Intervista a Chandra Livia Candiani: seminari a scuola

Frank Eugene, "Brigitta Wenz", 1900, Met Museum

Intervista a Chandra Livia Candiani, a cura di Emilia Barbato e Paolo Polvani: seminari a scuola.

    

    

Alle prime lezioni come riesci a cogliere l’attenzione e l’interesse dei bambini?

Vado a scuola tutta intera, con la paura, l’inadeguatezza, i pochi strumenti, la passione per la poesia e la mia vita come libro di testo. Mi fido dell’infanzia che è viva in me, o forse sarebbe meglio chiamarla la vita prima, perché infanzia è l’età muta, che non può parlare, mentre noi a scuola parliamo proprio da lì, dalla mutezza della mente discorsiva degli adulti e dalle vene pulsanti della vita prima, prima dei concetti, della rigidità delle opinioni, dei giudizi, della città, della competizione. A nove, dieci anni, l’adulto si affaccia già ma è più facile scalzarlo e metterlo di lato, almeno ci proviamo. La mia infanzia è stata ammutolita, vivevo in una grande, divorante paura e così ho una pelle sottilissima e le bambine e i bambini lo sentono subito e sanno di potersi aprire. Per i bravi a scuola è un po’ più difficile, perché hanno qualcosa da perdere, delle aspettative da soddisfare, per i vacillanti invece è una festa di sbagli e di esperimenti. Ad alcuni faccio paura e si rintanano finché non sentono che anche a scuola ci sono zone temperate, dove la biodiversità è rispettata, il clima è mite e l’atmosfera serena e un po’ folle.
Da anni seguo una formazione clown, così cerco di avere una faccia mobile, elastica, con tante espressioni e soprattutto abitabile. La faccia raggiunge prima delle parole, dice subito: ti tengo; oppure: non ti voglio. Credo che con le bambine e i bambini conti l’onestà, loro lo sentono se ci sei davvero, se sei presente e allora ti adottano, ti eleggono a ponte.
Viene a scuola con me anche il rigore della poesia, c’è una certa serietà che mi porto dietro anche senza volerlo e anche questo fa aria di lavoro. Spesso, sento la loro fatica, hanno alle spalle una mattina di scuola, ma poi quando vado via, qualcuno sospira e dice: “Che bello che è stato…” Ieri è successo con Maguette, una bambina senegalese, mi ha detto: “ Il mio nome significa ‘vecchia’” e sembrava perplessa, anche un po’ imbarazzata. Le ho detto che ‘vecchia’ significa anziana, che ha tanta esperienza e saggezza, una da rispettare. Lei poi ha riso parecchio, chiacchierato, mosso le sue lunghe braccia in giro per il cerchio, ma alla fine ecco quel famoso sospiro.
E poi il cerchio… stare in cerchio aiuta moltissimo, è una figura dell’invisibile, all’interno del cerchio c’è il vuoto da cui peschiamo le parole e noi siamo la circonferenza, ognuno di noi è il centro eppure nessuno è al centro. Stare soli insieme e invitare il silenzio a venire a visitarci. Ascoltare il silenzio fa arrivare qui, qui dove è il corpo, ci raggiungiamo.

     

Insegnando in classi multietniche quale metodo segui per farti capire da tutti?

Parto dalle parole che i bambini sanno già, anche pochissime. Di recente, Ridma, appena arrivato dallo Sri Lanka, con pochissime parole nello zaino, ha scritto:

In cielo un uccello vedo
e vedo una porta.

Mi è sembrata una poesia bellissima, ho pensato che la porta fosse quella della poesia che con briciole di parole dice un tutto inafferrabile dalla ragione saccente e apre una soglia sullo sconosciuto.

Ci sono bambini che non hanno parole in italiano e allora qualche volta cerco un interprete, strettamente bambina o bambino, oppure scrivono nella loro lingua, ci fanno ascoltare il suono e se trovo qualcuno che me le traduca, bene, altrimenti conservo foglietti con ideogrammi cinesi o scrittura araba o cirillica. Sono quadri sonori.
Samiha è appena arrivata dall’Egitto, fa sforzi da funambola per comunicare senza linguaggio, con tutti, cerca di afferrare il senso di ogni pianto, esultanza, silenzio e propone gomme, matite, sorrisi, mani da stringere. Le ho detto: “Scrivi pure in arabo…” Un sorriso le ha spaccato la faccia che è diventata come una luna raggiante. Ci sono altri egiziani in classe, lei ha scelto come traduttrice una bambina che sa l’egiziano parlato ma non legge l’arabo, e ha chiesto di metterci in un angolo noi tre, lei leggeva bisbigliando alla sua interprete che mi sussurrava all’orecchio la traduzione. Un’esperienza meravigliosa.

Poi abbiamo come alleato il silenzio pescatore. Samuele, 9 anni ha scritto così:

La poesia e’ una cosa che ti sveglia dal sonno
della vita,
e’ come il mare delle parole
e li’ sul portico del portico a pescare i pesci parola.

Attraverso il silenzio e l’attenzione sensoriale al respiro, ai suoni, al tatto, alla vista, all’odorato, alla vita intera, cerchiamo le parole che vengono in visita e ascoltiamo poesie che dalle parole si lasciano visitare e non quelle che vanno a caccia di parole o spiegano il mondo con le parole, cerchiamo le parole nude. Così più o meno abbiamo tutti un dizionario minimo e ci sono meno differenze. Poi, si sa, la poesia è articolazione del silenzio, quindi non conta molto sapere tante parole, i bambini senza terra sotto i piedi si attaccano anche a una sola parola e ne fanno un salvataggio. Nabil:

Io sono luna
cosa è Nabil?

O ancora, un bambino che mi ha fatto sentire il silenzio:

Il silenzio
Luna.

Nemmeno l’articolo.

Nessun bambino, nessuna bambina deve restare non vista, se ognuno esiste per me, se li vedo tutti a ogni incontro, succede il travaso, l’alchimia delle parole che viaggiano. Non ci sono tecniche, c’è solo l’arte, di essere al mondo, di scamparla. Per questo, quando mi chiedono di insegnare agli adulti come si fa a insegnare la poesia ai bambini, mi scandalizzo. Ognuno ha il suo modo, fidati della tua paura, di tutto quello che non sai, fidati del ridicolo, di essere fuori luogo, fidati della tua passione e vai a scuola, a incontrare altri esseri. Finita la formazione.

     

Come sono strutturati i tuoi seminari?

Pochi incontri, di solito solo tre per classe. Per i tagli all’istruzione. Supplisco alla scarsità di tempo con la forza dell’intensità. Seguo un percorso inventato di volta in volta. Di solito parto dal silenzio, dal sentirlo, dallo scriverlo, dal farne campo base. All’inizio, parlo, leggo poesie, ci dedichiamo alla coltivazione della presenza. Poi ognuno scrive. In silenzio. Infine, leggiamo ogni poesia a voce alta. Ma è solo un’ossatura, è importante essere pronti a lasciare ogni schema per incontrare quello che c’è di volta in volta. Quest’anno ho fallito alla grande in una classe. Non mi avevano avvertito che su venti bambini, cinque non scrivevano e otto avevano bisogno del sostegno. In realtà, non stavano nemmeno seduti, avevano cambiato tre maestre nel giro di pochi mesi. C’erano conflitti tra egiziani e marocchini e scontri tra maschi e femmine. Non stavano nemmeno seduti in cerchio. All’inizio, mi sono sentita patetica, come una che va a dipingere di bianco una baracca in India. Poi, ho respirato, ho lasciato perdere qualunque desiderio di farcela e qualunque definizione di poesia. Abbiamo messo la musica e danzato. Poesia: fallimento totale. Lo ammetto. Incontro: tutto bene. La volta successiva abbiamo scritto una poesia collettiva, un verso per uno. Chi voleva dettava e io trascrivevo. Non era possibile affidarsi alla scrittura. Ecco qui:

La gioia nel corpo
l’entusiasmo della vita
il cielo vive
amore del cuore
la prima notte
la nuova amicizia
io sono sulla luna
mi manca il sole
l’aria nel vento
il mio papà lavora
io mi sono confrontato con una sparatoria
la felicità è un’emozione che muove
mi manca la mia città
il vulcano esce come una salsa.

Certe volte, bisogna accettare che quello che si può fare è pochissimo e andarsene a casa frustrati e un po’ scemi. Anche questo fa parte dei seminari, la propria pochezza. Fallire insegna tantissimo, soprattutto l’umiltà ma anche la comprensione di cosa vado a fare a scuola, se vado a fare incetta di poesie o a seminare e a lasciar fare al tempo, magari sbocceranno quando io non ci sarò più, se vado a incontrare, a lasciare tracce invisibili. Se sono disposta a tornare a casa a mani vuote, allora…

Una bambina, Lorenza, rumena, ha scritto: Io vicino a un fiore fiorisco.

Certe volte bisogna fare la parte del fiore, silenziosi, immobili, lasciarsi annusare, non sapere se si è belli o brutti, profumare comunque, anche se non passa di lì nessuno. Senza funzione. Apparentemente.

     

Qual è la strada più semplice per avvicinare i bambini al luogo in cui abitano le parole?

Amare la parola, servirla, mantenerla in vita. Lasciarsi sorprendere dalla parola. I bambini sentono tutto, sentono da dove parli, in cosa credi, ti mettono alla prova, se resti in piedi bene, se cadi anche va bene, purché tu non faccia finta di niente. Parla dalla caduta, da terra. Io cerco di trasmettergli che la poesia non è da capire, ma da ascoltare e lasciar entrare dalla pelle e non solo dalle orecchie. Porto poesie vere, non filastrocche o poesie scritte apposta per l’infanzia. E spesso restano colpiti dalle parole più improbabili e misteriose, sono stanchi di parole che dicono quello che sanno già a livello esistenziale. Non sono analfabeti dei sentimenti. Amano essere sorpresi. Non insegno, semino. Un contadino sa aspettare e non se la prende con il clima e con i diversi tipi di terreno, magari impreca, ma poi sa che è l’incontrollabile che ci governa e fa quello che può, fa il massimo all’interno dei suoi limiti.

     

Come insegni il silenzio che fiorisce?

Ogni vero silenzio fiorisce. Da dove vengono le parole? Dal silenzio sentito. Il silenzio non è mettere a tacere, è ascolto. Non parlo del silenzio, lo faccio con loro. Lo sottolineo, li invito a cercarlo. Come piacere. Sono abituati al silenzio punitivo, armato. Il silenzio gioia di essere e di respirare gli è sconosciuto. Fare silenzio insieme è un’esperienza di comunione che porta spesso al desiderio nudo di comunicare. Da quella nudità le parole arrivano nuove, scivolano fuori neonate.

    

Che reazioni hanno i bambini quando diventano il poeta che sente? Nel libro sui tuoi seminari a scuola (Ma dove sono le parole? a cura di C.L. Candiani e Andrea Cirolla. Effigie 2015) tu parli di paese radice ed effettivamente leggendo le poesie è immediata la percezione di questa matrice comune. Come ritrovano il paese radice? 

Quando siamo in cerchio, all’inizio diciamo il nostro nome e quello del paese che ci è radice, spiego che anch’io come paese radice ho la Russia anche se sono nata in Italia. Quando un bambino o una bambina rilegge la sua poesia che è uscita dal suo deposito di Non so, spesso arrossisce, fa fatica a leggere a voce alta, si sentono denudati, cambiano pelle, ma una volta partito il primo a leggere, gli altri seguono. Una forma antichissima di pudore. Tornano timidi, delicati, la spavalderia, la villania se ne vanno, si sciolgono come un’armatura di ghiaccio al sole. Ci può volere del tempo, può far molto male, creare tante resistenze e le resistenze vanno onorate perché proteggono un cuore troppo sbucciato e già indurito dalle lotte con gli adulti o con il nuovo mondo.

Ieri Fatou, senegalese, una regina orgogliosa, con la sua dignità ferita e ogni volta ricucita che le fa da mantello, ha scritto:

Abito nel mondo
vivo come te
non sono diversa
ho le stesse cose
che hai tu perché
abito nel mondo.

L’ha letta come distribuisse schiaffi, ma schiaffi di vento, onesti, impersonali, essenziali.

Gli leggo poesie di paesi diversi, ma ogni poesia che sia tale nasce da un esilio, una lingua perduta, parole dopo uno sbriciolamento. E loro lo avvertono. Entrare dentro di sé significa tornare a casa, tornare alla fonte, quello è il paese radice, lì incontriamo gli antenati, le ombre, i luoghi perduti. In russo c’è la parola toskà, nostalgia di quello che non ho conosciuto. Appunto.

     

Puoi farci un esempio di domande guida alla parola?

Da dove vengono le parole? Dove vanno i suoni quando finiscono?
Chi sono?
Come? (Senza dire di cosa si parla)
Dove?
Cos’è adesso?
L’importante non è tanto quali domande fare, ma imparare a non rispondere, stare in uno spazio di sospensione e abitarlo, attendere. Domandarsi l’ovvio, non dare niente per scontato. Non saper rispondere è l’avventura, lo scacco è la possibilità.

      

Ti è mai capitato attraverso una poesia di percepire un disagio familiare?

Spessissimo. Di sicuro, sento sempre il disagio dello strappo nei migranti, ma anche delle differenze in chi è nato qui ma non si è mai davvero mescolato, fuso. Scrivendo sulla mancanza, una bambina marocchina ha scritto solo: “Mi mancano i mercati.” Una sensazione fortissima, uno strappo dagli odori, dai colori, dai suoni, più intenso di qualsiasi grande discorso. E poi le separazioni. Non dimenticherò mai Juri, un bambino russo che non scriveva quasi niente, restava imbronciato e pietrificato, seduto sempre di fronte a me, fuori dal cerchio. Poi, una volta ha attraversato il cerchio, mi ha raggiunto e mi ha chiesto: “Perché l’amore si rompe?” Qualche volta parlo con la maestra, altre volte chiedo della psicologa, se esiste, se intuisco una situazione di abusi o di violenza. Ho anche avuto tanti bambini e bambine che vivono in comunità, separati dalle famiglie, per la pericolosità della situazione. La poesia dice sempre il male nascosto, scopre. Una ragazzina scriveva e poi con la matita ricopriva tutto di nero, non ho mai cercato di decifrare niente, ho accettato, anche se con un male tremendo, la sua velatura nera.
Altre volte, sono le maestre a restare colpite, una ha scoperto solo nel laboratorio di poesia che a una bambina era morto il padre.

     

Potresti indicarmi il modo più semplice per liberare la fantasia di mia figlia e insegnarle  a concentrarsi su ciò che vede e sente? 

Non si tratta di concentrarsi ma di percepire, di chiedere di allargare lo sguardo, lasciar entrare il mondo negli occhi e non uscire ad afferrarlo. Falle notare le stranezze della natura, degli esseri umani, degli animali. Il mondo fa anche ridere, se lo guardi con disincanto, che poi è una forma di incanto senza incantesimo, di grazia. E poi ascoltare i paesaggi sonori, siamo sempre rapiti dalla vista, ma ascoltare i rumori, i suoni del mondo, fa sentire parte di una sinfonia complessa che toglie dal consueto, dal convenzionale, da causa-effetto.
Insegnare il piacere e la gioia di essere nel corpo, nel respiro, nel passo, fallo prima tu e vedrai che glielo passerai come una saponetta che scivola di mano in mano.

         

Frank Eugene, "Frank Jefferson", 1898, in apertura "Brigitta Wenz", 1900, Met Museum
Frank Eugene, “Frank Jefferson”, 1898 – in apertura “Brigitta Wenz”, 1900, Met Museum

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