Intervista a Chandra Livia Candiani

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Intervista a Chandra Livia Candiani, a cura di Paolo Polvani.

   

  

Diamo il benvenuto su Versante Ripido a Chandra Livia Candiani e la ringraziamo per averci concesso un’intervista. In altro articolo in questo numero potete trovare quattro sue poesie.

Vi proponiamo qui le nostre domande e le sue risposte.

    

La poesia è un cammino ?

Per me sì, la poesia sta sempre più rivelandosi come un cammino. Ho iniziato a caso e maldestramente. Avevo dieci anni. Ci sono stati gli anni adolescenti con una poesia fortemente autobiografica e arrabbiata, poi una destrutturazione quasi astratta, infine sono approdata a una mia
attitudine, un lasciar essere la voce, nutrirla, farle spazio, non lasciarla sola, ma anche abbandonarmi ai suoi imprevisti. È un cammino come lo è la vita, se scegliamo di farne un libro di testo, un modo per studiare o per cantare, per cogliere l’ombra, l’accenno di un senso.

      

Dalle tue prime poesie alla Bambina pugile sono trascorse molte visioni.

Eh sì, sarebbe un disastro se non fosse così. Che bella parola usi: visioni. È vero, cambiano con noi, quasi non ce ne accorgiamo, ma è il segno di essere davvero vivi, davvero in trasformazione costante, il cambio di visione. E non si deve farlo apposta, bisogna che cambi da sé, da sé si corregga la vista. Certe volte capisco solo leggendo le poesie che scrivo che c’è un cambiamento in atto. Altre volte, non scrivo per tanto tempo, un doloroso letargo. Ma poi la poesia ritorna e sempre c’è stata una mutazione, un cambio di pelle o di sguardo.
Ho avuto per anni visioni di tenebra, sono stata una persona molto ferita e lo sarò sempre, ma piano piano ho allargato la visuale: chi non è ferito? La ferita non è forse l’impronta più rapida e duratura che la vita lascia in noi? Ma è anche quello che ci affratella e ci fa rilanciare. Credo che nel tempo la visione più dissimile che mi ha cercato e trovato pronta a dire di sì, dopo lunghe battaglie, è stata la compassione. Prima mi sentivo molto unica e sola come un sasso, una pietra. Poi, piano piano, allargandosi il fascio della vista, ho percepito la sofferenza comune, l’abbaglio dell’unicità con la sua discesa inevitabile nella vittima. Ora so che siamo incontri di forme diverse di sofferenza e so che se accolgo la mia sofferenza, accolgo anche quella dell’altro e da lì è possibile partire per un percorso diverso da quello dell’amarezza e dell’abbandono. Forse si chiama fiducia. Insensata fiducia. Audacia della fiducia.
Allora anche la poesia diventa più ampia, più in ascolto di un largo, come si direbbe in musica.

    

Tu scrivi: “A me è successo spesso di sfogliare sconfortata libri e libri di poesie in scaffali di grandi librerie e di non trovare un solo verso che mi facesse trasalire”. Che intendi per trasalimento?

Una svolta nel pensiero, un salto, anche l’accenno di un abisso. Leggi e senti questo balzo e un trasalimento del corpo. Non so, non è solo uno spiazzamento perché dentro ha anche un ritorno a casa, una giustezza quasi matematica della parola. Come se venissi spostata da un luogo comune o da un condizionamento, ma non gratuitamente, perché allora non trasale proprio niente, c’è un accordo con qualcosa di più ampio, uno spartito più vasto, forse quella che Rilke chiamava melodia delle cose?

    

Che intendi per “togliere idee e ridare sussulti” ?

Credo che del mio cammino faccia parte la sostituzione del pensiero, quello collettivo, ereditato senza vaglio, con il sentire. Sentire non è emozionarsi, è una funzione conoscitiva, un’antenna che va verso qualcosa e tasta, assapora, annusa, percepisce. Poi si forma un’immagine e man mano un vedere aperto, improvvisato, nel senso che non si abitua e non si ripete automaticamente. Un animale che fiuta con quel muso vigile, proteso che hanno gli animali verso il mondo.

     

La Bambina pugile è un bellissimo titolo. Che importanza dai al titolo ?

Ma, di solito il titolo lo trovo per ultimo. Spesso metto dei titoli provvisori brutti che però fanno traccia, mi spingono un po’ sul sentiero della scrittura. Poi, alla fine scelgo un verso contenuto nel libro che lo riassume un po’. La bambina pugile è la figura della mia sopravvivenza ma anche il mio augurio a me stessa di forza, di tenuta. E poi è la poesia della precisione, del rito, dello spazio delimitato, dell’assenza di colpi bassi, del rischio, della vita in gioco.
I titoli mi trascinano un po’ in avanti certe volte, come un cane con un cieco, altre volte mi mettono dei paletti, dei confini per non sentirmi persa, senza di me. E sono anche un po’ profetici, questa bambina pugile si è trovata un sacco di amici impensati, in lei si sono riconosciuti in tanti e qualcuno mi ha perfino scritto: “Grazie di aver lottato per tutti noi.” “Grazie di essere rimasta.” Sono frasi toccanti, ascoltarle ti dà un senso, oltre alla gioia di riversarsi, anche quella di raggiungere e così pienamente! Bisogna aspettarlo un titolo. Quando poi arriva, si è sicuri che è quello e non ti smuovi più.

    

Le tue poesie si rivolgono spesso a un tu. Chi è questo tu?

Béh ci sono tanti tu come ci sono tanti io. C’è un tu immediato, chi amo, chi mi sta a cuore, chi mi fa male o a cui faccio male, chi muore, chi mi lascia, chi mi dà una mano, chi un abbraccio. E faccio parte di quel coro e così è logico che mi faccia cantare. E poi c’è un tu più sconfinato, un tu che ti sbuccia l’identità, ti fa solo, e ti mette faccia a faccia con il mistero, con le forme dell’invisibile, i suoi suoni, i suoi tocchi. È un lessico tutto da apprendere di volta in volta e non ha dizionario né grammatica fissati una volta per tutte, è una lingua straniera inventata da un bambino, e quindi sempre diversa, senza ripetizioni. Il tu in quel caso è avere l’ardire di non assomigliare a se stessi, di impressionarsi della vita e della morte, del tutto-uno.

     

“io ti converto in fame
mio silenzio accattone”.
 Ci sono parole ricorrenti nella tua poesia. Una di queste è silenzio. Un’altra è vuoto.

Il silenzio. Il silenzio è la casa delle parole, la loro batteria fondamentale, dove le ricarichi se non lì? Le parole invecchiano, si sporcano, si intristiscono, avvizziscono, muoiono. Il silenzio è fresco, intatto, fecondo, accogliente, sempre disponibile, portatile, ricaricabile. Non il tacere intendo, ma quella dimensione spaziosa, senza aggettivi, senza nomi, senza forme, che pure abbraccia tutti i nomi, tutte le forme, tutte le qualità, che chiamiamo silenzio ma anche vuoto o spazio.
Per me la poesia è la voce di quello che cerco e non quello che cerco. Da quando ho capito questo, sono più sola e più contenta, come dire una solitudine abitabile, spaziosa.
Ho spesso bisogno di silenzio, perché se parlo più del necessario mi sento subito una ciarlatana.

     

Che rapporto esiste tra poesia e necessità di grazia, quella che “seduta in riva alle lacrime / pesa un quintale”?

La necessità di grazia è come l’attesa della poesia.

    

La più bella poesia mai letta sulla musica è tua. Che rapporto hai con la musica?

Difficile. Avevo un fratello che non poteva ascoltarla, soprattutto la musica classica, piangeva e stava male se sentiva anche poche note. Essendo fratelli qualcosa deve essere rimasto anche in me. Ci sono momenti in cui l’ascolto tanto, ma allora mi fermo e ascolto davvero, non è un sottofondo e altri in cui la sento invadente, mi sembra che mi derubi della colonna sonora del mondo, i suoi rumori, anche quelli brutali della città, come se volessi abituarmi alla sua sinfonia. Da giovane ascoltavo tanta musica pop e rock e i cantautori, Dylan è stato un maestro e un amico, ho anche chiamato un gatto Bob Dylan. Ora ascolto quasi solo musica classica, ho bisogno di musica che mi porti al silenzio, non che aggiunga rumore, non che crei emozioni, anzi che le sottragga, che mi porti, mi regga. Ma certe volte, come in certi innamoramenti, mi basta sapere che esiste, che abbiamo avuto l’ardire e la fatica di inventarla, che c’è in noi quel seme. Mi piacciono le variazioni musicali e i loro nomi, mi piace ritrovarli nella vita e in poesia, un largo, un allegretto, un sostenuto assai e un poco più vivace, un andante con brio e un andante un poco maestoso, un larghetto.

    

Ci racconti qualcosa della tua infanzia?

È stata il mio apprendistato, il mio addestramento. Ho imparato tutto lì, anche il male, soprattutto il male. Un’infanzia molto difficile, estraniante, senza mappe, senza regole. Violenta. Si paga per il resto della vita. Ma mi ha anche dato la gioia del soffio, sentire quello strano soffio che viene in cerca di te e ti riempie di gioia e non è niente, è cosa minuscola, difficilissima da condividere, ma ti salva. Non so bene perché ma resti in vita perché ogni tanto c’è quell’insensato soffio di gioia senza motivo. Della famiglia non voglio parlare ora, mi ha così spiazzato la follia che ci dimorava che ero sempre vacillante, ma forse ha creato anche le condizioni per le visite della poesia. Allora, ti racconto un episodio scolastico. Ero un asino al quadrato a scuola e quando mi interrogavano, andavo in un’orribile confusione, una ricerca spasmodica di appigli, come un naufrago. Mentre per molte compagne ero un vero spasso, un momento di ricreazione. Una volta, la maestra mi interrogò in scienze e mi chiese di parlare del corpo umano. Io balbettando iniziai: “Il corpo umano è fatto di ossa, muscoli…” La maestra iniziò a guardarmi fissa, aggrottando le sopracciglia e io velocissima e con sollievo: “Ciglia e sopracciglia!” Risata generale. La maestra, forse impietosita, mi sollecitò: “Andiamo, cosa scorre nel corpo?” E, io dopo una certa riflessione: “L’anima!”
Potrei scrivere una lunga serie di episodi di questo tipo, fanno ridere, eppure era molto faticoso, la vergogna è uno dei sentimenti, insieme alla paura, che ricordo meglio dell’infanzia, mi bruciano ancora le guance.

    

Credo che l’amore senza direzione sia un tuo obiettivo. Raggiunto?

Assolutamente no, ma certe volte lui raggiunge me, sono formica che va per la sua strada, sono lombrico che arieggia la terra, sono pulviscolo atmosferico. Allora perdo pesi e sto proprio bene. Kabir, poeta e tessitore indiano del 1400, ha scritto: “L’amore è un raggio segreto dello sguardo” . Certe volte, sono dentro a quello sguardo.
Ma sul mio modo di amare, ne ho di strada da percorrere! Sono suscettibile, ipersensibile, paranoica, brutale da tanto sono diretta, orgogliosa, spaventata, spesso senza motivo allarmata…
Però, la poesia non è amore senza direzione? Diciamo che ci provo a girarmi da quella parte. Ma sono abbastanza meschina, devo strapparmi spesso da preoccupazioni piccine, da pensierini ottusi, da tendenze al girotondo mentale. Vorrei educare il cuore, ecco vorrei passare il resto di questa vita ad aprire e coltivare il cuore, un territorio inesplorato e senza forme fisse, una terra senza viaggi organizzati, né percorsi turistici, una solitudine profonda al cui centro sta lo sconosciuto altro.

                   

Daniele Pezzoli, "Cavallo Irlanda" - in apertura "Where the streets have no name"
Daniele Pezzoli, “Cavallo Irlanda” – in apertura “Where the streets have no name”

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