “La drammaturgia deve poter scrivere parole che muovano la carne degli attori”. E povero me! E cosa mai dovevano essere quelle parole, per muovere quella carne tremula e pesante? Si può immaginare il sollievo (letterale) dell’atleta, che si allena saltando con due pesi gravissimi per mano, e che quando li posa crede di volare.
Cominciai a posarli quando – ed ecco il caso: l’economia che orienta l’arte – il mio “gruppo teatrale” decise di produrre spettacoli per bambini, perché si girava di più: più piazze, più repliche, meno miseria. Mi si aprì un mondo. Dagli spettacoli cupi, ermetici, disincantati e frantumati – perché dopo Beckett, nella nostra realtà disintegrata, il teatro non poteva certo simulare l’armonioso fluire del racconto – ecco aprirsi la diga per le storie e le rime. Perché i grandi, per istinto di specie, riservano ai loro cuccioli la parte più tenera e nutriente del pasto, dei panni, del letto, e dei canti e racconti.
Dove altro avrei potuto scrivere in rima e metro, col martellante tamburo a metronomo che amavo e sapevo? Per gli slogan della pubblicità? Me l’avrebbero anche proposto trent’anni dopo, e ad alti livelli, di cui meno vanto: la Apple, “interested in some of your poems for our next advertising campaign”; e avrei risposto no: “I’d prefer not to”. Preferirei di no. Teatro sì, invece, teatro per bambini. E via, da allora in poi, da quella diga tracimarono schiumando felici le rime e le storie, gagliarde e gaglioffe, non più legate da fili spinati post-beckettiani o post‑avanguardia o terzo‑teatrali, da gabbie di drammaturgia nullificata e frantumata. Perché se uno nullifica e frantuma l’esistenza dei grandi va bene, chissà perché: ma se uno lo fa coi bambini lo arrestano, o dovrebbero farlo. Insomma, in questo fluire felice del racconto teatrale all’infanzia si sciolse il crampo adulto, novecentesco e intellettuale dell’ammutolimento: perché ai bambini bisogna narrare il mondo, lo chiede la specie, e le rime e le storie devono scorrere chiare e abbondanti, più belle possibile.
Il successivo passaggio dal teatro per ragazzi ai libri per ragazzi è avvenuto dopo, intorno ai primi anni novanta, ed è salto di minore dislivello, che non merita forse altro racconto.

      

Nel campo del teatro hai lavorato con maestri eccezionali: Eugenio Barba, Jerzy Grotowski, Wim Wenders e altri meno conosciuti ma non meno significativi, hai ricordi particolari?

Certo. E qui giova dichiararlo, dopo aver mugugnato, da scrittore drammaturgo brontolone, gravato di prove ardue e al tempo stesso messo ai margini del “processo teatrale”. Deve essere risarcito quel decennio di altissima formazione, in cui posso dire di aver visto le proverbiali “cose che voi umani non potreste immaginare” (mi concedo di dirlo perché non sono solo dietro di me, ma anche davanti: le vedo o le intravvedo ancora).
Il vertice di quella formazione d’eccellenza è stato uno stage che oggi si definirebbe d’approfondimento sperimentale crossmediale, e che allora si intitolava “Le pratiche del narrare”, ideato e condotto da Nando Taviani, uno dei nostri prof-guru del DAMS. Per dieci giorni a Livorno, forse nel ‘97 o ‘98, una trentina di registi e drammaturghi del “terzo teatro” d’Italia hanno visto avvicendarsi davanti a loro i maestri di diversissime maestrie: Dario Fo col suo gramelot e una danzatrice Kathakali col suo alfabeto di mani e piedi; Wim Wenders coi suoi film e un burattinaio di ombre greche Karaghiozis; Vincenzo Cerami per la scrittura del cinema e Mimmo Cuticchio per il “cuntu” siciliano; e altri e altri. E a tutti Taviani chiedeva di mostrarci le basi alfabetiche e lessicali e grammaticali e sintattiche del loro linguaggio; e a noi fra l’uno e l’altro indicava, e con noi discuteva, le convergenze, le fratellanze, le differenze, le ridondanze che permettessero di azzardare modelli soggiacenti a quelle diverse “pratiche” transculturali e crossmediali, quindi di antica e provata efficacia: modelli da provare ad applicare tornando ciascuno ai suoi tavoli e alle sue sale prove.
Ho interi quaderni fitti di appunti, vergati di fretta ma bene in quell’occasione di apice, e in tante altre che ne sono state base. Appunti che non leggerò mai più: sono incarnati, sono gesti della mano. Che ha scritto, dopo quegli anni di formazione ascetici e straccioni, decenni di fiction TV, sceneggiature per videogame, testi teatrali, racconti, romanzi. E oltre milleduecento filastrocche. “Pratiche del narrare”.

       

Nel tuo sito è scritto: poeta per bambini e per vecchi; se esiste una differenza sostanziale, qual è?

L’ho scritto nel sito stesso, annotando la locuzione “poeta per bambini e per vecchi” così:
“Non so perché, o non ancora, o non del tutto. Perché gli adulti non stiano dando degna prova di sé, ormai da anni, nella Povera Patria? E convenga quindi a un poeta dirigere le forze a consolare quelli che adulti sono stati, che non partano disperati, e rincuorare quelli che lo saranno, che mettano mano all’opera con buona lena e diversi intenti?
Forse per questo, forse no. Le nuove parole arrivano da sole, quando è il tempo: poi è compito degli oracoli, dei filosofi e dei preti interpretarle. Le parole per questa nuova qualifica d’onore, “poeta per bambini e per vecchi”, mi sono giunte nell’inverno del 2010, con l’istantanea e felice certezza che stavolta non è necessario decifrarle, non subito. Per ora mi accontento (e molto) di saperlo e dirlo: poi verrà il tempo di capirlo e spiegarlo”.

Se comunque si vuole vedere e sentire qualcosa che non risponde e a questa domanda ma la sostanzia di una bella testimonianza, ecco cosa ne dice la zia Paolina quasi centenaria della mia amica sassaresa Antonella Chessa: https://youtu.be/ufMFrMznHr4

       

Come si diventa scrittori in due volte?

È una teoria che propino ai bambini, quando mi chiedono quando ho cominciato a fare lo scrittore. Dico loro che si diventa scrittori una prima volta “quando scrivi qualcosa che non ti ha chiesto nessuno: non la maestra, non la mamma, nessuno”. Te lo sei chiesto da solo perché dopo aver tanto letto ti vien voglia di scrivere qualcosa tu, e ciò che vuoi tu. Io per esempio son diventato scrittore la prima volta a nove anni, scrivendo una filastrocca che non mi aveva chiesto il maestro né nessun altro. Poi il maestro mi ha premiato con bei voti e proclamazioni con abbracci davanti a tutti, e io mi son sentito così ben stimato che mi son detto, senza saperlo come accade a quell’età: quand’è così, devo scrivere ancora.
Si diventa scrittori la seconda volta quando si trovano i lettori. Ma – aggiungo ai bambini – i lettori veri: non vale tua mamma, i tuoi fratelli, i tuoi amici. I lettori veri sono i lettori sconosciuti: quelli che comprano un libro anche in città lontane e non conoscono quello che l’ha scritto. Si diventa scrittori la seconda volta quando si pubblica un libro.

      

Gli scrittori per bambini sono scrittori veri?

Dipende. Se gli scrittori veri sono quelli che vengono quasi alle mani al premio Strega, e per i quali gli editori facevano telefonate minatorie alla mia allibita amica Bianca Pitzorno, che di quel premio fu una dei 400 elettori, e per questo si licenziò, allora no. E se i poeti veri sono quelli che dicono che Fabrizio De André non è un poeta e che non bisogna fare confusione, allora no.
Se invece per scrittori si intende umani che si sono addestrati a raccontare il mondo ad altri umani con storie e con versi, come altri hanno fatto prima di loro e altri faranno dopo, per fare durare il racconto del mondo e con esso il mondo, allora sì. Solo che, nel mio caso, questi altri umani a cui si racconta il mondo sono bambini.
Ci sono scrittori per grandi e scrittori per piccoli, perché non è vero che non c’è differenza, c’è eccome. È una questione di ARTE e MESTIERE, che son cose sorelle ma diverse. Bisogna sapere scrivere: e quella è l’arte. Poi bisogna sapere scrivere per grandi o per bambini, per il cinema o per il teatro, per il premio Strega o per la pubblicità, per i lettori o per gli editori: e quello è il mestiere. Al mondo esistono i pediatri e i geriatri. Entrambi condividono l’arte medica, poi i pediatri per mestiere curano i bambini e i geriatri i vecchi. Nessuno si sognerebbe di dire che un pediatra non è un dottore.

      

Perché le poesie per bambini funzionano anche coi grandi?

Perché per le strade delle città due persone che non son state presentate non si salutano e fingono di non vedersi, e se invece entrambe hanno un cane si parlano cordiali? Fanno cioè una cosa che amano fare, che per costumi e prescrizioni misteriose si vergognano di fare, e che invece con la scusa del cane han licenza di fare.
Qualcuno ci ha insegnato che gli adulti per la strada non si parlano, non si vedono neanche l’un l’altro. E tanto meno vedono il bambino, e il ragazzino e il ragazzo e il giovane che come i cerchi di un tronco hanno dentro. Non li vedono e non parlano con loro. Non parlano coi sentimenti fiammeggianti che ancora provano, o ancora possono provare all’occasione; ma che attribuiscono a questi loro sepolti “piccolo me”, da nascondere per non sembrare stupidi e puerili, ingenui e inermi. Mentre invece occorre atteggiarsi a duri e sgamati, navigati e consumati, la piega amara distratta delle labbra come un bamboccio Armani. Ma questo maniero è fragile: basta un cane. Con la scusa di un cane possono dare la stura a tutta la voglia che tenevano nascosta di chiacchierare con chiunque per la via.
Lo stesso accade con le poesie per i bambini: o almeno – parlo sempre per esperienza – con alcune delle mie. Con la scusa dei bambini, delle care innocenti rime fatte per loro, gli adulti in quelle occasioni si concedono il lusso di scambiare due parole con se stessi; coi se stessi cerchi di tronco più piccoli e dentro. Col bambino che comunque ci aspetta alla fine del viaggio. Col verissimo sé.
Quanti grandi, alla fine dei miei incontri con insegnanti, genitori, bibliotecari, adulti a vario titolo legati ai libri per l’infanzia, quante signore che puntualmente hanno pianto a quelle tali filastrocche che io so, vengono a dirmi al tavolo delle dediche, commosse e imbarazzate, sempre la solita frase: “mi ha fatto tornare bambina”. E sbagliano: con la scusa dei bambini, ma da adulti, dagli adulti perfetti che sono, hanno guardato dentro ad occhi aperti, hanno abbracciato per un istante il tutto‑sè, hanno dato a se stessi il permesso di essere interi, come tronchi massicci. Che se fossero davvero alberi cavi, quali si atteggiano in pubblico ad apparire, alla prima tempesta di vento verrebbero giù.

      

È vero che le poesie non cambiano il mondo? eppure in tanti sostengono che il vero salto antropologico necessario per uscire da questa società dell’accumulo di beni materiali, è nelle mani dell’arte, quindi anche la poesia dovrà fare la sua parte.

Le poesie non solo cambiano ma salvano il mondo. Non hanno mai smesso di salvarlo, lo stanno salvando in questo preciso momento. Il fatto lampante che il mondo continua a girare vuol dire che le poesie, le storie, la musica, le immagini d’arte, le danze, le parole gentili dette agli altri, e ogni singolo gesto di piccolo bene lo stanno salvando ogni giorno.
Non so se le poesie serviranno a “uscire da questa società” e a entrare in un’altra. A muovere questo transito scendono in gioco tante altre forze: l’economia, oggi si dice, no? Magari un tempo si diceva l’Avidità, la “lupa che di tutte brame | Sembiava carca nella sua magrezza | E molte genti fe’ già viver grame”. L’economia, quindi, che tanta gente fa vivere grama (non è cambiato poi tanto). E i mercati: un tempo si diceva la Provvidenza. E la politica, le grandi migrazioni umane, la tecnologia in espansione geometrica, l’esaurimento delle risorse: tante forze entreranno e tante sono già in campo, per orientare in che direzione si andrà. Ma ovunque si vada per andarci servono piedi. Per fare umanità servono umani. E piedi e mani e testa e cuore umano li fanno la bellezza e la poesia.
Basta provare a raccontarlo a un bambino e diventa semplice. La mancanza di poesia, la privazione di bellezza, l’odio, il male, distruggono il mondo. La poesia, la bellezza, l’amore, il bene, conservano il mondo. Il mondo è forse distrutto? No, guarda fuori dalla finestra: gira ancora. Allora chi sta vincendo?

         

Wilhelm von Gloeden, Bambina in abito a scacchi con rose, Sicilia, 1899 - in apertura "Vecchio e giovane alla fontana del giardino", 1902, Met Museum
Wilhelm von Gloeden, “Bambina in abito a scacchi con rose”, Sicilia, 1899 – in apertura “Vecchio e giovane alla fontana del giardino”, 1902, Met Museum

 

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