Intervista a Caterina Davinio

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Intervista a Caterina Davinio, a cura di Paolo Polvani.

 

 

1) Hai scelto un titolo, Il libro dell’oppio, ricco di suggestioni letterarie, mentre le poesie sembrano appartenere più alla vita vissuta che alla letteratura. Ti piace confondere le acque ?

Certo… a confondere arte e vita si dà sapore a entrambe e si vivono più emozioni nell’una e nell’altra, però si rischia di farsi male… Se non c’è vita sotto la pelle della poesia, la letteratura la rende cosa dotta e grigia. In certa misura le suggestioni letterarie fanno parte anche della vita, quando la letteratura è nella tua formazione, negli studi, nella storia personale. La poesia è linguaggio, e il linguaggio è chiave di lettura della vita; senza linguaggi non potremmo non solo raccontarla, la vita, ma neppure decodificarla, compiutamente viverla. Così linguaggio e vita si compenetrano e completano a vicenda continuamente.

2) La raccolta è rimasta nel cassetto per oltre vent’anni. Cosa ti ha fatto decidere che i tempi erano maturi per la pubblicazione?

Il libro dell’oppio è parte di una raccolta molto più grande, Fatti deprecabili, suddivisa in vari libri, che contiene oltre quattrocento testi dal 1971 al 1997. Quando ho scritto molte delle poesie incluse nel volume non avevo interesse a pubblicare; ciò era fuori dal mio orizzonte, non possedevo nulla, non avevo energie, né personali, né economiche, per occuparmi di libri e rapporti con editori: la vita s’inoltrava in tortuosi sentieri fuori dalle righe e dalle regole, che allora m’interessava percorrere, in cui volevo cadere, perdermi, scomparire. Poi le cose sono cambiate e temevo che il libro potesse creare di me un’immagine che non era quella che volevo dare, e, se da un lato non ritenevo onesto edulcorare o falsificare la realtà di certi momenti presenti nell’opera, dall’altro non desideravo neppure renderli di dominio pubblico così com’erano. Semplicemente li ho messi da parte, come una specie di diario segreto di un tempo che a poco a poco è divenuto remoto. Poi le carte si dimenticano, finché un giorno mi sono ricapitate tra le mani e le ho rilette, a distanza di tanti anni, con rispetto, come un pezzo di vita di un altro, come se fossero state scritte da un’altra persona, qualcuno cui, nonostante tutti i suoi errori, sentivo di dovere qualcosa, anche di ciò che sono oggi. Quello è stato il momento in cui è scattato il convincimento che pubblicare quel libro, in un certo senso, fosse un dovere.

3) Mi piace molto la dedica del tuo libro: alle mie cattive compagnie.

“Cattive” per modo di dire. Forse sono il genere di compagnie che i genitori non si augurano per i propri figli, che una certa mentalità diffusa giudicherebbe non buone. Ma per me non era così e ho voluto rivendicarlo nella dedica del libro. Erano i miei compagni di allora, con cui ho fatto un pezzo di strada di vita. Posso ricordare ognuno dei volti di quelle persone, alcuni dei quali ritratti nei versi del libro. Alcuni sono morti, non ci sono più. Ho voluto ricordarli con affetto, dedicando a ognuno di loro questo libro.

4) Tu scrivi: – Voglio ricordarlo questo momento, questo sfuggire infinito / e questo è tutto. – Stanno qui le ragioni del tuo scrivere ?

No, non stanno solo in questo. Il verso si riferisce all’effetto della droga, di cui parla quella poesia; la droga è solo tempo presente e la poesia cerca di fissare sulla carta il momento fugace per non perderlo, prima che svanisca, un modo per prolungare qualcosa di tremendamente effimero. Viene usata quella capacità “eternatrice” della poesia per trattenere l’esperienza che il drogato ama di più: l’effetto immediato della droga. Ma la poesia è non solo presente, è anche memoria, anticipazione, immaginazione, visionarietà, anche se tutto viene filtrato nel presente della scrittura. Io non conosco le ragioni del mio scrivere. Potrei dirtene mille e domani le cambierei. Solo dopo aver scritto mi rendo conto che avevo cose fondamentali da dire, oltre quello che pensavo di voler dire, e che dovevano essere dette. È un’esperienza vitale con radici connaturate con ciò che semplicemente il poeta è, al limite del fisiologico. Scrivere è il momento in cui la letteratura, la cultura e tutto ciò che sappiamo si fondono con la dimensione fisica, biologica, per consentire e concretizzare questa estroflessione, emissione di vita sotto forma di linguaggi, che chiamiamo arte, poesia. Questa è l’unica poesia viva, che a me interessa, che non mi lascia indifferente.

5) Nella raccolta ci sono momenti molto intensi di poesia, per esempio in questi versi: – Noi risorgemmo dal nostro inferno come lievi angeli / con il solletico di dio nelle vene giudiziose / graffiati da artigli, aghi come baci – Qui sembri suggerire che per risorgere come angeli sia necessario attraversare l’inferno. È un tema caro alla letteratura.

Oggettivamente non penso che si debba attraversare l’inferno per risorgere, sarebbe “ingenuamente” romantico, o decadente, e autolesionista, e non lo credo. Dipende anche da cosa vuoi chiamare inferno: ci sono alcune vite segnate da esperienze violente, estreme, o che diventano tali per il modo che il soggetto ha di guardare al mondo e alla vita, all’esperienza in tutti i suoi aspetti. Tuttavia, se in una vita non accade nulla, se si rimane solo sulla superficie rassicurante delle cose, se non si rischia niente, non si ha niente da raccontare. In quei versi ho cercato una metafora e un ossimoro che potessero rendere l’intensità di un momento, il senso di salvazione, di resurrezione che accompagna l’ingresso in determinati “paradisi artificiali”, scrollarsi di dosso il male di vivere, la colpa di essere semplicemente uomini, o solo il male della sindrome di astinenza, per dirlo con parole poco poetiche. Si va in una direzione che sembra quella del paradiso e ci si ritrova traditi, un inferno dal quale si può risorgere solo reiterando l’uso della sostanza.

6) Spesso le tue poesie sono legate al viaggio. Che significato ha per te il viaggio ?

Sì, spesso ho amato dedicare poesie a luoghi della Terra dove sono stata, dove ho vissuto in epoche diverse della mia vita, concretizzando tutta la dimensione interiore che caratterizzava quell’incontro con paesi esotici e lontani o talvolta vicini; questa poesia dei luoghi è attraversata anche da geografie interiori e della memoria, o da ambienti immaginati, come il nostro pianeta visto dallo spazio, per esempio.
Ho dedicato al viaggio tre raccolte: Alieni in safari, che sto traducendo in inglese, Cadere all’infinito, cui sto ancora lavorando, che sono due libri di poesia e fotografia; e Aspettando la fine del mondo, che uscirà a ottobre, con testo inglese a fronte, per i tipi della Fermenti Editrice di Roma.
Viaggiare è un momento in cui coltivo tutto il mio senso di estraneità come una preziosa risorsa su cui contare: sentirsi straniero ovunque e di casa in ogni posto.
Viaggio in un atteggiamento di umiltà, per imparare, per guardare negli occhi l’altro, incrociare quei volti, quegli sguardi che non rivedrai mai più e in quel momento devono dirti qualcosa sulle radici profonde dell’essere uomini e donne come te.
Viaggiare è il modo migliore di apprendere, è cultura, è anche anticipazione, immaginazione, aspettativa e studio, che ci fanno preparare al viaggio stesso – un viaggio non “preparato” sa di poco – e infine un viaggio fatto continua a darti qualcosa per tutta la vita, perché diventa bagaglio di riflessione, memoria.
Viaggiare significa essere disposti a farci mettere in discussione da ciò che incontriamo, capire che le nostre certezze non sono incrollabili, che nessuna paura è insuperabile, perché viaggiando ci si espone sempre più o meno a qualcosa di ignoto, che percepiamo come possibile pericolo. Bisogna lasciarsi “attraversare” dall’esperienza di ambienti, atmosfere, facce, cose, persino animali. Ho dedicato delle poesie ad animali esotici e non conosciuti in viaggio. Anche l’animale è un compagno di viaggio, può essere un incontro fortuito di viaggio, bisogna guardarlo negli occhi.
L’Africa, l’India, il Brasile, il Nepal, per citare solo alcuni dei luoghi trattati in molte poesie, hanno lasciato in me un segno infinito e sono un serbatoio inesauribile di suggestioni e immagini, mi hanno aiutato ad andare a fondo in me stessa e a cogliere poi le cose da una prospettiva poetica che sempre rinnova quelle esperienze, le ripropone e le rigenera. Tra viaggio e scrittura scattano delle sinergie.

7) Come sono stati gli anni della tua discesa all’inferno?

Se ti riferisci agli anni del libro dell’oppio devo dirti che a ripensarli nella luce di oggi mi sembrano bellissimi perché sono quelli di una splendente, ancorché disordinata, gioventù, e anche se pericolosi e attraversati da penosi sbandamenti e incertezze, dal continuo cercare di sfuggire alla noia, dal non sapere bene che fare della propria vita, dal sentire la società organizzata e la famiglia come insopportabili, incomprensive, limitanti, fatte di pregiudizi e ostili. Sono stati edonistici, dannati, divertenti e folli. Certo scherzando col fuoco si finisce per bruciarsi, ma fa parte del gioco e io non ho paura. Diciamo che nel passaggio dagli anni Settanta agli anni Ottanta si è perso qualcosa: alcuni sogni, speranze, anche politiche, di cambiare il mondo in direzione dell’uguaglianza e della pace, sono caduti, lasciando il posto a un vuoto e a una scelta agghiacciante: o integrarsi in una società competitiva, vuota e superficiale, in cui non ci si poteva e voleva riconoscere, o autoemarginarsi; in fondo, autoemarginarsi è stata una scelta culturale di una generazione che, prima, a certi ideali forse ci aveva creduto.
Determinate esperienze estreme narrate nel libro non sono l’inferno, perché comunque i protagonisti vivono una vita piena, temeraria, sperimentano tutto, talvolta ferendosi con i loro giocattoli taglienti; più che inferno, è una dimensione patologica quella da cui nascono e in cui sfociano droga, alcolismo, abuso di farmaci, depressione, malattia mentale. La tossicodipendenza è una malattia. È la malattia che può essere un inferno, non l’esperienza in sé.
Il vero inferno sono la noia, la banalità, il non avere nulla da dire, il ritenersi integrati e “normali” e invece condurre con apparente normalità una vita assolutamente insensata.

8) Scrivi dall’età di quattordici anni. Com’è avvenuta la scoperta della poesia ?

Come tutti, penso, ho scoperto la poesia tra i banchi di scuola. Un giorno, avevo quattordici anni, presi una delle prime, solenni sbronze… e sentii l’impulso di afferrare carta e penna per affidare a un foglio una verità, un’invenzione, una menzogna, una frase capace di dirci qualcosa di profondo sull’essere umano… su ciò che siamo, sul nostro senso. Mi ricordo quel momento: fu un atto cruciale e volitivo. Così è cominciato tutto. Poi iniziai a comprare libri di poesia, al liceo.

9) Ci sono poeti che hanno segnato o segnano il tuo percorso?

Non direi abbiano segnato o segnino il mio percorso, ma letti e riletti più volte e sono tra i preferiti (poeti e narratori): T. S. Eliot, Garcia Lorca, Rimbaud, Baudelaire, Ezra Pound, Friedrich Nietzsche, tutti gli autori della Beat Generation, Charles Bukowski, Robert Musil, Dostoevskij, Tolstoj, Ugo Foscolo e ovviamente ne potrei citare moltissimi altri.

10) Ti occupi di poesia elettronica. È il mezzo che distingue questa nuova ricerca da quelle che l’hanno preceduta? E mi riferisco alla poesia visuale, sonora, alle varie forme di sperimentazione che si sono succedute a partire dagli inizi del 900.

La e-poetry usa nuovi media come il computer, il video, Internet, anche in installazioni e vari ambienti interattivi e forme ibride, tuttavia tali mezzi non sono neutri, ma alterano la struttura dell’opera poetica in profondità. L’elettronica non deve essere solo un supporto, ma entrare nella sintassi. La poesia elettronica è un genere vicino all’arte elettronica e alla net art, anche se in modi diversi elabora elementi di linguaggio verbale in quel contesto. Sviluppa a livello tecnologico l’esperienza e alcuni concetti di base posti dalle avanguardie e della neoavanguardia, della poesia visiva e sonora, performativa, concreta. Nella e-poetry però l’attenzione si sposta dal prodotto finito al processo di elaborazione: è lì che si può cogliere la struttura e che si possono analizzare le differenze, capire come funziona l’opera e in cosa è diversa da un’altra. Diciamo che oltre a mutare la struttura dei vari lavori realizzati e le modalità operative degli artisti, l’e-poetry ci ha costretti anche a modificare l’approccio critico.

11) Che futuro vedi per l’editoria legata alla poesia?

Da un lato è diffusa la pratica della pubblicazione a pagamento e gli editori non si impegnano nel pubblicizzare i libri che stampano, dall’altra i grandi editori, che non stampano a pagamento, pubblicano pochissimi nomi, non sono quindi rappresentativi della poesia contemporanea nella realtà del paese, inoltre il mercato è obiettivamente molto difficile. Opportunità praticabili si presentano a chi attua una via di mezzo, costruendo un serio progetto culturale e attivandosi nella promozione dei prodotti editoriali che mette in cantiere. Gli operatori seri e onesti riescono prima o poi a farsi conoscere e a creare una proposta che alla lunga è vincente e riesce a emergere e ad affermarsi. Questo vale sia per gli imprenditori del settore, che per i loro autori. Le pubblicazioni elettroniche possono essere un futuro e sono una realtà da tenere d’occhio, perché hanno costi molto contenuti e rapida e maggiore possibilità di circolazione rispetto a un libro, anche se minore durata.

12) Com’è la vita quotidiana di Caterina? Oltre alla poesia che interessi coltivi?

Purtroppo molte ore al computer, spesso faccio così tardi che dormo allo studio. I miei interessi: l’arte contemporanea, la fotografia, il video, l’arte e la poesia elettronica, i libri – scrivo anche romanzi e saggistica – viaggiare, la musica rock e underground, i grandi festival goa e psy trance, Mozart, Wagner, la F1, e molte altre cose.

Tutte le immagini riprodotte nella testata e nella pagina sono di Caterina Davinio, protette da copyright, tutti i diritti riservati (c) Caterina Davinio.

 

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