Intervista a Claudia Brigato e una poesia

Tutto su mia madre, Pedro Almodovar, 1999_1

Intervista a Claudia Brigato a cura di Paolo Polvani e una poesia.

   

    

Qual é l’idea ed il senso di maternità?

L’idea di maternità spesso viene intesa unicamente nella sua valenza biologica e genitoriale, dunque legata alla riproduttività della specie e all’insieme delle cure affettive e materiali verso i figli. Il “mettere al mondo” sembra appartenere come destino biologico ad ogni donna e pare esaurire ed esaudire il concetto di materno. Eppure a ben considerare, la maternità biologica non rappresenta un’identità permanente, quanto piuttosto una parte della vita femminile, nonostante il rischio dell’equazione donna = madre sia costruzione pregiudiziale sottesa in tanta parte del pensiero e della vita quotidiana, sociale, politica, religiosa ed intellettuale da secoli.
Per mia parte considero la maternità come un’esperienza di trasformazione, una chiamata verso forme di realizzazione che possono essere genitoriali, artistiche, intellettuali, artigianali. Essere madre è essere portatrice di un cambiamento nel mondo attraverso la propria messa in opera, o essere custodi di qualcosa o qualcuno, secondo quanto l’essere di ciascuna intimamente desidera.
Ma sia inteso che l’essere donna non implica vi sia un’appartenenza per necessaria derivazione di una dimensione, anche se estesa, del materno.

     

Quali sono le forze che conducono verso altre forme di compiutezza che non siano genitoriali?

E’ insidiosa una domanda che implica l’idea di genitorialità come compiutezza: se mi compio attraverso i miei figli cedo la mia libertà e la sottraggo a loro. Penso invece che crescere un figlio sia farsi custodi di una libertà che mai potrà assomigliare alla mia, una libertà appunto e che in quanto tale necessiti di un’opera suprema di presa di distanza. Fatico a tener salda la mia libertà d’essere, non potrei condividerla con la responsabilità di cura di un’altra libertà. Per custodire me stessa necessito di essere totalmente indipendente nella misura del tempo che il mio essere chiama per la sua messa in opera. E’ il mio bisogno fondante, primario quello di studiare, pensare, scrivere che oltretutto devo mediare con la necessità di lavorare.

   

Quale idea di tempo e di futuro abita donne che come te hanno scelto di non avere figli?

A volte avverto un senso profondo di sgomento e paura nell’osservare le dinamiche educative verso i figli che stiamo crescendo e mi coglie una sfiducia nell’umano per la quale non vedo possibilità di futuro. Qualche incontro fortunato con bambini e ragazzi mi restituisce un barlume, debole, di speranza; ma nel complesso vedo generazioni di genitori sempre più disorientati e disorientanti rispetto ai processi di crescita e responsabilizzazione dei propri figli. Sarebbe un discorso lunghissimo, ma la mia visione del futuro è strettamente legata al compito educativo, che come singoli e come società stiamo compiendo in modo molto discutibile e pericoloso. E oltre al desiderio, credo ci voglia molto fiducia nel domani per liberare nel mondo una nuova vita.

     

Come vivi questa scelta?

Con serenità. Sono una donna sposata che non desidera avere figli. Non ho mai avvertito il desiderio di un figlio come istanza intima e profonda, come direttrice di senso per me. Ho potuto scegliere, cosa non scontata visto che permane, subdolo, un pregiudizio vecchio di secoli, per il quale mettere al mondo un figlio è, per una donna, un dovere sociale. L’ultima campagna del Ministero della salute sul fertility day la dice lunga in merito.

   

Come ti senti o meno accolta dalla società? 

Il fatto stesso che questa domanda venga posta, è indice di come la scelta di non avere figli da parte di una donna, sia ancora qualcosa di non compreso, un oggetto-soggetto da interrogare. Per secoli ci siamo bevuti la storia dell’istinto materno come un dato di fatto, e la sua mancanza come qualcosa di deviante. Oggi siamo ancora impantanati su questo e le prime aguzzine di se stesse e delle loro simili sono le donne. Ma accettare che tale istinto sia frutto di una costruzione sociale (la Badinter sul tema ha scritto un saggio illuminato: L’amore in più), che la maternità biologica può essere, e spesso lo è, piena di insidie, di pensieri violenti anche, di rifiuti; abolire il mito della madre costantemente amorevole e dedita, aiuterebbe molte donne a liberarsi e a trovare un rapporto più sereno con se stesse e con i propri figli, meno carico di doveri, aspettative e attese.
Ci stiamo lavorando, ma il cammino è ancora lungo.

    

Di seguito potete leggere una poesia di Claudia Brigato:

    

La grammatica del tempo

Per me altro non volevo che il tempo
implacabile di Dio, un futuro
anteriore – quello di Colui che già tutto sa
ma deve lasciar essere perché accada.

A te bastava il presente
semplice dell’occhio attento all’ape
sottocasa ubriaca di tarassaco.

                       

Tutto su mia madre, Pedro Almodovar, 1999
Tutto su mia madre, Pedro Almodovar, 1999

2 thoughts on “Intervista a Claudia Brigato e una poesia”

  1. on esiste l’istinto ma esiste l’amore materno e l’amore paterno che per fortuna la maggioranza dei genitori prova. poi volere ei figli è legittimo e normale quanto non volerli

    1. Grazie Paolo per aver condiviso il suo pensiero. Speravo che si aprisse un dibattito ed un confronto su una questione, quella delle figure e delle valenze simboliche del materno, su cui c’è ancora molto da dire. E mi fa piacere che abbia portato qui la sua testimonianza. Un saluto. Claudia

Gentile lettore, all'autore di questo articolo farà molto piacere se vorrai lasciare un commento.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: