Intervista a Franco Loi e un video, a cura di Emilia Barbato

1_Arthur B. Davies, Il faro di Bear island

Intervista a Franco Loi e un video, a cura di Emilia Barbato.

    

    

Su Milano oggi l’indefinitezza della parola cielo ha un tono perlaceo, con occhi tondi guardo la mia conchiglia e tremo. All’ora convenuta sono al civico indicatomi da Franco Loi, salgo, lui e sua moglie mi accolgono. Sono emozionata, loro molto gentili, entriamo in soggiorno. Nelle librerie intravedo moltissimi testi ma la miopia mi impedisce di leggerne i titoli, c’è un buon odore in casa, sistemo le mie poche cose sul tavolo, l’antologia bianca, un quaderno, una biro, due telefoni cellulari per registrare che non utilizzerò lo capisco mentre lo guardo, mentre penso che l’uso della tecnologia sarebbe una distanza insopportabile, gli confesso che è la mia prima intervista, esito, Lui sorride. Ha la luce vivida dell’intelligenza negli occhi e una bontà, un tono profondo e pacato che mi tranquillizzano. Dopo averlo ascoltato penso a lui come ad un maestro certa di aver trovato una fonte inesauribile e andando via mi dico che un poeta non la scrive soltanto la sua poesia ma la vive.

     

Ci può parlare della città della sua infanzia?

Sono nato a Genova, da madre colornese e padre cagliaritano. Papà rimasto orfano a undici anni è stato allevato dal fratello a Genova, ha fatto diversi mestieri prima di sposare mia madre per poi trasferirsi a Terralba.
Ricordo di aver visto la neve a Genova una sola volta mentre mia madre intonava una canzone che faceva così: “Cade la neve, fanciullo mio, / tremo dal freddo, ardo d’amore../ bambino mio, devi sapere / le donne d’Africa son tutte nere…
In quell’unica occasione ho scritto una poesia sulla mia Genova: “Mè muè ‘a me tegniva in brassu/e, derre di vedri, i orti de neive:/«J à inventè ‘a nötte» e guavu nevà./Föa l’ortu, föa ‘e frasche pese/de neive: in due l’ea u nespulu? […]
Traduco: “Mia madre mi teneva in braccio | e, dietro i vetri, gli orti di neve: |«li ha inventati la notte» e guardavo nevicare. |Fuori l’orto, fuori le frasche pesanti |di neve: dov’era il nespolo? |il fico abbarbicato alle mura, giù, |tra gli erbacci e i fagioli ramosi? |i cancelletti verdi? i tetti? |Il biancheggiare della terra, il silenzio, |l’aria che sembrava cadere a stracci muti, |le nuvole a fiocchi venivano lente |a ballare alle frange delle tendine, |«mamma, il mondo è fuggito! dove è?» |e il confondersi nuovo degli uccelli |alle gronde, al cielo, sulle lastre gelate |il montanino frilla, «cosa becchetta, |mamma? ha raccolto uno stecco? Il caco |sente il freddo sotto la neve?», |e il cielo sembrava rovesciato tra i rami. |Cade la neve, fanciullo mio.. |e la canzone mi faceva tremare |e per sempre, più grande, e ora |a pensarci mi sento piangere, e donne, |alberi carichi di panetti di neve |e ragazzi che scivolano con lo slittino |dalle colline, come il nevicare, ricordano |la canzone e gli occhi piangono forte. |Non saprò mai cosa sia questa vita |dietro la canzone? questo piangere straniero |a me? la ragione che mi rimescola |senza sapere se la madre, la neve, |la nostalgia del fringuello, i rami, |le braccia che mi tenevano alto, caldo, |o i fiocchi larghi, l’immensità |della bianchezza del mondo, i richiami |che ai vetri parevano uccelletti in festa? |Si dice madre e bambino, come la bugia. |E io mi vedo camminare alla mano |che tiene le sporte, piccino tra la neve; |sulle colonnette a boccia di Robilant |le strisce dei bastoncini fanno ghirigori |e i bimbi che si abbaruffano nella neve |li chiamano le mamme dalle botteghe, |gli ridono le facce che scendono a Giovanni Torti |raffreddate dalla polvere d’aria montana, |s’affrettano le palle fitte all’uomo di neve | e io rido al prezzemolo |e alle spine dei carciofi |che sembrano sognarsi i miei tre anni.

(Franco Loi, L’ angel; Genova : Edizioni S. Marco dei Giustiniani, 1981)

     

Può spiegarci la scelta di scrivere in dialetto?

Scrivo in dialetto perché la vera lingua è quella parlata dal popolo. Ho scritto poesie non soltanto in milanese, ma anche in genovese, colornese e romanesco.
Dante nel De vulgari eloquentia sostiene che la lingua autentica, la lingua volgare, è quella che si impara dalla balia e dalle persone circostanti che contrariamente alla grammatica (termine con cui indica il latino) ha in sé il sentimento e la creatività del popolo. Infatti, mentre il latino è una lingua controllata dall’élite per raggiungere i propri obiettivi, la lingua naturale è in grado di trattare qualsiasi argomento essendo cristallina, una fonte continua, sorprendente, mutabile.
Yeats ritiene che il popolo presti maggiore attenzione alla musicalità che al significato, concordo e aggiungo, come accade in poesia.
Le persone rinnovano continuamente la lingua, inserendovi esperienza, fantasia e genialità e restituendo alla parola la freschezza necessaria.
Ad esempio, ricordo che quando avevo quindici anni frequentavo un gruppo di coetanei guidato da un ragazzo sulla ventina. Una sera si decise di andare a ballare e arrivati al locale entrò in sala dicendoci di aspettare all’ingresso. Uscendo ci disse: “ ‘ndem via de chí che ghe una brüta cumparsita”. quel ragazzo ha usato una composizione musicale di Montevideo per chiarire l’atmosfera del locale.

     

E’ possibile una traduzione fedele di alcune espressioni dialettali? Il ti voglio bene milanese per esempio è paragonabile al ti amo italiano?

Non esiste mai una traduzione fedele e quando traduco le mie poesie non faccio altro che aggiungere una didascalia per chi non conosce il milanese. La traduzione è un tradimento.
C’è un’espressione simile al ti amo italiano in milanese “l’amur per ti” ma non è uguale al ti voglio bene, quello che resta intraducibile nella lingua italiana è l’universo fluido e creativo di emozioni quotidiane che la gente comune inventa e riversa nel dialetto.
Prima si parlava molto con tutti e ci si fidava di più. Tempo fa un operaio milanese, raccontandomi la sua esperienza, mi disse che lavorava tutto il giorno con assiduità, mentre il suo collega facendo poco e trattenendosi fino a tardi percepiva gli straordinari e veniva remunerato di più, guardandomi aggiunse: “che posso farci? mi piace, mi piace il mio lavoro e allora che imparo sempre qualcosa del fare e qualcosa di me” (Te capisset mi son lì che laüri e g’ü el me cumpagn ch’e’l fa nient tut el dì ma mi sun cuntent inscí perché mi pias el mè laüra perché empari semper un quajcós de mi e del mè laüra”)
Inconsapevolmente, l’operaio sosteneva un pensiero che Benedetto Croce ha espresso in riferimento alla filosofia ed alla poesia. “Nel filosofo accade il medesimo che nel poeta, non è lui che filosofa ma Dio o la natura. Anzi, dirò di più: è la cosa che pensa se stessa in lui”.

    

Sono rimasta molto colpita da alcune poesie tratte da El Vent, può spiegarci per lei cosa rappresenta il vento?

Dipende dalle poesie cui si riferisce, il vento mi ricorda la mia l’infanzia, a Genova soffiava il levante, il ponente, il maestrale e quando arrivava la tramontana dall’appennino spazzava via tutto. In altre poesie invece il vento costituisce quell’aria che torna dal ricordo delle persone lontane.

     

Come riconosce l’arrivo di una poesia e quando sente che si approssima come la accoglie?

Le prime poesie sono arrivate in italiano, poi a partire dai trent’anni ho iniziato a scrivere in dialetto. Di sicuro la poesia non parte mai dalla testa perché è come un sogno e prima di dormire nessuno può prevedere o decidere cosa sognerà fino al momento del risveglio. Come per i sogni anche la poesia va scritta immediatamente. Nei sogni il nostro inconscio prende il sopravvento, così, allo stesso modo, si scrive ciò che si è. Attraverso la poesia si conosce se stessi, il rapporto con le cose, con la natura e con gli altri uomini. Il poeta con la poesia è.

        

Cosa consiglia a chi inizia a scrivere per superare la paura?

Nessuna paura, non bisogna scrivere pensando alla pubblicazione o al giudizio altrui. Bisogna scrivere per la necessità che è in sé. Io non ho mai pensato di pubblicare, ho scritto per rispondere ad una mia urgenza, ho scritto per conoscere e conoscermi.

    

Le è mai capitato di provare diffidenza verso i circoli poetici?

Ho sempre evitato i circoli poiché cambiando continuamente città ero abituato ad essere messo da parte. La gente che faceva gruppo allontanava gli estranei, inoltre la mia generazione è vissuta tra guerra, bombardamenti e fucilazioni. Il mio percorso letterario è distante da quello solito, racconto bene le mie esperienze di vita nel libro “Da bambino il cielo”, edito da Garzanti.

     

Crede che la poesia sia un modo rivoluzionario di vivere?

Conosci te stesso. La poesia è un mezzo importante per la conoscenza di se stessi e del nostro rapporto con il mondo.

     

Nell’era virtuale, nell’attuale società così disgregata, crede si possa ancora fare società con gli altri?

Il problema dell’attuale società è che tra le masse popolari sono decadute ideologie e teologie, è fallita la voglia di trarre una logica dalle idee. In Italia, in passato, la maggioranza della gente aveva o un’ideologia socialista e comunista o una cattolica, apparentemente in antitesi entrambe contribuivano a motivare il senso del sacrificio e del dovere comune. Oggi non è più così, a breve torneremo al medioevo. Le persone non credono più in nulla e scappano disgregandosi.

      

Quanto spazio esiste ancora per speranza, libertà e felicità?

La felicità si raggiunge quando si conosce se stessi e si è in grado di discernere, è un sentire che ci avvicina al bene senza rispondere all’istinto del corpo ma esclusivamente ad un istinto superiore non ben identificabile, testimoniato da molte persone nella storia.
Mi chiede di speranza e libertà io penso al dialogo tra Trotsky e Lenin davanti ad una finestra. Guardano fuori il primo dice al secondo: non credi che il potere dia alla testa? Il secondo risponde: sì! La penso come te, ma non faremo la fine dei rivoluzionari francesi!

       

Si è definito non cattolico, eppure leggendo le sue poesie trovo una presenza divina nei suoi versi.

Non sono cattolico ma in passato ho vissuto due esperienze significative che mi hanno avvicinato molto a Dio in cui credo. E’ innegabile la presenza del divino, Planck ha detto: ”più conosco più mi trovo davanti al mistero” e Einstein ha dichiarato che non si perviene alle leggi universali per via di logica ma per intuizione e l’intuizione non la facciamo noi ma è possibile nel rapporto simpatetico con l’esperienza.
Avevo circa ventisette anni e stavo andando a trovare un amico ammalato. Giunto a casa di Dario, dopo essermi seduto prima su una sedia, poi sul bordo del letto, dopo averlo osservato e ascoltato con grande attenzione, ho avuto l’intuizione che il mio amico non fosse ammalato di influenza ma di un male dell’anima rimasto inconfessato. Gli ho spiegato cosa percepivo e lui dapprima ha negato, poi, dietro mia insistenza, ha raccontato la verità. Abbiamo parlato a lungo e l’ho tranquillizzato. Prima di andare via gli ho chiesto di misurare la febbre e con gioia reciproca abbiamo constatato che non c’era più. All’uscita ho vissuto una sensazione di esaltazione, camminavo lentamente, guardavo le stelle, quasi potevo toccarle, ero certo che se avessi allungato la mano avrei potuto toccare anche i passanti sul marciapiede opposto, pensavo ai positivisti e all’angolo della parrocchia di Santa Maria Bianca, in Casoretto, ho guardato le ombre degli alberi stendersi lungo i muri e camminando ho realizzato che in me coesistevano tre tempi. Il tempo del corpo, accelerato, il tempo della interiorità, fermo, e il tempo della mente, unico rimasto coerente. Dovevano essere circa le ventitré e trenta, mi dicevo, avendo lasciato casa di Dario alle ventitré. All’angolo di Via Teodosio la situazione si è invertita. Il mio tempo interiore è schizzato ad una velocità inaudita, una velocità che Einstein avrebbe annoverato tra quelle indefinibili, mentre muovevo il corpo ad un ritmo lentissimo. Davanti casa il portone si è aperto, in realtà un’inquilina lo ha aperto, ed io sono entrato. Difronte a me una barella e disteso, con le braccia lungo i fianchi e i palmi rivolti verso l’alto, il corpo di mio padre. La porta del cortile spalancata lasciava circolare una corrente che faceva oscillare il lampadario e la sua ombra sulla parete destra. Ho chiuso gli occhi, mi sono fatto forza e ho attraversato quell’immagine della mente, certo che si trattasse di una visione. Racconto tutto in Stròlegh, da pochi compresa.
Due anni dopo, la mia premonizione è diventata realtà e mio padre, nell’identico modo che avevo vissuto in passato, è stato trasportato in ospedale. Io facevo strada ai barellieri e mentre cercavo le chiavi, un’inquilina, anticipandomi, ha aperto il portone. Voltandomi ho visto il lampadario oscillare per il vento, come due anni prima, e nell’atrio il corpo disteso di mio padre, solo e immobile, poiché i barellieri appoggiando il lettino si erano spostati sulla destra.
Il secondo episodio che mi ha avvicinato a Dio l’ho vissuto a trentatré anni. Piero Bellini ospitava un guru del cantone austriaco scappato di casa per arruolarsi nelle truppe tedesche. Dopo aver vissuto tante esperienze negative nel periodo dell’occupazione in Italia e in Jugoslavia disertò raggiungendo l’India. Lì incontrò un guru da cui apprese i principi e gli esercizi della propria religione.
Quella sera il guru dopo aver spiegato la sua pratica ed aver chiarito che l’individuo veniva lasciato senza i freni inibitori della mente alla sua coscienza, con effetti anche pericolosi della stessa, ha chiesto chi volesse offrirsi volontario. Ero in compagnia di due miei amici pittori, li ho guardati e mi sono offerto. La sala è stata sgomberata. Il guru mi ha chiesto quale musica preferissi ed io ho menzionato Bach, Mozart e Monteverdi. Rivolgendosi alla padrona di casa ha chiesto se avesse qualche loro disco e così è stata fatta suonare un’opera di Mozart.
La stanza era un cerchio di cose e persone, il guru mi ha toccato il polso e mi ha chiesto di chiudere gli occhi, dopo circa due minuti, stupendosi dei miei tempi rapidi, mi ha chiesto di raggiungere il centro della stanza. Incredibilmente non ho urtato alcun oggetto o persona. Al centro della stanza, mentre il guru mi descriveva la bellezza della foresta, il corpo ha cominciato a parlarmi, prima le caviglie, poi il polpaccio, poi l’anca sinistra e quelle destre mi dicevano: “lasciami riposare, sono stanco” ed io ho ascoltato sedendomi a terra e allora le vertebre, una per una, hanno ripetuto la stessa cosa, mi sono steso e supino, con la testa prossima ai piedi di una signora, ho assunto la posizione dei crocefissi.
Ho cominciato a urlare, a lamentarmi del mondo, a disapprovare le critiche del mio amico pittore verso l’altro pittore e quelle di quest’ultimo verso il primo, urlavo l’ingiustizia della servitù del mondo alle sensazioni umane, urlavo la necessità di maggiore consapevolezza, ero immerso nelle tenebre fino a quando ho detto: “Eppure Dio c’è!” e un fascio di luce mi ha avvolto dissolvendo le tenebre, come l’effetto dissolvenza dei vecchi film, e ho sentito che la luce era buona e non volevo più uscirne, ero felice.

        

Franco Loi non ha voluto farsi fare una foto ma ha declamato una sua poesia che ho registrato, ho cercato una foto su internet e ne ho fatto un video. EB

De Diu sun matt

De Diu sun matt, se streppa la cunscienza.
Vu ‘n gir, el pensi, me ‘l remèni, e vu…
E püssé ‘l pensi, e pü gher sun luntan.
Diu l’è schrsus…L’è cume fa la lüna,
ch’i mè penser în nüver, e lü se scund.
Inscì. Me tundi via, parli cuj èmm,
e matta l’è la lüna, ciara lünenta,
cun la sua lüs che slisa ne la nott.

Di Dio sono pazzo, si strappa la coscienza. Vado in giro, lo penso, me lorimugino, e vado… | E più lo penso, e più sono lontano. ! Dio è scherzoso…È come fa la luna, | che i miei pensieri sono nuvole e lui si nasconde. | Così, mi distraggo, parlo con gli uomini, | e matta è la luna, chiara lumeggiante, | con la sua luce che scivola nella notte.

Da: Memoria, di Franco Loi, Boetti & C. Editori, Mondovi 1991

    

In apertura Arthur B. Davies, “Il faro di Bear island”, Metropolitan Museum New York

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