Intervista a Daniela Raimondi, a cura di L. Paraboschi

1Daniela Delia, Dauna Latte

Intervista a Daniela Raimondi, a cura di Luigi Paraboschi: dieci domande attorno al suo libro di poesie “La stanza in cima alle scale”.

    

    

Benvenuta su Versante ripido, Daniela.
Fornisci, per favore, ai tuoi lettori, qualche cenno biografico.

Sono nata in provincia di Mantova e ho trascorso infanzia e giovinezza in provincia di Varese. Nel 1980 mi sono trasferita in Inghilterra, dove mi sono laureata e ho conseguito un Master in Letteratura Ispano-Americana.  Ho iniziato a scrivere tardi, a 40 anni.  Il mio primo libro risale al 2004 e ottenne il Premio Sartoli Salis per Opera Prima. Lo stesso anno risultai fra i vincitori del Premio Montale per una silloge inedita.  Ad oggi ho pubblicato nove volumi di poesia che hanno ottenuto numerosi riconoscimenti. Nel 2012 sono stata selezionata per rappresentare l’Italia all’European Poetic Tournment a Maribor, Slovenia, dove ho ottenuto il Premio del Pubblico.  Miei testi sono presenti in vari siti web di letteratura. Alcune mie poesie sono state tradotte e pubblicate in inglese, spagnolo, ungherese, serbo-croato e lituano.  Un volume antologico di testi in edizione bilingue. “Selected Poems”, è stato pubblicato dalle Edizioni Gradiva di New York. (2013).

    

Tu scrivi: “La poesia è mancanza / è il respiro concavo / dove depongo/ una susina / una piuma / una pietra di fiume.” Puoi chiarire questo tuo sentire che io trovo di altissimo livello? 

Partirei sottolineando che il poeta spesso crea d’istinto e spesso crea attraverso l’inconscio.  Credo quindi sia un’impresa difficile spiegare in dettaglio i propri testi. Questo è un lavoro più congeniale ai critici che sono in grado di analizzare una poesia con il necessario distacco.  Comunque ci proverò.  La parola “mancanza” innanzitutto. Credo che la poesia, come del resto ogni forma d’arte, scaturisca da una ferita, da una contraddizione di fondo, da un qualcosa di irrisolto nella vita dell’artista.  È attraverso l’atto creativo che, consciamente o meno, si cerca di elaborare una ferita.  La parola “respiro” forse suggerisce la leggerezza della poesia, l’impalpabilità dei versi; o forse ho attinto all’immagine del soffio di Dio che con il respiro divino dà vita alla sua prima creatura.  Difficile spiegare la catena di immagini e pensieri che sfociano in un verso.  Le tre parole che seguono: “susina / piuma/ pietra di fiume” rappresentano differenti qualità della poesia: poesia come frutto della nostra creatività, di un verso che, se riuscito, dovrebbe possedere allo stesso tempo la leggerezza di una piuma ma anche la qualità della materia, di ciò che di più atavico esiste sulla terra: lo spessore della pietra e la trasparenza dell’acqua.

      

Scrivi anche: “Scriviamo per l’attesa / per sconfiggere demoni / immobili come aghi sotto la pelle”  Cosa significano questi versi? 

L’attesa è uno stato che implica necessariamente la sospensione della realtà. È l’aspettativa di qualcosa che sta per avvenire e che attendiamo con il fiato sospeso: attesa di un fremito nel corpo, del cadere di una goccia da una foglia, dell’esplodere di un tuono dopo il fulmine che illumina la notte.  Il senso di attesa che voglio esprimere è uno stato di grazia raro e momentaneo.  Nella poesia si materializza quando i versi riescono a toccare corde nascoste, spesso assopite, ma che le parole riescono a far tornare alla vita.  L’attesa è uno stato di transizione fra la materia e la spiritualità, qualcosa di effimero che però, quando capita, è capace di catapultarci in una dimensione quasi mistica.
In quanto alla citazione che la scrittura può esorcizzare i propri demoni, è un concetto che ho sentito ripetere da molti scrittori. La scrittura, la poesia in primis, può diventare terapia, auto analisi che permette a chi scrive di affrontare le questioni irrisolte di cui parlavo prima.  Non a caso la poesia viene usata come terapia nella cura dei disordini mentali. Anne Sexton, proprio durante un ricovero in un istituto per malattie mentali, iniziò il suo percorso di poeta.

      

Racconti la tua esperienza infantile del contatto visivo con i morti e della partecipazione forzata ai funerali di sconosciuti ove eri condotta dalle suore assieme ad altre tue coetanee.  Quanto è rimasto di quella esperienza in questi tuoi versi: “trattengo in me un poco di morte / come fosse un regalo d amore”?

Quando siamo bambini la morte è qualcosa di sconosciuto e incomprensibile.  Nel mio caso, la morte diventò fin troppo presto qualcosa di reale, direi palpabile, quando ai funerali di paese a cui venivo portata dovevo non solo affrontare il viso grigiastro dei morti, ma anche baciarne la fronte.  Questo precoce contatto con la morte deve avermi segnato. Ho scritto interi libri di poesia che parlano di morte e anche il mio primo romanzo è incentrato sulla morte e sulle conseguenze che questa reca a chi resta.

      

I tuoi ricordi d’infanzia sono sempre molto chiari, come fossero avvenuti ieri.  Valga per tutte le descrizioni che fai della visita del barbiere nei cortili a tagliare, oltre che agli uomini, i capelli alle bambine o alle ragazzine, e anche come dettagli per il lettore, l’operazione di “tirare il collo” ad un volatile da cortile per poter preparare un succoso “brodo di gallina”.  Hai altre memorie così nitide di fatti avvenuti in quel periodo della tua vita?

Il libro inizia con una citazione di una poeta americana che amo molto, Louise Gluck, la quale asserisce che: “Viviamo una sola volta, nell’infanzia. Tutto il resto è memoria.” Sono gli avvenimenti della nostra infanzia quelli che più ci formano e che ci segnano nel bene come nel male.  Mentre scrivevo questo mio ultimo libro, una raccolta che si concentra soprattutto nei ricordi della mia infanzia, ho ricordato episodi che avevo totalmente dimenticato, ma che sono riaffiorati proprio durante la stesura dei testi.  Alcuni di essi avevano un valore diciamo, poetico, e quelli ho riportato nel libro. Chiaro che ne esistono molti altri, ma solo alcuni ricordi possedevano immagini e particolari sufficienti a trasformarli in poesie. Cˈè stata, forzatamente, una selezione.

     

la_stanza_in_cima_alle_scaleE ora veniamo al nocciolo di questo tuo lavoro: la presenza / assenza della figura del padre.  Molti artisti hanno fatto i conti con questa figura, sia al cinema che in letteratura.  Basti pensare al romanzo “Padre Padrone” e al libro “Lettera al padre” di Kakfa.  Tu quando hai capito di aver cicatrizzato questa tua ferita.

Come molti di noi, non ho avuto un rapporto facile con mio padre.  Più che parlare di difficoltà, diciamo che ci sono state lacune, troppi silenzi e cose non dette.  In parte è una questione culturale.  Vengo da una generazione in cui i padri raramente parlavano alle figlie.  Da piccola esisteva la percezione di una distanza fra di noi che non riuscivo a comprendere.  Ora vedo la sua vita con occhi da adulta, capisco tante cose che da bambina non potevo comprendere.  Lo dico chiaramente in un testo: “Ora comprendo tutto, papà”.  Purtroppo spesso capita che questa comprensione avvenga dopo la morte di un genitore, quando non abbiamo più il tempo di porre rimedio ai silenzi e alle distanze.  Da adulti, soprattutto quando anche noi abbiamo figli, riusciamo ad accettare il fatto che i genitori non sono creature perfette, ma esseri umani e, in quanto tali, esseri fallibili.  Hanno i loro difetti, le loro storie da sopportare, le loro fragilità.

     

Dopo una vita abbastanza conflittuale con i tuoi genitori, nelle poesie “un anno dopo“ e “madri” scopri la forza per la riconciliazione e trovi parole affettuose e comprensive per loro, quasi di perdono. Quanto ha influito nella tua poesia, e non solamente sulla stesura di questo lavoro ultimo, il tuo vissuto conflittuale, anche se per motivi diversi, con la famiglia, e quando hai avvertito dentro di te che la tua metamorfosi era stata completata? 

Credo di averlo compreso appieno solo quando anche io, come genitore, ho commesso errori e ho sentito di aver fallito nel mio ruolo di madre. Comunque, ci sono sicuramente alcuni miei testi dove assumo un tono accusatorio verso entrambi i miei genitori, ma esistono anche poesie dove a primeggiare è l’amore, questo sia nei confronti di mio padre che di mia madre.  Al padre distante descritto in una poesia, si contrappone il padre devastato dalla paura di aver perso la figlia in un incidente d’auto; in un altro testo ricordo un allegro pomeriggio passato al lago insieme alla famiglia. In un’altra poesia, esiste un papà che dimostra il suo affetto, non con le parole, ma apparendo in chiesa durante la comunione della figlia, questo nonostante la sua avversione ai preti.  A una madre troppo presa dal lavoro e dai problemi coniugali, si contrappone la madre amorevole del bagno della bambina dentro la tinozza.  Come dico nella poesia “Madre”, oggi, con la consapevolezza dell’età matura, con sulle spalle il lutto di mio padre e con l’avvicinarsi della sua morte, è arrivato il tempo di dimenticarsi delle mancanze del passato e di concentrarsi solo sul bene.  È che ognuno attraversa il proprio percorso sulla terra portando con sé un bagaglio di dolori, di errori e di rimpianti.  Dobbiamo solo accettare il fatto che chi ci ha cresciuto ha fatto semplicemente del suo meglio.  Questo libro comunque non significa che la mia infanzia sia stata un periodo totalmente negativo. “Siamo stati anche felici”. Lo sottolineo chiaramente in un testo e spero riaffiori durante la lettura della raccolta.  Sono però consapevole che sono i momenti più cupi che non solo spingono a scrivere, ma che attirano maggiormente l’attenzione di chi ci legge.

     

Se si legge il pezzo in prosa “Santini” ci appare il ritratto di una Italia ancora contadina o pre industriale nella quale è avvenuta la tua formazione socio-culturale.  Quanto di questo mondo povero è stato determinante per te, nella concretizzazione delle tue scelte socio-politiche che a me sembra di rintracciare sempre nelle tue prese di posizione sui social?

Le nostre origini sono sempre determinanti. Appartengo a una famiglia di origini contadine, a una società rurale.  Anche se ho lasciato il mio paese natale praticamente da neonata, la famiglia mi ha trasmesso quella cultura.  L’impronta che ne ho derivato si è rivelata predominante.

      

Ritrovo nei tuoi versi una memoria fotografica per gli oggetti che appartenevano al tuo mondo di allora, e mi spiego meglio:
a pag. 65 “la figlia del felice“: “davanti alla porta c’erano due latte/ dove  crescevano l’alloro e il rosmarino/”
a pag. 66 stessa poesia: “il succo delle arance si incollava al tavolo in cucina”
a pag. 63: “nozze d’inverno“: “avevamo scarpe pulite, appena tinta con la biacca .”
Questa tua caratteristica di sapore fotografico così precisa nell’osservare senza perdere di vista l’insieme del testo, cosa ha a che fare con la tua passione per la fotografia che talvolta lasci intravvedere da foto che pubblichi sul tuo sito di FB?

Probabilmente sì, il nesso esiste.  Credo che ogni forma d’arte si relazioni con le altre espressioni della creatività.  La passione per la fotografia è recente, quindi non credo che abbia influenzato la mia scrittura.  Possiamo però dire che è successo il contrario.  È vero che esiste qualcosa di quasi “fotografico” nel mio modo di scrivere. Si nota in alcune poesie più che in altre, e in quelle citate è qualcosa di molto evidente.  Credo nella forza evocativa delle parole.  Intendo dire che credo nella forza intrinseca dei sostantivi. Lo prova il fatto che se usiamo la parola esatta, non serve aggiungere nessun aggettivo, nessuna ulteriore delucidazione.  Se il nome scelto è quello giusto, scatta in automatico una correlazione: se dico pane, o latte, si aprono immediatamente delle immagini, delle corrispondenze.  “I poeti danno nome alle cose”. È una frase che ho sentito pochi giorni fa in TV. Lo ha detto Alessandro Baricco e credo che sia una grande verità.  Cento anni di Solitudine parla di un mondo tanto recente in cui molte cose non avevano ancora un nome.  Un oggetto, una “cosa” non esiste fino a quando non la si nomina.  A questo servono i poeti: a creare il filo conduttore tra la materia e il suo nome.  Da qui, la relazione fra immagine e parola appare del tutto naturale.

       

Questo tuo ultimo è un libro essenzialmente dedicato al ricordo della tua infanzia e dell’adolescenza, c’è poco della maturità.  Ti domando: pensi, dopo questo lavoro, di aver chiuso definitivamente i conti con quel periodo della tua vita?

D’istinto risponderei di sì, penso di aver detto tutto ciò che intendevo dire su quel periodo della mia vita.  La stesura di questo mio ultimo libro è durata almeno una decina di anni, quindi ho avuto il tempo di elaborare i temi che volevo trattare.  Detto questo, l’infanzia, e soprattutto le figure del padre e della madre, sono talmente determinanti che non mi sorprenderei se tornassi a scriverci sopra anche nel futuro.

            

Daniela Delia, "Gli orecchini d'oro di mia madre" - in apertura "Dauna Latte"
Daniela d’Elia, “Gli orecchini d’oro di mia madre” – in apertura “Dauna Latte”

 

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